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Ecuador, urne e violenza. Ora piace la mano dura del candidato autoritario

Domani le elezioni presidenziali nell’ex Paese più sicuro del Sudamerica. Dopo l’uccisione del centrista Villavicencio è favorito l’inflessibile Jan Topíc. A Quito e nelle altre città comandano le gang
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QUITO — Al centro di Quito, la capitale dell’Ecuador, un uomo anziano sventola una bandiera e grida: “Per un Paese senza paura e più sicuro, vota Jan Topíc!”. Il Paese latinoamericano si prepara a votare per le elezioni più sanguinose della sua storia recente: domani i cittadini sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo presidente.

A scontrarsi sono 8 candidati, ma il vero protagonista di queste elezioni è solo uno: la violenza. Da alcuni anni l’Ecuador, che era uno dei Paesi più sicuri dell’intera regione latinoamericana, è diventato il corridoio principale per la cocaina proveniente dal Sudamerica e diretta in Europa e Stati Uniti. Le bande legate al crimine organizzato e al narcotraffico hanno preso il controllo …

QUITO — Al centro di Quito, la capitale dell’Ecuador, un uomo anziano sventola una bandiera e grida: “Per un Paese senza paura e più sicuro, vota Jan Topíc!”. Il Paese latinoamericano si prepara a votare per le elezioni più sanguinose della sua storia recente: domani i cittadini sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo presidente.

A scontrarsi sono 8 candidati, ma il vero protagonista di queste elezioni è solo uno: la violenza. Da alcuni anni l’Ecuador, che era uno dei Paesi più sicuri dell’intera regione latinoamericana, è diventato il corridoio principale per la cocaina proveniente dal Sudamerica e diretta in Europa e Stati Uniti. Le bande legate al crimine organizzato e al narcotraffico hanno preso il controllo del Paese, trasformando completamente la società ecuadoriana.

La crescente violenza che attraversa tutto il territorio è culminata con l’assassinio del candidato presidenziale Fernando Villavicencio, avvenuta lo scorso 9 agosto. Secondo i sondaggi la favorita per le elezioni è la progressista Luisa González, ma diversi analisti politici avvertono che dopo l’uccisione di Villavicencio, potrebbe esserci una forte rimonta di Jan Topíc, il candidato che promette le misure più estreme contro il narcotraffico e le bande criminali.

Quito è invasa dai cartelloni elettorali per la campagna di Topíc. Ad ogni angolo di strada appare il volto del candidato con lo slogan “Del miedo a la esperanza (dalla paura alla speranza, ndr)”, il concetto alla base del suo intero programma elettorale: mettere il Paese in sicurezza, con qualunque mezzo.

Un piccolo gruppo di suoi sostenitori si è radunato al centro di Avenida Río Amazonas, una delle principali strade di Quito, per manifestare il proprio sostegno al candidato. "Io voto per Topíc perché non riconosco più il mio Paese, ho paura a uscire di casa”, dice Héctor, 41 anni, muratore.

È della stessa opinione, Carlos, studente di appena 21 anni che indossa con orgoglio una giacca militare, come fa spesso Topíc durante le uscite pubbliche: “Per ridare sicurezza c’è bisogno di qualcuno che lo voglia fare davvero, eliminando il problema, costi quel che costi. Topíc è l’unico pronto a farlo”.

Imprenditore milionario, ed ex soldato, Topíc ha 40 anni e non si definisce né come un candidato di destra né come uno di sinistra, ma come un outsider della politica. Durante la sua campagna ha promesso che userà la “mano dura” contro le bande criminali e il suo politico di riferimento è l’attuale presidente del Salvador, Nayib Bukele, conosciuto per le sue misure autoritarie e non curanti dei diritti umani per mettere in sicurezza il Paese.

