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Zaki, lo strappo di al Sisi con Roma per avere soldi sui migranti. E ora si negozia per la grazia

Presidio in piazza a Bologna dopo la condanna di Zaki

 (fotogramma)

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Negli ultimi mesi Patrick si è sentito abbandonato dall’Italia. Ora l’Egitto punterebbe ad aiuti Ue come quelli ottenuti dalla Tunisia
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ROMA — La coincidenza di date autorizza a pensare male. Diciannove mesi dopo essere stato rilasciato in attesa di giudizio, archiviate – rinvio dopo rinvio – una decina di udienze presso il tribunale di Mansoura, Patrick Zaki torna in carcere cinque giorni prima dell’attesissimo vertice sull’immigrazione che la premier Giorgia Meloni sta organizzando per il prossimo fine settimana a Roma. Vertice in cui figura, fra gli invitati di primo piano, il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi: leader (che non ha ancora accettato l’invito e probabilmente manderà il primo ministro) di un Paese da cui provengono – le stime sono delle Ong – il 20 per cento dei migranti che negli ultimi mesi hanno raggiunto l’Italia via mare. E che controlla una frontiera con la Tunisia, fondamentale per la gestione dei flussi dei migranti che si imbarcano nel Mediterraneo in cerca di un futuro migliore.

ROMA — La coincidenza di date autorizza a pensare male. Diciannove mesi dopo essere stato rilasciato in attesa di giudizio, archiviate – rinvio dopo rinvio – una decina di udienze presso il tribunale di Mansoura, Patrick Zaki torna in carcere cinque giorni prima dell’attesissimo vertice sull’immigrazione che la premier Giorgia Meloni sta organizzando per il prossimo fine settimana a Roma. Vertice in cui figura, fra gli invitati di primo piano, il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi: leader (che non ha ancora accettato l’invito e probabilmente manderà il primo ministro) di un Paese da cui provengono – le stime sono delle Ong – il 20 per cento dei migranti che negli ultimi mesi hanno raggiunto l’Italia via mare. E che controlla una frontiera con la Tunisia, fondamentale per la gestione dei flussi dei migranti che si imbarcano nel Mediterraneo in cerca di un futuro migliore.

Patrick utilizzato come arma di ricatto per chiedere all’Italia finanziamenti a sostegno di un’economia traballante, supporto politico nei confronti di un governo che – a voler essere gentili – non fa del rispetto dei diritti umani una priorità, uno spicchio consistente nella torta da centinaia di milioni di euro che l’Europa si prepara ad erogare alla Tunisia del presidente Kais Saied per fermare i barconi? Fra gli esperti che seguono la regione c’è chi non ha dubbi. «Zaki è letteralmente adoperato come pedina di scambio nelle relazioni bilaterali fra Italia e Egitto – ci dice Timothy Kaldas, vice direttore del Tahrir institute for Middle east policy (Merip) – gli egiziani lo stanno utilizzando per piegare l’Italia sull’immigrazione, esattamente come in passato lo hanno usato per cercare di ammorbidire Roma riguardo al caso di Giulio Regeni».

I contorni di un possibile accordo con l’Egitto non sono ancora chiari, probabilmente perché ancora in discussione: Roma in particolare insiste perché la quadra si trovi intorno a un atto di clemenza unilaterale da parte dell’Egitto, non a un accordo che possa far parlare di uno scambio. La clemenza nelle speranze del governo italiano dovrebbe essere annunciata in coincidenza con il vertice di Roma sull’immigrazione.

Proprio per sminare in anticipo le accuse di uno scambio come quello prospettato da Kaldas, ieri fonti del governo italiano ci tenevano a sottolineare che il dialogo sulla vicenda del ricercatore va avanti da tempo e non è frutto degli sviluppi delle ultime ore: né della sentenza di Mansoura né, tantomeno, del vertice in preparazione a Roma.

Negli ultimi mesi Patrick aveva confessato più volte di non sentirsi più una priorità per il governo italiano: ridotti al minimo i contatti con l’ambasciata del Cairo, inesistenti quelli con Roma. Uno scenario che lo faceva temere per la sua sorte. Ieri, però la premier Meloni in una nota ufficiale ha sottolineato come l’impegno dell’Italia per Patrick «non sia mai cessato» e poi ha parlato di «fiducia» nella possibilità di una «soluzione positiva» della vicenda.

Che ci sia una trattativa in corso lo hanno confermato in queste ore diverse fonti in entrambe le capitali. E, in via indiretta, lo stesso governo egiziano: immediatamente dopo la sentenza di condanna – come ha riportato il giornale on line Mada Masr, una delle poche fonti di informazione indipendente rimaste nel Paese – tre componenti di primo piano hanno lasciato il Dialogo nazionale, l’iniziativa per il confronto con l’opposizione che il presidente Al Sisi ha lanciato qualche settimana fa con lo scopo di arginare le accuse di voler ridurre al silenzio chi non la pensa come lui a suon di arresti e intimidazioni. Le motivazioni delle dimissioni puntavano dritte verso il caso Zaki, sottolineando l’ipocrisia di un governo che pretende di parlare con i dissidenti mentre continua a perseguire una politica di incarcerazioni di massa.

Immediatamente il coordinatore generale del Dialogo, Diaa Rashwan, ha chiesto al presidente «di utilizzare i suoi poteri legali e costituzionali per l’immediato rilascio» di Zaki . Gli ha fatto eco il componente della Commissione per la grazia presidenziale, Mohamad Abdelaziz, spiegando che l’organismo di cui è parte aveva «ricevuto rassicurazioni sul ricercatore Patrick George Zaki».

Se tutto questo si tradurrà in reali passi avanti solo il tempo potrà dirlo. I precedenti purtroppo non giocano a favore del governo egiziano: ci sono le promesse mai mantenute di collaborazione giudiziaria sul caso di Giulio Regeni, ucciso al Cairo nel 2016. E ci sono gli impegni presi da Al Sisi con il governo britannico sulla sorte di Alaa Abdel Fatah, il più noto oppositore del Paese, cittadino egiziano ma anche britannico, in carcere da anni. Il presidente aveva assicurato Londra che sarebbe stato rilasciato al termine dei lavori della conferenza sul clima Cop27 che si è tenuta a Sharm el Sheik a novembre: ma ad oggi Abdel Fatah è ancora in carcere.

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