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Nagorno-Karabakh, trattative in stallo con l’Azerbaigian. Il primo ministro armeno: “Senza un trattato di pace si rischia la guerra”

Il primo ministro armeno Pashinyan

 (afp)
Il 15 luglio Pashinyan e il presidente azero si sono incontrati a Bruxelles in un vertice mediato dal presidente del Consiglio europeo per arrivare a un accordo nei negoziati
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TBILISI - “Fintanto che non è stato firmato un trattato di pace, e non è stato ratificato dai parlamenti dei due Paesi, la guerra resta, ovviamente, molto probabile”. Così il primo ministro armeno Nikol Pashinyan in un’intervista rilasciata venerdì ad Agence France-Press, mentre i negoziati tra Baku e Yerevan, condotti su due tavoli paralleli – Washington e Bruxelles da un lato, Mosca dall’altro –, non riescono ancora a raggiungere un’intesa.

La guerra del 2020, che ha visto l’Azerbaigian rientrare in possesso di tutti i territori persi negli anni Novanta, si è conclusa con un cessate il fuoco mediato dalla Russia. Manca, ad oggi, un accordo di pace. La tregua, violata in numerose occasioni e nel modo più flagrante nel settembre del 2022, appare costantemente appesa a un filo. Il Nagorno-Karabakh, al centro delle ostilità, si trova sull’orlo di una crisi umanitaria. La sua popolazione, presa in ostaggio. “Un processo di genocidio in corso”, per dirla con le parole di Pashinyan.

Da p…

TBILISI - “Fintanto che non è stato firmato un trattato di pace, e non è stato ratificato dai parlamenti dei due Paesi, la guerra resta, ovviamente, molto probabile”. Così il primo ministro armeno Nikol Pashinyan in un’intervista rilasciata venerdì ad Agence France-Press, mentre i negoziati tra Baku e Yerevan, condotti su due tavoli paralleli – Washington e Bruxelles da un lato, Mosca dall’altro –, non riescono ancora a raggiungere un’intesa.

La guerra del 2020, che ha visto l’Azerbaigian rientrare in possesso di tutti i territori persi negli anni Novanta, si è conclusa con un cessate il fuoco mediato dalla Russia. Manca, ad oggi, un accordo di pace. La tregua, violata in numerose occasioni e nel modo più flagrante nel settembre del 2022, appare costantemente appesa a un filo. Il Nagorno-Karabakh, al centro delle ostilità, si trova sull’orlo di una crisi umanitaria. La sua popolazione, presa in ostaggio. “Un processo di genocidio in corso”, per dirla con le parole di Pashinyan.

Da più di sette mesi, il territorio a maggioranza etnica armena situato all’interno dei confini dell’Azerbaigian è isolato dal mondo esterno. Era il 12 dicembre dello scorso anno, quando un gruppo di sedicenti ambientalisti azeri dava inizio all’interruzione dell’unica strada che dal Nagorno-Karabakh conduce in Armenia, da cui dipende per le forniture di numerosi beni di prima necessità, dai medicinali, alla benzina, a diversi generi alimentari.

Un blocco che con il trascorrere dei mesi è diventato progressivamente più rigido, mentre il coinvolgimento diretto di Baku si faceva sempre più manifesto. Persino il Comitato internazionale della Croce Rossa (ICRC), accusato di contrabbandare cellulari e sigarette, si è visto negare l’accesso per alcuni giorni. Le evacuazioni dei pazienti più gravi sono riprese il 15 luglio, ma il clima in cui l’organizzazione umanitaria si trova a operare è molto complesso.

Secondo quanto denunciato dalle autorità de facto del Nagorno-Karabakh, l’Azerbaigian avrebbe fermato alcuni veicoli della Croce Rossa pretendendo che i malati trasportati venissero esaminati da medici azeri. Ai peacekeeper russi, stanziati a protezione del corridoio di Lachin come parte dell’accordo di cessate il fuoco, e che rappresentavano il solo tramite per il trasporto di aiuti alla popolazione, è stato interdetto l’accesso all’area dallo scorso 15 giugno.

