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Afghanistan, la teocrazia talebana ha cancellato le donne. Mai in Afghanistan un regime così cupo

A due anni dalla caduta di Kabul, i mullah non tollerano dissensi, la povertà dilaga, le ragazze non possono più studiare. Chi può tenta la fuga anche rischiando la morte
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Ricevere richieste di aiuto fa parte del mio lavoro di operatore umanitario. Le ragioni sono all’incirca sempre le stesse, problemi di salute e disabilità, disoccupazione, soldi che mancano, problemi con la casa, spese per mandare i figli a scuola o per sposarli, denaro per cominciare piccole attività commerciali o per evitarne il fallimento.

Recentemente mi ha sorpreso un nuovo tipo di richiesta: prestiti per brevi viaggi-vacanza. Si tratta di afghani che in vacanza non sono andati mai, al massimo qualche pic-nic o visite a parenti al villaggio. L’ultimo è stato Abdul Qasim una settimana fa. Era imbarazzato.

"Ho tre figlie adolescenti” ha spiegato. “Da due anni escono poco, niente scuola, neppure a camminare nel parco sono autorizzate, piangono per…

Ricevere richieste di aiuto fa parte del mio lavoro di operatore umanitario. Le ragioni sono all’incirca sempre le stesse, problemi di salute e disabilità, disoccupazione, soldi che mancano, problemi con la casa, spese per mandare i figli a scuola o per sposarli, denaro per cominciare piccole attività commerciali o per evitarne il fallimento.

Recentemente mi ha sorpreso un nuovo tipo di richiesta: prestiti per brevi viaggi-vacanza. Si tratta di afghani che in vacanza non sono andati mai, al massimo qualche pic-nic o visite a parenti al villaggio. L’ultimo è stato Abdul Qasim una settimana fa. Era imbarazzato.

"Ho tre figlie adolescenti” ha spiegato. “Da due anni escono poco, niente scuola, neppure a camminare nel parco sono autorizzate, piangono per un nulla, dicono che non è vita. Vorrebbero le portassi via dall’Afghanistan, qualunque posto andrebbe bene pur di poter continuare a studiare.

Mia moglie fino a qualche tempo fa le riusciva a rincuorare, ora piange anche lei. Secondo il medico devono cambiare aria". Andranno per cinque giorni a Bamiyan, la città dei Budda distrutti e la regione dei laghi. “Dici che servirà?” chiede.

Due anni esatti sono passati dal ritorno dei talebani. Ancora molti afghani non riescono a credere che l’Occidente li abbia combattuti, speso vent’anni e triliardi e infine rimpiazzati con altri talebani. “Siamo punto e daccapo”, sento dire, con l’aggravante che l’Afghanistan all’Occidente non interessa più. Dimenticato.

Spesso mi si chiede se i talebani abbiano portato qualcosa di buono. La sicurezza è migliorata, non più guerra con scontri continui, si viaggia senza rischi, la corruzione è diminuita, gli attacchi suicidi ridotti. Si parla di contratti economici con la Cina, di buone relazioni con in Paesi arabi, di crescita delle esportazioni e di riduzione dei campi di oppio. Ma la gente vive male.

L’Afghanistan è una dittatura teocratica che si considera benedetta dal cielo. Mullah e maulawì sono liberi di interpretare le scritture islamiche, nessuna discussione è possibile, sciiti e ismaeliti sono definiti eretici e appena tollerati. L’etnia pashtun domina, tajiki, hazara e uzbeki sono esclusi.

I talebani non fanno misteri, il mondo deve abituarsi a loro, non mostrano di voler cambiare. Sostengono di avere il supporto dell’intera popolazione (cosa non vera), di essere gli unici capaci di garantire stabilità al Paese (vero al momento).

I rapporti della Banca Mondiale dicono che l’inflazione è diminuita, la valuta stabile, i salari degli impiegati statali pagati, la raccolta tasse in crescita. Sarà. Però non si sono mai visti tanti poveri.

Famiglie che vivevano dignitosamente ora si arrabattano, più della metà della popolazione ha bisogno di assistenza umanitaria, oltre tre milioni di bambini e quasi un milione di donne incinte o con figli piccoli sono malnutrite. Tante le vedove senza sostegno, tanti i bambini costretti a lavorare o a mendicare.

Ieri l’altro il Ministro dei Martiri e dei Disabili (mai capito perché mettere insieme i morti e i vivi) ha annunciato che gli afghani con disabilità registrati dal ministero sono 180mila, dimenticando che le stime più ottimistiche parlano di oltre un milione e mezzo. Il sistema sanitario non offre loro nulla, sono le organizzazioni straniere a provvedere riabilitazione e protesi.

Dei diritti delle donne si è parlato tanto. Sono state spazzate dalla vita pubblica attraverso una lunga serie di editti e divieti (da ieri nella provincia di Helmand ogni voce femminile è bandita dalle radio locali). Niente scuola oltre le elementari (ma già in alcune scuole per le bambine il limite massimo è la terza), lavoro ostacolato, niente sport, proibito viaggiare senza un parente maschio.

Una rete di scuole clandestine è nata, ma i rischi sono enormi. I corsi online sono accessibili a poche. Come stupirsi se migliaia di donne cadono in depressione, si suicidano? Le organizzazioni afghane e internazionali con programmi a loro favore hanno dovuto cambiare i progetti.

Il governo cerca di esercitare uno stretto controllo, introducendo complicati regolamenti, rendendo il lavoro difficile e lento. Nove Onlus, la mia organizzazione, sospesi i programmi di istruzione e formazione femminile, si occupa di donne capofamiglia in difficoltà, di donne disabili e orfanotrofi.

Da anni organizza tornei di basket in carrozzina tra le squadre di varie province. L’ultimo ieri l’altro. Non ho perso una gara, grande successo, ottimo spettacolo. Ma ricordando i tornei passati, quando anche le donne gareggiavano e il settore femminile era gremito di tifose urlanti, a me è venuta una grande tristezza. Non una ragazza, non una presente.

Come stupirsi se sono tante e tante a voler lasciare il Paese, a esporsi a viaggi costosi e pericolosissimi, a morire sulle spiagge del Mediterraneo.

Gli afghani sono gente forte, resiliente, capaci di mostrare un volto sereno di fronte a gravi difficoltà, ma esistono limiti per tutti. Vivo da oltre trent’anni in Afghanistan, ho visto cinque regimi, questo è il periodo più cupo. Per quanto durerà, chiede la gente. Non è mai stato così soffocante e senza prospettive di futuro.

Abdul Qasim è tornato da Bamiyan. Mi mostra le foto scattate. Il posto è meraviglioso. Le figlie sorridono, la moglie non so, ha tenuto il velo sul viso. "Ci ha fatto bene”, dice, spera che i benefici durino. Glielo auguro. Forse dovrei pensare a costituire un fondo prestiti per viaggi-vacanze.

Credo che questo sia il Diario più triste che abbia mai scritto. Chiedo scusa ai lettori.

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