TUNISI – I golpisti in Niger giocano con il fuoco nella gestione della crisi, sfruttando costantemente una buona dose di ambiguità. Nel fine settimana il generale Abdourahamane Tiani, il nuovo uomo forte di Niamey, si era detto per la prima volta aperto “alla diplomazia e alla pace”, durante l’incontro con un gruppo di capi religiosi arrivati dalla vicina Nigeria. Ma già nella notte la giunta ha ritrovato i suoi toni duri e intransigenti: ha annunciato di voler perseguire il presidente destituito Mohamed Bazoum "per alto tradimento e minaccia contro la sicurezza interna ed esterna del Niger”.
I militari lo faranno presso i tribunali nazionali ma anche internazionali. Assicurano di avere le prove di quanto affermano, compresi scambi di vario tipo tra Bazoum e capi di Stato stranieri e responsabili di organizzazioni internazionali. Intanto, l'uomo politico resta, assieme alla moglie e al figlio, prigioniero dei golpisti nella residenza presidenziale.
Sono chiusi lì dentro dal 26 luglio, in condizioni sempre più dure. Non hanno più elettricità, né acqua corrente e solo pasta e riso da mangiare. I militari vorrebbero che lui firmasse le sue dimissioni, ma Bazoum, democraticamente eletto due anni fa, continua a fare resistenza. Sabato mattina è stato visitato dal suo medico personale che ha detto: “Tutto sommato, ha il morale alto”. Ma fino a quando riuscirà a resistere?
L’Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest, ha deciso il 10 agosto di predisporre una forza militare da utilizzare per un intervento in Niger, se la mediazione con i golpisti non andrà a buon fine. L’organizzazione chiede l’immediata liberazione di Bazoum, ma anche che venga rimesso al potere.
In precedenza, l’Ecowas aveva già varato, il 30 luglio, sanzioni economiche, commerciali e finanziarie contro il Niger, che stanno provocando un forte aumento del costo della vita e black-out continui per l’elettricità (era fornita per il 70% dalla Nigeria, che ha chiuso i rubinetti): incattiviscono la popolazione contro l’Ecowas. Nella notte la giunta nigerina ha definito queste sanzioni “illegali, disumane e umilianti”. E oggi il nuovo premier del Niger, voluto dai golpisti, Mahaman Lamine Zeine, ha definito le sanzioni “una sfida ingiusta”, precisando comunque che “le supereremo”.
L’irrigidimento di Tiani e dei suoi avviene a ruota dopo che il generale era apparso conciliante di fronte alla delegazione di capi religiosi venuta dalla Nigeria (e voluta fortemente da Bola Tinubu, il presidente di questo Paese, che con i suoi 215 milioni di abitanti e la sua forza economica è il gigante dell’area e una pedina fondamentale nella ricerca di una soluzione alla crisi attuale).
Intanto è emerso che ieri sei soldati del Niger e dieci jihadisti sono rimasti uccisi nell’ovest del paese (ed è solo un bilancio provvisorio). I militari hanno inseguito i presunti jihadisti e sono caduti in un’imboscata, a una ventina di km da Sanam, nella regione di Tillaberi, detta anche “delle tre frontiere”, ai limiti con il Mali e il Burkina Faso. Non lontano, lo scorso 9 agosto, cinque soldati del Niger erano rimasti uccisi in un altro attacco.
Le infiltrazioni jihadiste sono il grosso problema del Niger, al pari degli altri Paesi del Sahel. Tiani ha motivato il suo golpe proprio per la “degradazione della sicurezza”, messa sul gobbone dei francesi, che in Niger hanno 1500 soldati, proprio nell’intento di combattere il jihadismo. Sono stati spostati nel Paese l’anno scorso dal vicino Mali, dopo che a Bamako aveva preso il potere una giunta militare dai toni fortemente anti-francesi.
In seguito, il Mali è caduto nell’orbita russa e lì sono arrivati più di 1500 mercenari di Wagner. Ma non si sono rivelati migliori dei francesi e dei loro alleati nel risolvere il problema (anzi, apparentemente sarebbero più inefficaci). Il 50% del territorio nazionale (al pari di quello del Burkina Faso, altro Paese in mano ai golpisti) sarebbe oggi controllato dai jihadisti.