“Quando parliamo di crisi umanitaria”, ha detto Pashinyan, “a molti può sembrare un termine politico o un titolo buono per i giornali, ma passiamo alla sostanza. In Nagorno-Karabakh non c’è olio, non c’è zucchero, non ci sono prodotti per l’igiene intima, non c’è burro, mancano molti tipi di alimenti”. L’assenza di carburante fa il resto, rendendo ad esempio difficile far arrivare i beni agricoli prodotti localmente ai consumatori, o il grano ai mulini, quindi ai panifici, dove non si può cuocere il pane a volumi industriali per la scarsità di elettricità e di combustibile.

La penuria rende i prodotti disponibili molto più costosi. Anche la popolazione è limitata nei movimenti dalla mancanza di benzina. Oltre il 90 per cento delle donne incinte è affetta da anemia, ha rivelato nei giorni scorsi un ministro de facto del Nagorno-Karabakh, aggiungendo che dall'inizio del blocco il numero di aborti spontanei è raddoppiato.

“L'avvertimento lanciato del primo ministro armeno sul rischio di guerra, di pulizia etnica e di atti di genocidio contro gli armeni del Karabakh deriva dalla consapevolezza del fatto che per l'Azerbaigian la guerra nel 2020 non è stata completata”, commenta a Repubblica Richard Giragosian, direttore del Regional Studies Center di Yerevan e tra i massimi esperti dell’area, già consulente, tra gli altri, dell’Osce e del dipartimento di Stato americano. “L'Azerbaigian rimane impegnato nella conquista del Karabakh, ed è incoraggiato dall’assenza di una reale deterrenza. Inoltre, l'incapacità russa di far rispettare il cessate il fuoco e l’umiliante debolezza delle forze di pace russe schierate a protezione del Karabakh hanno evidenziato la necessità dell'impegno occidentale”.

L’ultimo incontro tra il primo ministro armeno e il presidente azero Ilham Aliyev è avvenuto sabato scorso a Bruxelles, con la mediazione del presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Al termine del meeting, Michel ha rilasciato una nota ufficiale in cui riconosceva che “ci troviamo in una delle fasi più comprensive e vigorose dei negoziati tra Armenia e Azerbaigian”. Ma c’è un nodo, che appare molto difficile da sciogliere. Ed è proprio quello che riguarda la sorte della popolazione del Nagorno-Karabakh.

Yerevan chiede qualche tipo di formato internazionale che protegga la sicurezza e i diritti dei civili di etnia armena, mentre Baku, da una evidente posizione di forza, intende trattare la questione unicamente come un affare di politica interna. “Sembra probabile che un trattato di pace sarà firmato entro la fine dell'anno”, afferma Giragosian, “ma […] sarà limitato alle relazioni bilaterali e interstatali, con poca incidenza reale sullo status o sulla sicurezza del Nagorno-Karabakh. Un'ulteriore preoccupazione deriva dalla mancanza di fiducia nella volontà dell’Azerbaigian di rispettare i termini di tale trattato di pace […]. L'Occidente deve fare molto di più per garantire una pace duratura a seguito della firma di qualsivoglia accordo. Deve esserci un prezzo punitivo da pagare a fronte di qualsiasi violazione”.

“Qualsiasi genocidio di cui abbiamo conoscenza”, è forse il passaggio più forte dell’intervista di Pashinyan a Afp, “non è iniziato con qualcuno che una mattina si è svegliato e ha iniziato a uccidere e massacrare le persone. Pensiamo all’Olocausto, quello che il mondo conosce meglio. […] È durato anni, è stato un processo che avrebbe potuto essere agevolmente previsto. È stato espresso nella retorica, è stato espresso nella politica”. Questo, secondo il primo ministro armeno e numerosi osservatori internazionali, è il rischio supremo, questo il pensiero che dovrebbe essere sempre presente quando si guarda alla situazione nel Nagorno-Karabakh.

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