Al via il vertice sull'Amazzonia: conto alla rovescia per salvare il polmone verde del mondo
di Daniele MastrogiacomoLIMA – Salviamo l’Amazzonia per salvare il mondo. Non è uno slogan, è un imperativo. Una strada obbligata, una scelta che non possiamo più rinviare. Perché segnerà il nostro futuro e condizionerà l’esistenza delle prossime generazioni. Per due giorni, oggi e domani, 8 paesi del bacino Amazzonico (Brasile, Bolivia, Ecuador, Colombia, Venezuela, Perù, Guyana e Suriname) ne discuteranno a Belém do Pará, nel nordest del Brasile. Un vertice importante, non un semplice incontro tra capi di Stato che ne approfittano per redimere contrasti o rinsaldare vecchie alleanze. Il grande ammalato è l’Amazzonia.
A questo immenso polmone verde che filtra i nostri gas tossici, svolgendo il ruolo del guardiano del mondo, saranno dedicate tutte le cure necessarie. Sul tavolo c’è già un piano con alcune proposte concrete. Lo hanno messo a punto i presidenti Inácio Lula da Silva e Gustavo Petro che si sono visti a luglio a Leticia, la cittadina che unisce i confini di Perù, Brasile e Colombia. La president…
LIMA – Salviamo l’Amazzonia per salvare il mondo. Non è uno slogan, è un imperativo. Una strada obbligata, una scelta che non possiamo più rinviare. Perché segnerà il nostro futuro e condizionerà l’esistenza delle prossime generazioni. Per due giorni, oggi e domani, 8 paesi del bacino Amazzonico (Brasile, Bolivia, Ecuador, Colombia, Venezuela, Perù, Guyana e Suriname) ne discuteranno a Belém do Pará, nel nordest del Brasile. Un vertice importante, non un semplice incontro tra capi di Stato che ne approfittano per redimere contrasti o rinsaldare vecchie alleanze. Il grande ammalato è l’Amazzonia.
A questo immenso polmone verde che filtra i nostri gas tossici, svolgendo il ruolo del guardiano del mondo, saranno dedicate tutte le cure necessarie. Sul tavolo c’è già un piano con alcune proposte concrete. Lo hanno messo a punto i presidenti Inácio Lula da Silva e Gustavo Petro che si sono visti a luglio a Leticia, la cittadina che unisce i confini di Perù, Brasile e Colombia. La presidente peruviana Dina Boluarte non era presente: aveva problemi interni, ha rotto le relazioni con Colombia e Messico, protestato con il Cile per le dichiarazioni di Boric che criticava le ostentazioni muscolari della polizia di Lima. Ci sono ancora 60 vittime delle proteste del dicembre e febbraio scorsi che aspettano giustizia e almeno qualche scusa da parte della prima donna presidente del paese andino. Manderà il suo ministro degli Esteri.
Il piano di Lula e Petro si basa sul rapporto realizzato un mese fa dall’Associazione Amazzonia, un gruppo internazionale di esperti scientifici che gode della massima fiducia. E’ scioccante, senza essere retorici. Sostiene che siamo a un passo dal “punto di non ritorno”. L’Amazzonia potrebbe raggiungerlo se il 20 per cento delle sue foreste e della sua biodiversità andasse perduta. Ne abbiamo distrutto il 17 per cento. Mancano tre punti. Non è una prospettiva di medio periodo. E’ un’emergenza. Va affrontata subito. Ora.
Per capire le funzioni di questo immenso bacino che occupa gran parte del Sudamerica basti pensare che ogni anno assorbe tra le 367 e le 733 gigatonnellate (GT) di CO2 emesse nell’atmosfera. Le conserva come un enorme serbatoio nella sua vegetazione e nel suolo. Raccoglie 29 volte le emissioni di anidride carbonica prodotte dalla Cina, che nel 2021 sono state le maggiori al mondo: 12,47 gigatonnellate. Ospita il 10 per cento della biodiversità globale ed è abitata da 47 milioni di persone, 2 milioni delle quali sono indigeni.
Negli ultimi dieci anni si è fatto poco e male. Si è scelto di nascondere la realtà, di sottostimarla. Si è contrastato quello che era considerato un allarmismo generico che impediva il progresso e rendeva prigioniere le stesse tribù indigene dell’egoismo della società più evolute che per salvare il loro benessere le condannavano all’isolamento. Non è un caso se negli ultimi mesi ha preso forza un negazionismo del cambiamento climatico dicendo che durante l’estate ha sempre fatto caldo e che le piogge torrenziali e i cicloni facevano parte degli imprevisti.
Allora, via libera alla deforestazione, al taglio indiscriminato del verde, al depotenziamento degli organismi di controllo e vigilanza nella foresta pluviale, all’invasione dei minatori illegali che con il mercurio hanno inquinato fiumi e faglie, ai taglialegna che hanno fatto il lavoro sporco dei grandi allevatori alla ricerca di nuovi pascoli. Solo 2022 l’Amazzonia ha perso 1,4 milioni di ettari di foresta primaria. Equivalgono a 3.000 campi di calcio al giorno. E’ il livello di devastazione ambientale più alto degli ultimi 15 anni.
Questo non è un problema estetico, di coscienza ecologica. Influenza il decorso delle stagioni, condiziona l’altalena del freddo col caldo. Obbliga milioni di persone a lasciare i propri territori, contribuisce a quel flusso migratorio con cui ci troviamo a fare i conti. Il vapore acqueo generato dalla foresta aumenta il volume di pioggia che irriga l’agricoltura e disseta le coltivazioni. Oggi non lo fa più. La presenza, dopo tanti anni, del Niño in America meridionale sta creando siccità e problemi idrici, con gli invasi dei fiumi calati sotto il livello di guardia, che si riflettono sui trasporti commerciali. Moltissimi hanno perso lavoro e soldi; altri, case e raccolti.
Inácio Lula da Silva e Gustavo Petro di questo hanno parlato a Leticia. Hanno convenuto che bisogna partire da un obiettivo generale: superare la dipendenza dai combustibili fossili. Come prima misura, il presidente colombiano ha suggerito di sbloccare le risorse per la conservazione della foresta pluviale convertendo il debito.
Cinque gli obiettivi a cui punta il vertice di Belém do Parà per il 2030. Primo: giusta transizione verso emissioni nette 0; progresso nelle promozioni di energie rinnovabili, graduale eliminazione dei gas, protezione della biodiversità. Secondo: deforestazione 0, con relativa riconversione, promozione dell’allevamento del bestiame e dell’agricoltura rigenerativa eliminando il taglio del verde illegale.
Terzo: niente più estrazione illegale di oro e l'uso massiccio di mercurio. Quarto: conservazione dell’80 per cento dell’Amazzonia, cioè foreste, zone rurali, fiumi; rafforzare la sicurezza territoriale delle regioni indigene. Quinto: stimolare la bioeconomia. Favorire iniziative e soluzioni diverse, alternative, che diano lavoro e sostentamento a chi vive nel cuore del nostro Pianeta. Quelli che garantiscono la sopravvivenza a tutti noi.