Thailandia, il tycoon Thavisin è il nuovo premier. L’ex potente primo ministro Shinawatra torna a Bangkok dopo 15 anni di esilio
di Carlo PizzatiNel giorno in cui il sessantenne Shretta Thavisin, tycoon dell’immobiliare, viene nominato nuovo premier della Thailandia, l’ex primo ministro torna a casa. Dopo 15 anni di esilio. “Bentornato in Thailandia, papi!” così è stato accolto dalla figlia Paetongtarn l’ex-poliziotto miliardario ed ex premier carismatico thailandese che, dopo 15 anni di autoesilio dorato a Dubai, è salito sul suo jet privato per atterrare a Bangkok e farsi accogliere da centinaia di sostenitori vestiti di magliette rosse. Thaksin Shinawatra fu eletto a gran maggioranza ben due volte, portò riforme al Paese che arricchirono gli agricoltori ridistribuendo ricchezza, ma dividendo il Paese.
Nel 2008, mentre stava per fare un discorso all’Onu a New York, i militari presero il potere in Thailandia. Ma il popolarissimo Thaksin continuò a manovrare la politica da lontano, abile tessitore di accordi e di rimonte per interposta persona.
Nel giorno in cui il sessantenne Shretta Thavisin, tycoon dell’immobiliare, viene nominato nuovo premier della Thailandia, l’ex primo ministro torna a casa. Dopo 15 anni di esilio. “Bentornato in Thailandia, papi!” così è stato accolto dalla figlia Paetongtarn l’ex-poliziotto miliardario ed ex premier carismatico thailandese che, dopo 15 anni di autoesilio dorato a Dubai, è salito sul suo jet privato per atterrare a Bangkok e farsi accogliere da centinaia di sostenitori vestiti di magliette rosse. Thaksin Shinawatra fu eletto a gran maggioranza ben due volte, portò riforme al Paese che arricchirono gli agricoltori ridistribuendo ricchezza, ma dividendo il Paese.
Nel 2008, mentre stava per fare un discorso all’Onu a New York, i militari presero il potere in Thailandia. Ma il popolarissimo Thaksin continuò a manovrare la politica da lontano, abile tessitore di accordi e di rimonte per interposta persona.
La prima fu quella della sorella Yingluck, eletta a guidare la nazione, ma cacciata pure lei da un altro golpe nel 2014, che istallò al potere l’attuale giunta che si è poi travestita in due partiti politici, usciti sconfitti dalle elezioni del 14 maggio scorso.
Al ricercato Thaksin è stato concesso di uscire dall’aeroporto e affrontare la folla vestita di rosso che gridava “Bentornato a casa!” con cartelli che dicevano: “Bentornato Primo Ministro!” Ma la festa, come in una coreografia ben congegnata da un accordo segreto siglato nei mesi scorsi in un incontro clandestino tra il leader settantaquattrenne e i militari ad Hong Kong, è durata poco.
Dopo le foto con la famiglia, i sorrisi e le lacrime, ecco che le mani giunte per ringraziare si sono abbassate, non proprio per farsi ammanettare, ma quasi. La polizia ha portato il fondatore in absentia del Pheu Thai Party, secondo partito alle ultime elezioni grazie anche a sua figlia Paetongtarn, di fronte alla Corte Suprema che gli ha letto otto capi d’accusa che lui ha sempre denunciato come “complotto politico” ai suoi danni, tra i quali l’abuso di potere e altri reati. Poi lo hanno accompagnato alla prigione Bangkok Remand, settore clinica medica, quindi con più lussi e cure del normale carcerato.
Lì dovrebbe passare i suoi prossimi otto anni. Ma sanno tutti che così non sarà. Ci si aspetta un do ut des, un regalo reale. Ovvero, il Pheu Thai, tradendo la fiducia di gran parte dei suoi elettori che hanno espresso un voto contro la giunta militare scegliendo il partito dei Shinawatra, per uscire da un’impasse politica si è alleato in una coalizione di 14 alleati, compresi i due grandi partiti pro-militari e a favore dei generali, quegli “zii,” come sono soprannominati i golpisti di spicco Prayuth Chan-ocha e Prawit Wongsuwon.
Il Parlamento ha 500 seggi, 141 sono del Pheu Thai. Ma il Senato ha 250 seggi nominati dal governo militare. Senza la maggioranza delle camere unificate non c’è governo. Con questa legge elettorale i militari tengono la presa sul potere senza dover ricorrere alla repressione dei carri armati in strada.
Il motivo del contendere è stato soprattutto quell’articolo 112 del Codice penale thailandese che il partito uscito vincitore in Parlamento con 151 seggi, il Move Forward Party, voleva emendare, per alleggerire quei 15 anni di prigione per lesa maestà, portando cambiamenti legislativi per contenere i monopoli, togliere la leva obbligatoria, riformare l’esercito.
Il Pheu Thai dei Shinawatra, invece, alleandosi con i ferrei sostenitori della monarchia promette di lasciar intatta la più severa legge al mondo di lesa maestà: ci si aspetta dunque che l’impopolare re Maha Vajralongkorn restituisca il favore concedendo presto l’amnistia a Thaksin in tempi rapidi. Una volta uscito dal carcere, come ha spiegato la figlia in una conferenza stampa, Thaksin non avrà alcun ruolo politico. Altro annuncio a cui credono pochi. Forse non si farà eleggere direttamente, ma come Sonia Gandhi in India, sarà sempre Thaksin a manovrare la famiglia, a fare gli accordi, a guidare nell’ombra, o forse anche allo scoperto, verso questa nuova fase della Thailandia.
Che in realtà è un’epoca di riconciliazione tra il passato oppressivo dei militari e la richiesta di rinnovamento, un vero compromesso all’insegna della realpolitik e del dialogo che punta a evitare gli scontri che ci sono stati in questi decenni, a consentire un travaso di poteri molto più lento di quanto vorrebbe il sentimento popolare espresso al voto.
Il rientro di Thaksin ha difatti anche un’altra utilità. In questo momento, da quando il suo Pheu Thai ha annunciato l’alleanza con i militari, una larga parte della base, le cosiddette “Magliette rosse” fedelissime al miliardario ex poliziotto ha segnalato il suo scontento. Il modo migliore per contenere l’emorragia di voti dal Pheu Thai verso il più innovativo Move Forward Party è proprio quello di riaccogliere il leader carismatico in patria.
Serve a rassicurare la base, a mantenerli nei ranghi, a fargli bere l’amaro calice di ritrovarsi un governo dove i militari sono ancora al potere. Questo abile accordo politico, ai danni però del volere dell’elettorato, ha sigillato l’elezione del candidato al ruolo di Primo ministro il sessantenne Shretta Thavisin, tycoon dell’immobiliare che si trova però a doversi difendere dalle accuse di evasione fiscale.
La situazione politica resta quindi instabile dopo tre mesi di governo ad interim e l’incapacità di trovare una maggioranza con il consenso dei militari, ma si va verso una ridefinizione di poteri e di ruoli. I militari in sintesi hanno capito che, visto il risultato elettorale, è meglio allearsi con i vecchi nemici del Pheu Thai e della famiglia Shinawatra contro i nuovi nemici molto più popolari e radicali del Move Forward Party.