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L’autobomba contro il sindaco, i furti e l’odio per la polizia: le mille facce dei “casseur” di Francia

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Adolescenti, ma anche lavoratori. Colpiscono supermercati, scuole e negozi alla moda
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Haÿ-les-Rose (Parigi) - Chi ha lanciato un’auto esplosiva contro l’abitazione del sindaco di Haÿ-les-Roses - mentre in casa c’erano la moglie e tre figli - non appartiene al prototipo del 17enne arrabbiato che scassa tutto nelle proteste che infiammano la Francia dopo la morte di Nahel. Ne sono sicuri i residenti di quella che definiscono una “banlieue chic” di Parigi. Troppo borghese, troppo repubblicana.

Anzi, per qualcuno forse il motivo è puramente politico: colpire Vincent Jeanbrun per la sua amministrazione muscolare. In tanti sono convinti che un ragazzino non sarebbe stato in grado di ordire un piano così sofisticato. La magistratura che sta indagando sul caso saprà confermare o meno se la sensazione degli abitanti è giusta. Ma quello che emerge con chiarezza dall’assalto di Haÿ-les-Roses è una rabbia diffusa che si fa violenza, alimentata da ragioni diverse, e trasversale anche alle classi sociali.

Per capire chi sono i casseur che da cinque notti distruggono, de…

Haÿ-les-Rose (Parigi) - Chi ha lanciato un’auto esplosiva contro l’abitazione del sindaco di Haÿ-les-Roses - mentre in casa c’erano la moglie e tre figli - non appartiene al prototipo del 17enne arrabbiato che scassa tutto nelle proteste che infiammano la Francia dopo la morte di Nahel. Ne sono sicuri i residenti di quella che definiscono una “banlieue chic” di Parigi. Troppo borghese, troppo repubblicana.

Anzi, per qualcuno forse il motivo è puramente politico: colpire Vincent Jeanbrun per la sua amministrazione muscolare. In tanti sono convinti che un ragazzino non sarebbe stato in grado di ordire un piano così sofisticato. La magistratura che sta indagando sul caso saprà confermare o meno se la sensazione degli abitanti è giusta. Ma quello che emerge con chiarezza dall’assalto di Haÿ-les-Roses è una rabbia diffusa che si fa violenza, alimentata da ragioni diverse, e trasversale anche alle classi sociali.

Per capire chi sono i casseur che da cinque notti distruggono, derubano e incendiano boutique, supermercati, comuni e scuole in tutto il Paese, bisogna partire dalle informazioni diffuse dal prefetto di Parigi: tra i manifestanti ci sono gilets jaunes, esponenti di gruppi di estrema sinistra, black block, écolos ma soprattutto giovanissimi.

Il ministro dell’Interno Gérald Darmanin ha informato che l’età media degli oltre 3mila arrestati dall’inizio della rivolta è di 17 anni e che il più piccolo ha 12 anni. Sono adolescenti o giovani adulti, tra di loro ci sono liceali, lavoratori, c’è anche un neodiplomato ammesso alla Sorbona, sono arrabbiati perché si sentono vittime di razzismo, emarginati, poveri, incompresi, annoiati ora che la scuola è finita e l’estate è lunga.

«Sono francesi, di origine straniera o meno, sono mal integrati o si ribellano alla società — spiega Olivier Gallard, sociologo e direttore di ricerca al Cnrs — per capirli bisogna ricordare che la Francia ha accolto a partire dagli anni Sessanta migliaia di lavoratori arrivati dalle vecchie colonie, Algeria, Marocco, Tunisia. Questa ondata di immigrazione ha dato vita a nuove generazioni di francesi che il Paese non è riuscito a integrare».

Oltre a vivere spesso in banlieue povere dalla forte concentrazione di stranieri, Gallard ricorda che questi giovani percepiscono la polizia come il grande nemico perché sono cresciuti in un sistema di economia parallela, fatta di spaccio e furti, sempre sotto l’occhio delle forze dell’ordine e in un «contesto permanente di tensione. Molti sentono di vivere in una società ostile alla loro appartenenza etnica e religiosa che ha come braccio armato la polizia».

Si danno appuntamento su Snapchat o su Telegram. Alcuni pubblicano brevi video degli scontri in corso sui canali, uno popolare è Cités de France, per far sapere agli altri dove intervenire. Troppo piccoli per avere automobili o patenti, si muovono con motorini e mezzi pubblici e spesso finiscono per agire non lontano dai loro quartieri, dove devono tornare una volta che la polizia inizia a dargli la caccia.

Rispetto alla stagione di rivolte del 2005, le azioni avvengono non solo nelle periferie e nelle metropoli ma anche nei centri e nelle città di media grandezza. Indossano abiti sportivi, scarpe da ginnastica spesso firmate da quegli stessi marchi che poi vanno a saccheggiare, a volte hanno caschi in testa o il volto coperto. Sempre hanno il telefonino, pronto in mano per filmare e condividere subito le loro azioni. È diventato virale il video di uno di loro in fuga che perde lo smartphone. Il poliziotto che lo inseguiva lo raccoglie e poi gli urla sfidandolo: «Ei, stronzo, ho il tuo cellulare».

Tra gli obiettivi principali ci sono il danneggiamento di automobili e di edifici percepiti come simbolo del potere istituzionale — municipi, mediateche e scuole — e poi negozi. Da forzare, derubare e poi bruciare. Li scelgono senza una selezione troppo ragionata ma in base alle zone che decidono di attaccare. Supermercati, dalla Lidl al Carrefour; centri commerciali all’interno dei quali si trovano catene come Foot Locker o boutique Lacoste; rivenditori di oggetti simbolo del loro stile come Nike e Apple Store ma possono arrivare a vandalizzare anche una libreria, come è successo a Lens, senza rubare i libri però. Sono quasi sempre furti minori. Tra gli arrestati i verbali raccontano di un 14enne che si è fatto 24 ore di fermo per aver rubato una barretta di cioccolato in un Franprix.

«Perché rubano? Non perché sono tutti poveri — spiega Soufiane, di origine algerina, grande conoscitore delle periferie e dei loro giovani abitanti — molti di questi ragazzi rubano per il gusto di rubare. D’altronde come potrebbero avere bisogno di un paio di scarpe ma poi avere i soldi per comprare i fuochi d’artificio che sparano contro la polizia».

Sì, perché tra le armi scelte, oltre a mazze e spranghe, rari casi di armi da fuoco come quelle rubate a Marsiglia e il kalashnikov di Lione, ci sono molte molotov e mortai pirotecnici. Utilizzati solitamente dagli esperti di fuochi d’artificio, sono tubi di cartone con all’interno della polvere che crea esplosioni colorate. In Francia sono illegali da acquistare per chi non ci lavora ma si possono facilmente trovare online.

Ora tra i problemi di questi baby casseur c’è quello di dover affrontare una legge che non è disposta a fargli sconti. Lo denunciano i volontari del Collectif d’action judiciaire. Nel loro report l’avvocata Elsa Marcel racconta di procedure irregolari e violazioni dei diritti con «bambini al limite dell’età per la custodia. Sotto i 13 anni possono essere trattenuti solo per 4 ore, eppure ci sono 13enni che si sono visti prolungare la detenzione per 48 ore. Ho visto celle dei minori piene di giovanissimi, sotto i 16 anni». Nel documento un testimone parla di quattro liceali con un ordine di esecuzione di carcerazione di sei mesi, «un massacro». E da oggi lanciano un’azione per chiedere la loro liberazione immediata: alle ore 13 presidi quotidiani davanti ai tribunali di tutte le città della Francia.

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