Russia, il crollo del rublo spinge i migranti economici a tornare a casa
di Riccardo RicciMOSCA - Un gran numero di lavoratori stranieri potrebbe lasciare la Russia a causa dell'indebolimento del rublo, che da giugno è in progressiva svalutazione rispetto alle principali valute straniere. I guadagni stanno diventando sempre più paragonabili ai redditi in patria e il cambio sfavorevole con il dollaro intacca parte delle rimesse.
Secondo la Banca Centrale il tasso reale con le valute dei principali partner economici della Russia da inizio anno è sceso del 26,4 per cento. Non si sono rinforzati solo dollaro ed euro, ma anche le monete dei Paesi ex sovietici, da cui proviene la maggior parte dei lavoratori: il somoni tagiko, il som kirghizo e il sum uzbeko.
Oltre il 90 per cento dei migranti proviene dai Paesi della Comunità di stati indipendenti, di questi oltre l’80 per cento dall’Asia centrale. La restante parte, soprattutto dal Caucaso meridionale, dalla Bielorussia e dall’Ucraina. Gli uzbeki rappresentano la quota maggiore, seguiti da tagiki, kirghizi, kazaki.
Da un …
MOSCA - Un gran numero di lavoratori stranieri potrebbe lasciare la Russia a causa dell'indebolimento del rublo, che da giugno è in progressiva svalutazione rispetto alle principali valute straniere. I guadagni stanno diventando sempre più paragonabili ai redditi in patria e il cambio sfavorevole con il dollaro intacca parte delle rimesse.
Secondo la Banca Centrale il tasso reale con le valute dei principali partner economici della Russia da inizio anno è sceso del 26,4 per cento. Non si sono rinforzati solo dollaro ed euro, ma anche le monete dei Paesi ex sovietici, da cui proviene la maggior parte dei lavoratori: il somoni tagiko, il som kirghizo e il sum uzbeko.
Oltre il 90 per cento dei migranti proviene dai Paesi della Comunità di stati indipendenti, di questi oltre l’80 per cento dall’Asia centrale. La restante parte, soprattutto dal Caucaso meridionale, dalla Bielorussia e dall’Ucraina. Gli uzbeki rappresentano la quota maggiore, seguiti da tagiki, kirghizi, kazaki.
Da un sondaggio condotto tra i membri della comunità uzbeka di Mosca, ripreso dal quotidiano Vedomosti, è emerso che la metà pensa di lasciare la Russia a causa del rincaro del dollaro: un altro 25 per cento è indeciso. Secondo il rappresentante della diaspora uzbeka, Bakhrom Ismailov, la fuga di migranti verso altri Paesi potrebbe verificarsi soprattutto nei settori meno pagati, come vendita al dettaglio, ristorazione, pulizie, catering, consegne a domicilio, agricoltura.
Il presidente dell'Unione russa dei tagiki, Abdullo Davlatov, ritiene invece che il deprezzamento del rublo possa spiegare solo in parte la tendenza al riorientamento dei connazionali verso altre aree geografiche. Se in precedenza Russia e Kazakhstan erano le destinazioni più popolari per i tagiki, ora lo sono la Corea del Sud per gli impieghi nell’edilizia e il Regno Unito per la stagione agricola.
A pesare sarebbero la rigida politica migratoria e l’atteggiamento vessatorio delle forze dell’ordine, ritiene Jurij Moskovskij direttore della Ong Dobrososedstvo. Sarebbe il caso, in particolare, dei moldavi, che oggi preferiscono cercare lavoro in Europa.
La fuga dei migranti dalla Russia si presenta come un’inversione di tendenza, sia nel confronto con i primi mesi del 2023 che rispetto agli anni precedenti. Nel primo trimestre del 2023, sono arrivati nel Paese in cerca di lavoro 1,3 milioni di stranieri: un numero una volta e mezzo superiore allo stesso periodo dello scorso anno. Alla fine del 2022 le statistiche parlavano di crescita dei flussi, nonostante la crisi innescata dalle sanzioni: 3,5 milioni di arrivi contro i 2,6 del 2021, quando erano in vigore le restrizioni per il Covid.
Secondo uno studio della ricercatrice dell’Accademia di economia nazionale Julia Florinskaja, in tutto il primo anno dall'inizio dell'operazione speciale il numero di lavoratori migranti non è sceso sotto i tre milioni di persone. A maggio dello scorso anno la presenza ha quasi pareggiato i dati degli anni precedenti alla pandemia.
A trattenere i migranti in Russia, secondo l’esperto dell’Università Finanziaria Andrej Gusev, è stato proprio l’inatteso rafforzamento della valuta di metà 2022, quando dollaro ed euro erano scambiati intorno ai 50 rubli. È un quadro decisamente diverso dall’esodo dei cosiddetti expat, gli specialisti di alto livello provenienti da Europa e Nord America, che sono stati costretti a lasciare la Russia sulla scia delle aziende straniere a partire dalla fine di febbraio.
In un contesto di disoccupazione in calo, con solo il 3,1 per cento della forza lavoro attualmente inoccupata, il fabbisogno di manodopera straniera è destinato a crescere. Ai ritmi attuali secondo il Ministero del Lavoro nel 2030 il Paese avrà bisogno di 3,5 milioni di lavoratori, quasi mezzo milione in più rispetto al 2022. La quota di dipendenti stranieri nelle aziende nazionali dovrebbe sfiorare il cinque per cento.
Il bisogno di manodopera straniera è tanto sentito dalle aziende russe che a febbraio di quest’anno il commissario presidenziale per i diritti delle imprese, Boris Titov, ha proposto al governo di estendere la validità dei permessi di lavoro e di introdurre meccanismi di riabilitazione dei migranti espulsi.
Il Ministero dell’interno ha accolto la prima proposta, ma si è opposto al ritorno di individui potenzialmente pericolosi: il rischio è di indebolire la rigida disciplina migratoria. Come riaffermato a maggio dal presidente Vladimir Putin in una riunione sulle relazioni interetniche la politica migratoria deve pur sempre seguire gli interessi nazionali: "dobbiamo partire, prima di tutto, dagli interessi dei nostri cittadini in materia di sicurezza, sfera sociale e mercato del lavoro".