Poco dopo l’uccisione del candidato centrista Villavicencio e a soli sei giorni dalle elezioni, c’è stato l’omicidio di un altro politico, Pedro Briones, del partito di sinistra Revolución Ciudadana. In questo clima di violenza la maggior parte degli eventi delle campagne elettorali dei candidati sono stati eliminati e anche i comizi della chiusura delle campagne, che si sono tenuti lo scorso 17 agosto, sono stati più contenuti per cercare di garantire la sicurezza dei politici.

“La situazione è molto complessa, nel 2017 l’Ecuador era il secondo Paese più sicuro del latinoamericana dopo il Cile, con un tasso di omicidi di 5,6 ogni 100mila abitanti. Ma ora il 25% della droga che arriva in Europa parte da qui. Come è possibile che un Paese di soli 18 milioni di abitanti raddoppi la cifra del Brasile, da cui parte il 14% della droga diretta in Europa?", dice Carolina Andrade, 36 anni, attuale Segretaria della sicurezza di Quito in colloquio con Repubblica.

Dopo l’agguato contro Villavicencio il governo ha dichiarato lo Stato d’emergenza e – per garantire sicurezza e il corretto svolgimento delle voto – sono stati schierati nelle strade del Paese 100mila agenti delle forze dell’ordine.

L’attuale ondata di violenza è frutto principalmente del potere che hanno guadagnato negli ultimi anni i cartelli della droga e diverse bande criminali legate al narcotraffico. Ma non solo: nel Paese il Covid è stato particolarmente duro e ha acuito una crisi economica già molto forte.

Sono moltissimi i cittadini ecuadoriani che cercano di dirigersi in Messico per passare la frontiera con gli Stati Uniti e questo genera una perenne situazione di micro-criminalità nelle principali città del Paese. Ma a colpire le associazioni che si occupano delle violazioni dei diritti umani sono soprattutto gli abusi sofferti dai cittadini e causati dalle bande criminali legate al narcotraffico.

La situazione più preoccupante è quella delle carceri, di cui il governo ha perso completamente il controllo e che da alcuni anni sono in mano alle gang. Chiunque entri – anche solo per aver rubato un cellulare o aver partecipato a una rissa – deve pagare le bande criminali per avere un letto o da mangiare, altrimenti viene giustiziato.

Per i familiari è impossibile sapere se il proprio caro sia ancora vivo o morto e le guardie carcerarie non entrano all’interno delle prigioni. Un altro fenomeno preoccupante è il reclutamento forzato da parte delle bande di bambini o adolescenti. All’interno delle scuole i membri delle gang obbligano i bambini, dai 9 anni su, a entrare a far parte della loro banda o, se rifiutano, vengono ammazzati.

“I sondaggi politici storicamente non sono molto affidabili in Ecuador – sostiene Emy Díaz Erazo, ricercatrice della Red de politólogas – Prima dell’uccisione di Villavicencio sostenevano che i candidati che sarebbero passati al secondo turno elettorale sarebbero stati Luisa González e Villavicencio. Ma ora è possibile che molti votino per Jan Topíc”.

Luisa González ha 45 anni, è l’unica candidata donna alle presidenziali ed è la favorita per la vittoria. Il suo programma di governo si basa su idee progressiste e sulla giustizia sociale, la candidata di ispira al presidente brasiliano Lula e fa parte del partito di sinistra Revolución Ciudadana da cui proveniva anche l’ex presidente Rafael Correa che ha governato il Paese dal 2007 al 2017 e che ha portato avanti una serie di politiche pubbliche che hanno salvato dalla povertà migliaia di famiglie.

Una è quella di Rosa, 55 anni, parrucchiera: "Grazie al governo del presidente Correa io ho potuto mandare i miei figli all’università e questo ha cambiato il loro futuro. Domenica voterò per Luisa González che promette di portare avanti un programma che aiuterà le fasce più povere della società”. Rosa è riunita insieme ad altri sostenitori di González davanti all’edificio del Museo nazionale, vicino a lei Carla, 31 anni, sociologa, sostiene: “La sicurezza va messa al primo posto, ma si deve anche pensare a tutte le famiglie che non arrivano a fine mese. E Luisa González lo farà”.

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