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Prigozhin torna a parlare ma il suo impero è a pezzi. E Shojgu canta vittoria

(ansa)
Il capo della Wagner si rifà vivo con un breve audio in cui promette nuovi successi al fronte. Intanto il ministro della Difesa commenta per la prima volta il fallimento del tentato golpe
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MOSCA — Per uno che voleva danzare con le stelle, non c’è forse peggiore condanna che l’oblio. Ad appena una settimana dal suo fallito ammutinamento, la damnatio memoriae di Evgenij Prigozhin si è già consumata.

Le “W” issate su una torre di 23 piani tutti cristallo a San Pietroburgo che lo scorso autunno erano state la sua consacrazione sono state rimosse, le insegne sui vetri grattate via, gli uffici setacciati e sigillati. Il suo impero miliardario viene pezzo dopo pezzo smantellato, distrutto, smembrato.

I fedelissimi di Vladimir Putin se ne stanno spartendo le vesti. Non soltanto di Wagner, la compagnia militare privata che ha tentato la ribellione e che ora ha sospeso la campagna di reclutamento e verrà fagocitata dall’esercito. Ma anche di Patriot, Concord e le tante altre società inscatolate come matrioske che fruttavano ciascuna cifre a nove zeri.

MOSCA — Per uno che voleva danzare con le stelle, non c’è forse peggiore condanna che l’oblio. Ad appena una settimana dal suo fallito ammutinamento, la damnatio memoriae di Evgenij Prigozhin si è già consumata.

Le “W” issate su una torre di 23 piani tutti cristallo a San Pietroburgo che lo scorso autunno erano state la sua consacrazione sono state rimosse, le insegne sui vetri grattate via, gli uffici setacciati e sigillati. Il suo impero miliardario viene pezzo dopo pezzo smantellato, distrutto, smembrato.

I fedelissimi di Vladimir Putin se ne stanno spartendo le vesti. Non soltanto di Wagner, la compagnia militare privata che ha tentato la ribellione e che ora ha sospeso la campagna di reclutamento e verrà fagocitata dall’esercito. Ma anche di Patriot, Concord e le tante altre società inscatolate come matrioske che fruttavano ciascuna cifre a nove zeri.

Soltanto Wagner, ha detto il propagandista Dmitrij Kiseliov nel suo programma della domenica su Rossija 1, avrebbe incassato 858 miliardi di rubli, mentre Concord altri 845, tanto quanto — hanno calcolato indignati gli oppositori di Vesna — «25 budget annuali della regione di Tambov, quasi due budget della regione di Mosca e più delle spese di bilancio per istruzione e assistenza sanitaria in tutta la Russia».

Sembrava che il Gruppo mediatico nazionale (Nmg) del banchiere Jurij Kovalchuk e della presunta amante di Putin, Alina Kabaeva, avrebbe rilevato Patriot, il colosso mediatico che amplificava il verbo di Prigozhin su piattaforme online e social e comprendeva l’Agenzia di Ricerca su Internet (Ria Fan) altrimenti detta “fabbrica dei troll”. Ma è stato chiuso. Un breve epitaffio: «Lascia lo spazio informativo russo». I suoi siti sono stati bloccati.

Concord, la società di ristorazione, ha perso gli appalti con la Difesa. «Migliaia di dipendenti verranno licenziati», avverte il canale Telegram Ostorozhno, Novosti (Attenzione, Notizie). Alcuni contratti sono già passati all’ex deputato Vladimir Pekarev e a Maksim Vakhrukov, figlio del vicesegretario del Consiglio di Sicurezza.

Di lui, Prigozhin, intanto, non si parla più. Se non per paragonarlo, come ha fatto Kiseliov, ai rivoltosi del passato come il cosacco Emeljan Pugaciov, decapitato e squartato nel 1775, o il generale disertore Andrej Vlasov, impiccato nel 1946. Allusioni che sono oscuri presagi.

Non basta certo un audio di 41 secondi a riportarlo fuori dal buio. Provenienza ignota, autenticità non confermata. A rilanciarlo non è più l’ufficio stampa della sua oramai ex holding Concord, ma Grey Zone, uno dei tanti canali Telegram della sua galassia “Zeta”. Sempre che sia lui, è un Prigozhin diverso quello che parla dopo una settimana di silenzio.

