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La sinistra di Die Linke verso la scissione in Germania, tra crisi di leadership e drenaggio voti verso l’AfD

La passionaria Sarah Wagenknecht

 
Le dimissioni di due vertici e l’ombra della secessione da parte della passionaria Sahra Wagenknecht minacciano l’esistenza della formazione che da tempo perde voti a favore dell’estrema destra
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BERLINO – La Linke è in bancarotta. Flagellata da mesi di lotte intestine e dalla spada di Damocle di una scissione, ha perso in pochissimi giorni entrambi i capigruppo al Bundestag. Prima ha gettato la spugna Amira Mohamed Ali, poi il longevo leader Dietmar Bartsch. E secondo alcuni media, all’appuntamento del 4 settembre per scegliere i loro eredi, il rischio è che non si candidi nessuno.

Uno dei motivi per la gravissima crisi della sinistra tedesca ha nome e cognome. Le voci sull’uscita di una delle figure più controverse e carismatiche del partito, Sahra Wagenknecht, si fanno sempre più insistenti. E sono voci cui stanno prestando molta attenzione anche all’estrema destra: dopo anni che l’Afd ha cannibalizzato la Linke soprattutto nei vecchi land della Germania comunista, Wagenknecht è considerata una minaccia, nel partito di ultradestra temono che le sue posizioni critiche sui migranti e sulle misure anti-Covid ma soprattutto la sua sfegatata difesa della Russia possa calamitare…

BERLINO – La Linke è in bancarotta. Flagellata da mesi di lotte intestine e dalla spada di Damocle di una scissione, ha perso in pochissimi giorni entrambi i capigruppo al Bundestag. Prima ha gettato la spugna Amira Mohamed Ali, poi il longevo leader Dietmar Bartsch. E secondo alcuni media, all’appuntamento del 4 settembre per scegliere i loro eredi, il rischio è che non si candidi nessuno.

Uno dei motivi per la gravissima crisi della sinistra tedesca ha nome e cognome. Le voci sull’uscita di una delle figure più controverse e carismatiche del partito, Sahra Wagenknecht, si fanno sempre più insistenti. E sono voci cui stanno prestando molta attenzione anche all’estrema destra: dopo anni che l’Afd ha cannibalizzato la Linke soprattutto nei vecchi land della Germania comunista, Wagenknecht è considerata una minaccia, nel partito di ultradestra temono che le sue posizioni critiche sui migranti e sulle misure anti-Covid ma soprattutto la sua sfegatata difesa della Russia possa calamitare elettori dall’estrema destra all’estrema sinistra.

Dove il “rossobrunismo” è realtà

A est dell’Elba il cosiddetto “rossobrunismo” è una realtà da sempre, l’Afd e la Linke sono considerati partiti che hanno radici soprattutto lì. E lo “scambio” tra elettori avviene da anni. Ma finora è andato soprattutto in una direzione, e l’ultradestra gode di consensi che variano da un quinto a un terzo degli elettori. Mentre la Linke governa ormai solo in Brandeburgo, e con un governo di minoranza. Alcuni istituti come Forsa danno a Wagenknecht un potenziale intorno al 20% - la Linke è crollata ormai da anni intorno al 5% e alle ultime elezioni federali ha superato la soglia di sbarramento per un soffio. Ma i politologi avvisano che i sondaggi sulla ex leader della Linke vanno presi con le pinze.

Nella forza politica scaturita dal vecchio partito comunista della Ddr la frustrazione è alle stelle per molte ragioni. Una l’ha elencata la dimissionaria Mohamed Ali nella lettera in cui ha annunciato che lascia. La Linke sta “scivolando nell’irrilevanza” anche perché “non si oppone in modo deciso alla linea del governo semaforo”. La leader, però, non condivide la convinzione di molti che sia necessario intercettare l’emorragia dei voti dai verdi: vorrebbe un maggiore focus su politiche sociali.

Inoltre Mohamed Ali si oppone alla richiesta recente, presa a maggioranza, che Wagenknecht molli la poltrona della Linke al Bundestag. La richiesta è arrivata dopo il suo annuncio che non si ricandiderà alle elezioni del 2025 con la Linke. E dopo mesi di stillicidio mediatico sul suo possibile nuovo partito. La leader dimissionaria Mohamed Ali è considerata molto vicina alla ‘ribelle’. Bartsch, invece, ha fatto sapere invece di aver maturato la decisione da tempo.

Persino la candidatura di Carola Rackete al Parlamento europeo ha spaccato il partito. Le posizioni pro-migranti e l’ambientalismo radicale dell’ex capitana della Sea Watch che ha sfidato Matteo Salvini non piacciono a una parte della Linke che tenta palesemente di riacchiappare voti dall’Afd. Il parlamentare del Bundestag Alexander Ulrich ha sottolineato che “non possiamo accogliere tutti coloro che tentano di venire qui”.

Ulrich è considerato vicino a Wagenknecht, che fu la prima, durante la crisi dei profughi di otto anni fa, a suscitare enormi malumori nel suo partito dopo aver rotto con la posizione di apertura verso i migranti che aveva sempre contraddistinto la sinistra tedesca. Ulrich ha definito dunque la candidatura di Rackete “un regalo all’Afd”.

I “selvaggi 13”, i movimentisti e i veterani

I 39 parlamentari della Linke possono essere suddivisi in tre grandi gruppi. Oltre ai “selvaggi 13” come vengono chiamati i probabili scissionisti wagenknechtiani, c’è la pattuglia dei movimentasti riuniti intorno all’attuale presidente del partito, Janine Wissler: sono giovani, ambientalisti e sono stati ribattezzati da alcuni vecchi “gli scemi” (il che dà già conto dell’aria mefitica che si respira nella sinistra tedesca). Infine la squadra dei veterani come Bartsch o Gregor Gysi. Una delle possibili candidate alla successione di Mohamed Ali e Bartsch è proprio Wissler. Ma anche lei divide gli animi. Ed è reduce da un grave scandalo di molestie che ha coinvolto il suo compagno e altri esponenti del partito.

Wagenknecht, intanto, prende tempo. E quanto il suo atteggiamento stia creando nervosismi a tutti i livelli lo dimostra un titolo del quotidiano di sinistra Taz: “E fondatevi!”. Lei aveva già fatto un tentativo di creare un suo movimento cinque anni fa, “Aufstehen”, “Alzarsi”, che aveva attirato nei primi 100 giorni 167mila sostenitori - e molti elettori Afd. Ma il movimento era morto quasi subito.

A marzo di quest’anno, reduce dal palco di manifestazioni contro l’invio di armi in Ucraina cui avevano partecipato anche militanti dell’ultradestra, Wagenknecht ha motivato la sua cautela nel lancio di una nuova forza politica proprio con l’esperienza fallimentare di “Aufstehen”. Ma anche con l’oggettiva difficoltà di costruire una rete credibile di supporto in tutto il Paese. Non voglio essere una “one-woman-band”, aveva sottolineato allora. Aggiungendo “e non voglio concludere la mia carriera con un flop”. A Berlino però sono certi che il suo annuncio arriverà verso la fine dell’anno. E che per le Europee ci sarà una lista Wagenknecht.

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