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Pakistan, la conta dei danni della furia dei musulmani contro le chiese di Jaranwala. Sono 146 gli arresti

Molti video hanno documentato in diretta i giovani che hanno fatto a pezzi e dato alle fiamme a dozzine di abitazioni e 17 luoghi di culto cristiani. L’ira, scatenata dall’imbrattamento di un Corano, per alcuni è pilotata
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Dopo le 10 ore di inferno per la comunità cristiana della città di Jaranwala, nel Pakistan orientale, presa di mira due giorni fa da un assalto sfrenato da parte di una folla di musulmani, tra le macerie fumanti delle diverse chiese cattoliche e protestanti e di un cimitero cristiano si fa l’inventario di quest’esplosione di rabbia che sembrerebbe innescata ad arte da alcune pagine del Corano imbrattate da insulti addebitati in modo poco credibile a due cristiani.

“Hanno spaccato porte e finestre, rubando frigoriferi, divani, poltrone e suppellettili buttati in un rogo di fronte alle chiese,” ha raccontato Yassir Bhatti, un trentenne dalla comunità cristiana di Jaranwala. “Hanno dissacrato e bruciato molte Bibbie. Erano senza pietà.” Molti video han…

Dopo le 10 ore di inferno per la comunità cristiana della città di Jaranwala, nel Pakistan orientale, presa di mira due giorni fa da un assalto sfrenato da parte di una folla di musulmani, tra le macerie fumanti delle diverse chiese cattoliche e protestanti e di un cimitero cristiano si fa l’inventario di quest’esplosione di rabbia che sembrerebbe innescata ad arte da alcune pagine del Corano imbrattate da insulti addebitati in modo poco credibile a due cristiani.

“Hanno spaccato porte e finestre, rubando frigoriferi, divani, poltrone e suppellettili buttati in un rogo di fronte alle chiese,” ha raccontato Yassir Bhatti, un trentenne dalla comunità cristiana di Jaranwala. “Hanno dissacrato e bruciato molte Bibbie. Erano senza pietà.” Molti video hanno documentato in diretta la furia dei giovani musulmani che hanno fatto a pezzi e dato alle fiamme a dozzine di abitazioni e ad alcune delle 17 chiese di questa città nella provincia di Faisalaban, nel Punjab pakistano, non lontano dal confine con l’India.

Due vandali hanno abbattuto un tetto con la croce, facendo crollare mattoni e travi, dando alle fiamme tutto ciò che potevano bruciare. La comunità cristiana è stata messa in fuga, ma va anche riconosciuto che alcune delle vittime sono state accolte dalle famiglie musulmane di moderati, scioccati da questa rabbia incontenibile, una furia che appare pilotata.

Negli ultimi giorni sono già state arrestate 146 persone, soprattutto grazie ai video postati sui social dai quali è stato facile identificare i più scatenati. Agli arresti anche i due fedeli cristiani, Raja Amir e un amico, al centro del contendere. La miccia che ha fatto infuriare la massa sono alcune pagine del Corano imbrattate da scritte insolenti fatte con un pennarello rosso ed abbandonate in modo plateale nelle vicinanze del quartiere cristiano.

Come se non bastasse, spillata a una delle pagine sacrileghe - in un Paese dove dagli anni Ottanta la blasfemia è punita con la pena di morte, anche se finora non applicata - c’erano addirittura i nomi, gli indirizzi e persino la copia dei documenti di identità delle due persone arrestate con l’accusa di aver dissacrato il Corano con gli insulti scritti in rosso.

Il capo della polizia provinciale Usman Anwar dice che sta indagando per capire come mai gli indagati di blasfemia abbiano attaccano i propri nomi e indirizzi alle pagine incriminate. Lo stesso poliziotto ha dichiarato che i suoi agenti sono rimasti a guardare lo scempio in atto senza intervenire “per non esacerbare la rabbia dei manifestanti ed evitare spargimenti di sangue.

"Appare evidente che un episodio del genere, come accade di frequente in Pakistan, serve più che altro a coprire vendette personali e regolamenti di conti che nulla hanno a che vedere con la religione, ma sono legati piuttosto alla riscossione di pagamenti, a insulti e offese tra individui, a conflitti alla cui radice si individuano interessi economici, più che contrasti religiosi.

Nel 2021 fu assalita una fabbrica di articoli sportivi a Sialkot, sempre nel Punjab pakistano, dove lavorava un operaio dello Sri Lanka bruciato vivo con l’accusa di blasfemia, mentre nel 2009 a Gojra furono uccisi sei cristiani e bruciate 60 case di cristiani. Ed ora i roghi di Jaranwala. Ma questi attacchi, con la serpeggiante radicalizzazione dell’elettorato pakistano, rischiano d’essere sempre più frequenti.

Fonti governative hanno dichiarato che a guidare la protesta sono stati visti esponenti del Tehreek-e-Labbaik Pakistan o Tlp, il partito islamico spesso coinvolto in queste proteste. I portavoce del Tlp hanno negato ogni coinvolgimento, mentre il Primo Ministro ad interim, in attesa delle elezioni, Anwar ul-Haq Kakar ha registrato le proteste di rito, promettendo che i colpevoli di blasfemia verranno puniti, oltre a chi ha perpetrato le violenze in ritorsione all’insulto.

“La società pakistana ha subito una crescente frammentazione guidata da un aumento del divario economico che ha portato a un’impennata di violenze contro le minoranze religiose,” spiega Iftekharul Bashar, ricercatore della Rsis, centro studi sulla violenza politica e religiosa nel sud asiatico. “L’emergenza di fazioni militanti e di vigilantes in Pakistan, gruppi finanziati generosamente e in modo evidente, ha contribuito a questa tendenza che non accenna a fermarsi.”

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