Ringrazia del sostegno anche se i sondaggi dell’istituto indipendente Levada Tsentr hanno decretato che i russi lo hanno già scaricato: la sua popolarità si è dimezzata, dal 58% al 29% in due settimane, e se prima lo definivano un “combattente per la verità”, “vero leader”, “patriota” o “generale vittorioso”, adesso di lui dicono che “ha fatto confusione”, “è andato contro la Russia” e “lotta per il potere”.

Prigozhin torna a ribadire che la sua “Marcia della Giustizia” non aveva altro scopo che «combattere i traditori e mobilitare la nostra società». «Penso che abbiamo ottenuto molto», dice. Eppure l’obiettivo dei suoi strali, Sergej Shojgu, è sempre là, alla Difesa. E in una riunione al ministero commenta per la prima volta la fallita insurrezione.

La «provocazione», così la chiama, «non ha influenzato le azioni dei gruppi dell’esercito coinvolti nell’operazione». È fallita, continua, «perché le forze armate hanno mostrato fedeltà al loro giuramento e ai loro doveri». È la linea da tenere.

Anche i deputati hanno ricevuto l’ordine di informare gli elettori che la rivolta è stata soppressa grazie al «consolidamento dei russi attorno a Putin». Il presidente della Duma, Vjaceslav Volodin, ha subito obbedito. Il 23 e 24 giugno, ha scritto su Telegram, entreranno nella storia come i giorni del consolidamento della società russa. Con Putin in carica, aggiunge, non ci sarebbero stati un 1917 o 1991.

A guardare il tavolone di Shojgu però saltano all’occhio due assenze eccellenti. Manca il viceministro Junus-Bek Evkurov che il 24 giugno era stato ripreso insieme a Prigozhin nel quartier generale delle forze armate a Rostov-sul-Don occupato da Wagner. E manca Aleksej Kuzmenkov che alle ultime riunioni sedeva sempre alla sinistra di Shojgu: al suo posto stavolta c’è un altro vice, Timur Ivanov.

Non c’è neppure il capo di stato maggiore Valerij Gerasimov. Assenza giustificata la sua: l’ultima sua partecipazione risaliva allo scorso dicembre prima della nomina a capo della cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina.
Nel breve audio Prigozhin promette «vittorie al fronte» e poco dopo, sempre su Grey Zone, appaiono presunte immagini di una delle tre nuove basi di Wagner costruite in Bielorussia, destinazione del suo esilio, dove sarebbe già cominciato «l’addestramento».

Ma il presidente della commissione della Difesa della Duma, Andrej Kartapolov, nei giorni scorsi lo ha detto chiaro: Wagner non verrà più usata in Ucraina.

E ai governi in Africa e Medio Oriente che per anni hanno affidato la loro sicurezza ai mercenari di Prigozhin è stato detto dai funzionari russi che quei soldati a pagamento non opereranno più in modo indipendente dal Cremlino.

Il destino sembra oramai segnato. «Hanno consegnato tutti i blindati al Ministero della Difesa. L’accesso al denaro, agli appalti e agli imperi dei media è stato interrotto. Chi pagherà i loro stipendi? E che cosa dovrebbe farsene Prigozhin se non riceve in cambio denaro corrotto?», ha commentato Ruslan Leviev, analista militare del Conflict Intelligence Team.

Ci sono poi le società minerarie, come Midas Resources Sarlu nella Repubblica Centrafricana, le finanziarie come M-Invest, e le immobiliari pietroburghesi controllate dalla moglie Ljubov e dai figli Pavel, Polina e Veronika: una comunità chiusa sul lago Lakhta da 49 ville e 17mila metri quadri, un hotel non lontano dal teatro Mariinskij e un centro commerciale.

Un’enorme ragnatela con gangli in ogni angolo del mondo che il Cremlino sta tentando di sfilacciare e fare a pezzi. Proprio come quel Pugaciov che fu squartato per ordine di Caterina la Grande.

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