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Il Papa ai giovani: “Siate inquieti, è l’antidoto al narcisismo”. E chiede: “Ascoltate le sofferenze del pianeta”

(afp)
Inaugura la Giornata mondiale della gioventù di Lisbona con 500mila ragazzi da tutto il mondo, compresa Ucraina, Russia e Cina. Ascolta le testimonianze di un gruppo di ucraini. E mette in guardia dagli algoritmi dei social e dalle indagini di mercato
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Ad una Giornata mondiale dalla gioventù segnata dalla fragilità – la guerra in Ucraina, la crisi climatica, le conseguenze della pandemia – papa Francesco ha esortato i ragazzi giunti a Lisbona da tutto il mondo a riscoprire il valore dell’inquietudine.

“Fare domande è giusto, anzi spesso è meglio che dare risposte, perché chi domanda resta inquieto e l’inquietudine è il miglior rimedio all’abitudine, a quella normalità piatta che anestetizza l’anima”, ha detto Jorge Mario Bergoglio a 500mila ragazzi radunati nel tardo pomeriggio al parque Eduardo VII per la cerimonia di apertura della “Gmg”, una folla punteggiata di bandiere delle nazioni più disparate, dalla Spagna al Brasile, dalle Filippine alla Guinea, dall’Italia agli Stati Uniti, e anche la Cina, sventolata con orgoglio da un gruppo di alcune decine di cattolici partiti da Chongqing.

Ad una Giornata mondiale dalla gioventù segnata dalla fragilità – la guerra in Ucraina, la crisi climatica, le conseguenze della pandemia – papa Francesco ha esortato i ragazzi giunti a Lisbona da tutto il mondo a riscoprire il valore dell’inquietudine.

“Fare domande è giusto, anzi spesso è meglio che dare risposte, perché chi domanda resta inquieto e l’inquietudine è il miglior rimedio all’abitudine, a quella normalità piatta che anestetizza l’anima”, ha detto Jorge Mario Bergoglio a 500mila ragazzi radunati nel tardo pomeriggio al parque Eduardo VII per la cerimonia di apertura della “Gmg”, una folla punteggiata di bandiere delle nazioni più disparate, dalla Spagna al Brasile, dalle Filippine alla Guinea, dall’Italia agli Stati Uniti, e anche la Cina, sventolata con orgoglio da un gruppo di alcune decine di cattolici partiti da Chongqing.

Ucraini e russi

In mattinata il Papa ha incontrato un gruppo di 15 giovani pellegrini dall’Ucraina e, ha riferito al Servizio di informazione religiosa padre Roman Demush, “si è scusato davanti ai giovani, dicendo che non può fare qualcosa di più”. Alla “Gmg” di Lisbona, peraltro, è presente anche un piccolo gruppo di ragazzi russi. La Santa Sede ha però escluso che il Papa voglia fare incontrare russi e ucraini: non è il momento per gesti del genere, fanno notare in Vaticano, che rischiano solo di esacerbare gli animi.

Progresso e regresso

Jorge Mario Bergoglio ha sollecitato i giovani a farsi interrogare dai problemi del mondo, a partire dalla sofferenza del pianeta, perché questa è “la generazione che può vincere questa sfida: avete gli strumenti scientifici e tecnologici più avanzati”, ha detto ai giovani universitari della Universidade Católica Portuguesa che ha incontrato in mattinata, “ma, per favore – ha precisato – non cadete nella trappola di visioni parziali. Non dimenticate che abbiamo bisogno di un’ecologia integrale, di ascoltare la sofferenza del pianeta insieme a quella dei poveri; di mettere il dramma della desertificazione in parallelo con quello dei rifugiati; il tema delle migrazioni insieme a quello della denatalità; di occuparci della dimensione materiale della vita all’interno di una dimensione spirituale”.

La risorsa dell’inquietudine

Il tema dell’inquietudine è tornato più volte. “Non dobbiamo aver paura di sentirci inquieti, di pensare che quanto facciamo non basti”, ha detto agli universitari. “Essere insoddisfatti, in questo senso e nella giusta misura, è un buon antidoto contro la presunzione di autosufficienza e il narcisismo”, ha sottolineato, raccomandando agli studenti di non considerata il titolo di studio “solo come una licenza per costruire il benessere personale, ma come un mandato per dedicarsi a una società più giusta e inclusiva, cioè più progredita”.

Concetti riecheggiati quando Francesco ha fatto visita alla sede delle Scholas Occurrentes, una ‘iniziativa che già a Buenos Aires aveva sostenuto per assicurare un’istruzione ai ragazzi delle favelas. Con un pennello ha completato, tracciando un cerchio verde, un murales di 3,5 chilometri realizzato dai giovani. “Una vita senza crisi è come l’acqua distillata”, ha detto: “E’ asettica, senza sapore, non si può bere, non serve a niente se non ad essere conservata”.

Diffidare degli algoritmi

Nel grande parco al centro di Lisbona, a sera, ha pungolato i ragazzi a non cercare risposte semplici, “che lasciano il vuoto dentro”: “Vorrei farti notare una cosa”, ha detto immaginando un colloquio con un giovane interlocutore: “Tanti, oggi, sanno il tuo nome, ma non ti chiamano per nome. Il tuo nome infatti è noto, appare sui social, viene elaborato da algoritmi che gli associano gusti e preferenze. Tutto questo però non interpella la tua unicità, ma la tua utilità per le indagini di mercato”. Invece, è la ricetta del Papa, “nel dialogo della preghiera, Dio ti prende in contropiede: tu fai delle domande e lui non ti dà delle semplici risposte, perché non è un motore di ricerca, ma l’amico vero”. E nella Chiesa, ha detto il Papa che ha scandito, nel discorso pronunciato in spagnolo, “c’è posto per tutti, tutti, tutti”.

Dall’Iran all’Ucraina

Tra i ragazzi che hanno introdotto l’incontro all’ateneo cattolico, una studentessa iraniana ha raccontato le proprie peripezie: “Inizialmente sfollata dal mio Paese, l’Iran, mi sono rifugiata in Ucraina, dove una vera guerra mi ha fatto sentire come sopravvissuta”, ha detto Mahoor Kaffashian: “Dopo tutto quello che ho passato, dopo il sentimento costante di assenza di un focolare, della famiglia, degli amici, dopo essere rimasta senza casa, senza università, senza soldi, so che il concetto di forza non vuole dire che non mi senta stanca, esausta e abbattuta dal dolore e dalle perdite; significa solo che ho la forza, la fede e il coraggio per andare avanti”.

Una testimonianza ripresa dal Papa, che ha sottolineato come “in questo frangente storico le sfide sono enormi e i gemiti dolorosi, ma abbracciamo il rischio di pensare che non siamo in un’agonia, bensì in un parto; non alla fine, ma all’inizio di un grande spettacolo. Siate dunque protagonisti di una “nuova coreografia” che metta al centro la persona umana, siate coreografi della danza della vita”. Senza nascondere le fragilità di questa epoca, ma facendosene inquietare per cercare le risposte.

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