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Addio a “Juice”, il top gun che difendeva i cieli di Kiev

Andriy Pilshchikov

 
Il capitano Pilshchikov morto nello schianto tra due velivoli di addestramento. Aperta un’inchiesta
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Il capitano Andriy Pilshchikov combatteva all’americana, ragionava in russo, esultava in ucraino. Il nome di battaglia Juice (“succo”) gliel’aveva affibbiato un istruttore nella base californiana di Fresno, ed era perfetto per lui: non solo Pilshchikov era l’unico astemio nel gruppo dei piloti di Kiev mandati ad addestrarsi in America («bevo solo aranciate e spremute», diceva, sorridendo, «sì lo so, sono il disonore della mia nazione!»), ma aveva anche la caratteristica di puntare al succo delle cose.

Già nel maggio di un anno fa, quando Repubblica lo ha intervistato, spiegava all’Occidente qual era il punto: «Ci servono gli F-15 o gli F-16 se vogliamo cambiare le sorti di questa guerra, con i Mig non ci facciamo più niente. Al momento, per colpa delle perdite, abbiamo più piloti che velivoli».

Juice, 30 anni, è precipitato nella statistica delle perdite prima di riuscire a vedere un F-16 sbucare tra le nuvole dell’Ucraina. Era il suo sogno. Diceva che gli sarebbero bastati due m…

Il capitano Andriy Pilshchikov combatteva all’americana, ragionava in russo, esultava in ucraino. Il nome di battaglia Juice (“succo”) gliel’aveva affibbiato un istruttore nella base californiana di Fresno, ed era perfetto per lui: non solo Pilshchikov era l’unico astemio nel gruppo dei piloti di Kiev mandati ad addestrarsi in America («bevo solo aranciate e spremute», diceva, sorridendo, «sì lo so, sono il disonore della mia nazione!»), ma aveva anche la caratteristica di puntare al succo delle cose.

Già nel maggio di un anno fa, quando Repubblica lo ha intervistato, spiegava all’Occidente qual era il punto: «Ci servono gli F-15 o gli F-16 se vogliamo cambiare le sorti di questa guerra, con i Mig non ci facciamo più niente. Al momento, per colpa delle perdite, abbiamo più piloti che velivoli».

Juice, 30 anni, è precipitato nella statistica delle perdite prima di riuscire a vedere un F-16 sbucare tra le nuvole dell’Ucraina. Era il suo sogno. Diceva che gli sarebbero bastati due mesi, al massimo tre, per imparare a pilotare un apparecchio del genere, per afferrarne i comandi ultra-moderni e per lanciarlo verso l’Est a proteggere la lenta controffensiva. Mancava davvero poco. Gli F-16 occidentali alla fine stanno arrivando, con calma, li vedremo in battaglia entro l’anno, dicono.

Forse Juice non era il top gun più esperto a disposizione dell’aviazione ucraina (è il tenente colonnello “Thunder” Lazarenko ad avere il record delle missioni: a fine maggio ne contava 309), ma di sicuro era il più conosciuto, il più mediatico, il più simpatico («Recapitate un messaggio a Tom Cruise», scherzava, «ditegli di venire in Ucraina a girare Top Gun 3, lo aspettiamo!»). E soprattutto: era stato addestrato in California. Quanti, nella squadra ucraina, possono vantare questo piccolo, enorme, dettaglio? Nelle basi americane Juice aveva imparato le tattiche di combattimento aereo più moderne, anni luce più moderne di quelle russe (anch’esse studiate e analizzate a Fresno), per lungo tempo dopo l’invasione rimaste le stesse adoperate in Siria. «Per nostra fortuna i russi volano ancora come negli anni Settanta e combattono come nella Seconda Guerra Mondiale», diceva il capitano Juice. «In America abbiamo imparato il segreto per abbatterli: usare la creatività».

Lassù combatteva all’americana, ma sempre tenendo a mente gli schemi rigidi della scuola di volo della Russia (di cui conosceva la lingua, essendo nato nell’Est dell’Ucraina), per anticiparne le mosse, per tentare di colmare quel gigantesco gap che vede la flotta aerea di Mosca avere 15 volte il numero dei caccia di Kiev. «Creatività», ripeteva. «Ci inventiamo ogni volta qualche tattica nuova, fantasiosa, per mettere in difficoltà i nostri nemici. Tra noi abbiamo imparato a comunicare come i piloti della Nato, con lo stesso gergo...ma quando c’è da esultare per un obiettivo centrato, beh, urlo nella mia lingua madre».

Non serve alcuna creatività, invece, nell’essere abbattuto da un aereo amico. Basta un errore, una svista, un pezzo di motore che si rompe. Non è ancora chiaro cosa sia successo nei cieli di Zhytomyr la sera di venerdì scorso. Lo Sbu, il servizio di intelligence interna, ha aperto un’inchiesta per violazione delle norme di sicurezza dopo la collisione tra due L-39, velivoli da addestramento ma che, stando a quanto riferiscono fonti ufficiali, in quel momento erano in missione di combattimento. Tre piloti della 40esima brigata aerea tattica sono morti, uno di loro era Juice. Per un pilota da guerra, la morte più beffarda e meno epica.

«Quando volo sulle seconde linee coi nostri Mig guardo di sotto», raccontava Juice un anno fa. «Non potete immaginare cosa si provi a guardare dall’alto la propria patria calpestata, distrutta, insanguinata. A Nord ho visto un ponte bombardato che ancora me lo sogno, non so perché. A volte si vola piano, si rallenta, e capita di vedere i cadaveri». 

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