ROMA - La crisi umanitaria afghana è nella lista dei venti Paesi a maggiore rischio per il 2023: si trova al terzo posto, in pieno collasso economico. E’ sceso di due posizioni rispetto al 2022, quando era in cima alla lista dei Paesi a rischio, ma non perché la situazione presenti margini di miglioramento, solo perché si è ulteriormente deteriorata la crisi in Africa orientale. Gli indicatori che collocano l’Afghanistan al terzo posto nella lista della Croce Rossa Internazionale (IRC) vanno dall’insicurezza alimentare ai problemi climatici, passando per il trattamento discriminatorio delle donne, che incide a tutti i livelli. La banca centrale non è in grado di fronteggiare l’emergenza, anche a causa del lungo contenzioso tra i Talebani e gli Stati Uniti per il rilascio dei sette miliardi di dollari che sono stati congelati in seguito al ritiro della Nato da Kabul, con i Talebani riluttanti a fare concessioni alle condizioni poste perché quelle riserve vengano sbloccate. A settembre il Dipartimento di Stato USA ha annunciato lo sblocco di tre miliardi e mezzo confluiti in un fondo fiduciario svizzero detto “Fondo Afghano” che dovrebbero servire a dare un po’ di respiro alla popolazione.
I dati sulla crisi in corso. Il numero più allarmante è che il 97% degli afghani è a rischio di povertà e oltre la metà della popolazione dipende dagli aiuti umanitari. Ogni famiglia spende il 91% delle proprie entrate per mangiare e così molti devono ricorrere al razionamento alimentare per sopravvivere. La crisi economica è aggravata anche dal terzo anno di siccità che il Paese si trova a sopportare. Non piove quasi mai, ma quando piove, ci sono alluvioni potenti e distruttive di campi, raccolti, infrastrutture idriche e non solo. Nel 2022 i Talebani hanno tagliato dell'81% la spesa per i servizi sociali e questo, assieme all’interruzione della gran parte dei finanziamenti internazionali per lo sviluppo, ha quasi azzerato la fornitura di servizi pubblici essenziali.
Quel contenzioso di 7 miliardi che paralizza l'economia. Dopo la rovinosa partenza delle truppe Usa dall'Afghanistan, il governo di Washington decise di risarcire i famigliari delle vittime dell’11 settembre con le risorse della Banca centrale afghana. Decisione che di recente delegittimata da una giudice statunitense. Quel congelamento ha di fatto paralizzato ogni possibile intervento di politica sociale, con una contrazione stimata attorno al 35%, effetto delle sanzioni, del blocco della liquidità monetaria, del sistema bancario e l'isolamento dal circuito internazionale. Il parere della giudice si fonderebbe su diverse ragioni, non ultima quella legata al fatto che la Banca centrale afghana non fa parte della giurisdizione degli Stati Uniti. Senza contare poi che l'intera operazione avrebbe comunque il significato di un esplicito riconoscimento della legittimità dei Talebani a governare il Paese. Ma la vicenda non sembra ancora finita: le indicazioni della giudice dovranno passare al vaglio del giudice distrettuale che potrebbe convalidarle eaccettarle o no. Nel frattempo, Washington e i Talebani stanno cercando un punto di accordo per sbloccare 3.5 miliardi di dollari di un fondo gestito da terzi.
La sospensione di attività umanitarie. L'attuale scenario di crisi afghana è stato arricchito poi dalla decisione dei Talebani di vietare alle donne il lavoro all'interno delle ONG, sia nazionali che internazionali, dopo aver vietato loro anche l’accesso all’università. Si tratta di provvedimenti che fanno arretrare ulteriormente il Paese mettendo a rischio le speranze di pace e stabilità –scrivono le Nazioni Unite in un comunicato. La condanna a queste ordinanze è stata unanime e purtroppo anche le conseguenze non hanno tardato ad arrivare, con tre ONG che hanno deciso di sospendere le attività. A chiudere i battenti sono la svizzera CARE, Save the Children e il Norwegian Refugee Council. Anche la Croce Rossa Internazionale, attiva in Afghanistan dal 1988, sospenderà i suoi progetti nel Paese.
Le reazioni delle ONG. “Non possiamo raggiungere efficacemente le persone che hanno bisogno della nostra assistenza senza il personale femminile”, hanno scritto le tre organizzazioni in un comunicato congiunto. La risposta via Twitter di Zabihullah Mujahid, il portavoce dei Talebani, è stata immediata e perentoria. In pratica Mujahid sostiene che nessuno deve interferire nelle questioni interne dell’Afghanistan e che tutte le organizzazioni che vogliono operare nel Paese sono obbligate a rispettare le norme. In una lettere del 24 dicembre inviata al ministero dell’Economia – riporta Radio Free Europe – i Talebani obiettavano che le ONG straniere impiegavano donne che non rispettavano le normative relative all’uso del velo. “Senza le donne che guidano i nostri interventi, non avremmo potuto raggiungere milioni di afghani bisognosi da agosto 2021. Questa decisione influirà su migliaia di posti di lavoro, nel bel mezzo di una enorme crisi economica” si legge ancora sul sito del Norwegian Refugee Council.