Niger, la fuga degli europei. I Paesi vicini pronti all’attacco
di Beatrice BianchiNIAMEY — L’attesa è quel sentimento ambivalente fatto di speranza e di ansia che si fa strada nel cuore e che lentamente ti penetra nelle vene. L’attesa di centinaia di italiani ed europei nella giornata di martedì 1 agosto a Niamey. Mentre l’ipotesi di un intervento armato per spodestare i golpisti si fa sempre più strada, le cancellerie europee hanno dato l’allerta ai loro connazionali. Si deve evacuare. Subito.
Nelle prime ore del 28 luglio siamo stati chiamati dai funzionari dell’ambasciata italiana a Niamey. Uno a uno, in un esercizio che ha richiesto pazienza e determinazione. Non se ne deve lasciare indietro neanche uno. L
’ambasciata contatta tutti gli italiani, chiede conferma a ciascuno della volont…
NIAMEY — L’attesa è quel sentimento ambivalente fatto di speranza e di ansia che si fa strada nel cuore e che lentamente ti penetra nelle vene. L’attesa di centinaia di italiani ed europei nella giornata di martedì 1 agosto a Niamey. Mentre l’ipotesi di un intervento armato per spodestare i golpisti si fa sempre più strada, le cancellerie europee hanno dato l’allerta ai loro connazionali. Si deve evacuare. Subito.
Nelle prime ore del 28 luglio siamo stati chiamati dai funzionari dell’ambasciata italiana a Niamey. Uno a uno, in un esercizio che ha richiesto pazienza e determinazione. Non se ne deve lasciare indietro neanche uno. L
’ambasciata contatta tutti gli italiani, chiede conferma a ciascuno della volontà di partire o di restare. Verifica due volte. Dà istruzioni precise, cerca coloro che non rispondono. E continuerà a farlo fino all’ultimo. Poi dà l’ordine. Tutti gli italiani si devono ritrovare nei locali dell’ambasciata. Bisogna agire in fretta.
Questa mattina la notizia dell’evacuazione lanciata dalla Francia ha fatto il giro dei media internazionali e locali e da quel momento è partito il conto alla rovescia. Ogni minuto è prezioso. L’Italia gestisce l’evacuazione dei propri cittadini da sola.
In Niger gli italiani sono amati dalla popolazione e apprezzati e rispettati dall’esercito, e questo può essere determinante. Giorni di lavoro frenetici hanno permesso al nostro governo di garantire un aereo per gli italiani, negoziare, ottenere i permessi. E ci sono riusciti.
Non possono permettere che la tensione crescente scaturita dalla notizia dell’evacuazione metta in percolo l’operazione. La parola d’ordine è mantenere il segreto. All’ambasciata gli uomini del Colonnello Conte chiedono ai connazionali di non dire nulla, di non informare nemmeno le famiglie.
Durante la mattinata l’ambasciata si riempie di connazionali. Alcuni tardano ad arrivare. Con noi ci sono anche cittadini di altri paesi europei e americani le cui cancellerie hanno chiesto aiuto all’Italia. Il Colonnello Conte rassicura una di loro, non lascerà indietro nessuno. Verso le 13 viene servito un piatto di pasta al pomodoro. È un gesto che rassicura. Intanto arrivano informazioni sull’evacuazione francese e degli altri europei che tarda a cominciare.
I sentimenti si mescolano. L’attesa di chi non può fare nulla che affidarsi. La pena per gli amici che aspettano in albergo, senza sapere se e come si evolveranno le cose. noi siamo al sicuro, loro no, non ancora. E poi la paura, quella vera, per i nigerini.
Per il presidente. La sua, di attesa, è la più lacerante. Sono otto giorni che Mohamed Bazoum è in ostaggio dei golpisti. E la sua vita è sempre più in bilico ogni giorno che passa. Sa che gli europei lasciano il Niger, e sa cosa significa. Forse l’uomo avrebbe capitolato. Ma non il Leader. Mohamed Bazoum ha combattuto tutta la vita per gli ideali di democrazia. E continuerà a combattere rischiando la sua stessa vita.
