ROMA — Per due anni e mezzo ha scelto di stare nell’ombra. Tutti sapevano che c’era, molti sapevano chi era, scriveva (poco) sui social network ma al di fuori di quello non rilasciava dichiarazioni. Neanche il 5 luglio quando, elegantissima nel tailleur scuro, con la cascata di capelli rossi sulle spalle, si era laureata, in presenza, a Bologna. In quella stessa aula dove, pochi minuti dopo, era rimasta seduta fra il pubblico a guardare il suo Patrick discutere la sua tesi e chiudere il suo stesso corso di studi con il massimo dei voti.
Reny Iskander è la fidanzata di Patrick Zaki: la ragazza che gli è stata accanto nel calvario iniziato nel febbraio 2020 e che fra qualche settimana, a settembre, dovrebbe diventare sua moglie. "Vogliamo solo iniziare la nostra vita insieme”, ha scritto ieri sera in un post su Facebook al termine di una giornata lunghissima e prima di questa intervista telefonica con cui ha deciso, per la prima volta, di apparire ufficialmente.
Reny, cosa vi siete detti lei e Patrick ieri prima che i poliziotti vi separassero?
“Nulla di drammatico. Perché non ci aspettavamo questa svolta drammatica. Siamo stati presi in contropiede. Pensavamo ci sarebbe stato un altro rinvio, o una data per il verdetto. Non il verdetto. Era impensabile: Patrick non ha fatto nulla in queste settimane o in questi mesi per cui dovesse tornare in carcere.
Prima di arrivare a Mansoura abbiamo parlato del fatto che avremmo fatto rientro al Cairo, appena finita l’udienza, come sempre abbiamo fatto in questi mesi: udienza dopo udienza. E del fatto che saremmo andati al mare nel fine settimana: per festeggiare insieme la nostra laurea".
C’è chi dice che Patrick avrebbe dovuto tacere: troppi tweet, troppe interviste, troppi articoli che potrebbero aver irritato il governo. Lei che ne pensa?
"Patrick è una persona dal cuore d’oro. Non può vedere una crisi umanitaria o politica, migliaia di rifugiati in strada o una guerra in corso e stare zitto sapendo di avere una voce che la gente ascolta. Si è occupato di questioni internazionali, di diritti umani, non di questioni interne all’Egitto”.
Ci racconti dei mesi passati dal suo rilascio, di come li avete vissuti…
“Poco dopo essere uscito di prigione mi ha chiesto ufficialmente di sposarlo. Naturalmente ho detto sì e abbiamo fatto la festa di fidanzamento. Abbiamo fatto moltissime cose, cercando di recuperare il tempo perduto. Abbiamo studiato, abbiamo scritto le nostre tesi in contemporanea e in contemporanea le abbiamo discusse e ci siamo laureati: io ero a Bologna e lui al Cairo.
Era dispiaciuto di non essere con me all’università, ma felice della laurea, del voto, delle reazioni della gente. Allo stesso tempo abbiamo cercato una casa dove andare a vivere dopo il matrimonio e dopo tanto cercare l’abbiamo finalmente trovata. La stiamo rinnovando in questi giorni, dovrebbe essere pronta per la fine del mese.
E infine nelle ultime settimane ci siamo concentrati sui preparativi del matrimonio: è tutto pronto, non posso pensare che ora lui potrebbe non esserci. E alla fine, in questi giorni, abbiamo parlato tanto di questo week end al mare, che doveva essere il nostro modo per festeggiare la laurea. Io ero a Bologna, lui qui, c’era l’udienza: non c’era stato modo di farlo prima. Aspettavamo questa piccola vacanza con tantissima gioia".
E adesso?
“Adesso vorrei solo che tornasse libero in tempo per il nostro matrimonio. Ho il vestito pronto e la casa sarà pronta: tutto è pronto, ma ora tutto rischia di essere inutile e io non posso crederci. Io e Patrick vogliamo solo iniziare la nostra vita insieme: una vita, ci tengo a dirlo, che non sarà lontana dall’Egitto. Il nostro futuro è qui.
Patrick non vuole scappare né andare a vivere all’estero. Andremo all’estero per esplorare nuove opportunità, se ci saranno, e se e quando il suo divieto di espatrio sarà revocato. Ma sarà solo per un po’. Le nostre famiglie sono qui, i nostri amici sono qui, la nostra vita insieme sarà qui. Amiamo il nostro Paese, non abbiamo nessuna intenzione di abbandonarlo".