I pensieri vanno ai nigerini, che da anni mi accolgono come una sorella, e che in questi giorni non hanno esitato a fare tutto quello che hanno potuto per sostenermi. Alcuni hanno anche corso grossi rischi per farlo. Negli sguardi degli italiani radunati all’ambasciata si legge la stessa angoscia. In tanti parlano di quanto amino lavorare qui. Alcuni hanno perfino rinunciato a partire per restare a fianco dei nigerini.
Poco dopo le 14 il Colonnello Conte ordina di partire. I suoi uomini coordinano il viaggio dall’ambasciata. Saliamo sui pulmini con la bandiera italiana, quella bandiera che oggi come mai può fare la differenza tra partire e restare. Il convoglio scortato dai militari nigerini percorre le vie di Niamey per arrivare nella base militare italiana.
Le strade della capitale sono tranquille, ha smesso da poco di piovere. La gente osserva, pacifica, il passaggio del convoglio. Nessuno può prevedere cosa succederà nelle prossime ore.
Mancano cinque giorni allo scadere dell’ultimatum dell’Ecowas: se i golpisti non dovessero cedere, la comunità regionale è pronta a intervenire militarmente. Il Presidente della Nigeria Bola Tinubu, eletto ai vertici della comunità regionale pochi giorni fa, è stato chiaro: non saranno tollerati altri colpi di stato nella regione, e il vertice dell’Ecowas domenica scorsa ha pronunciato l’ultimatum. Francia e Stati Uniti sono stati contattati. Ogni ora che passa l’intervento militare diventa un’opzione sempre più concreta.
Ci vuole circa mezz’ora per arrivare dentro la base militare italiana. Ad accoglierci gli uomini del nostro contingente. Ci aspettano davanti alla chiesetta della base, intitolata a Giovanni Paolo II.
Nella base le ore scorrono tranquille. Il generale in capo Ruzzon e i suoi uomini si prendono cura di noi come possono. Prevale un clima ordinato, tranquillo. Siamo sereni, ma la preoccupazione per gli amici che non sanno ancora se e quando riusciranno a partire rimane. Arrivano i video dall’aereoporto dove i francesi organizzano l’evacuazione, la folla di europei è enorme.
La mente va all’evacuazione da Kabul. Oggi il mondo guarda a Niamey: non sappiamo cosa succederà qui tra pochi giorni e se vincerà la democrazia o la dittatura militare.
Giovedì si celebra la festa dell’indipendenza del Niger, che la popolazione festeggia piantando alberi in questa terra desertica, dove il vento soffia la sabbia del Sahara, e dove la terra e il cielo a volte paiono non avere confini. Crocevia di popoli, Paese di agricoltori che ogni giorno lottano con la siccità e di nomadi, di pastori che percorrono chilometri nel deserto verso le oasi.
Il Paese di Diori Hamani, che l’ha guidato attraverso l’indipendenza; di Mano Dayak, che negli anni ‘90 ha guidato la rivoluzione tuareg. E di Mohamed Bazoum: il leader che si batte per la democrazia, per il Niger, per l’Africa.
L’attesa, ancora. Sono oramai le 18 a Niamey e il sole accenna a tramontare. I soldati ci fanno compagnia. Il cappellano militare Don Fausto ha parole gentili per ognuno di noi, dal suo sguardo traspira l’apprensione per un popolo che conosce da qualche mese e che ha imparato ad amare.
Pochi minuti dopo le 18 arrivano altri due pulmini. Sono coloro che non erano riusciti ad arrivare in tempo all’ambasciata. In uno straordinario sforzo logistico hanno recuperato anche loro.
Partiamo. Profondamente riconoscenti per quanto il nostro Paese e i nostri militari hanno fatto per noi. Tra qualche ora saremo in Italia. Lo sguardo sul Niger, terra di accoglienza. Chi scrive sa quanto alcuni nigerini abbiano agito per far sì che tutto questo potesse verificarsi, che gli italiani potessero partire. E non ci sono parole per esprimere la gratitudine.
(L’autrice è analista della Fondazione Med-Or)