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L’imam di Bordeaux: “Per alcune ragazze l’abaya è uno scudo per celare il disagio giovanile”

(fotogramma)
Parla Tareq Oubrou: “Forse sarebbe più saggio darsi alcune priorità: ci sono altri problemi più seri come il bullismo e la mancanza di professori”
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PARIGI — «Far rispettare i principi della République è giusto, ma dietro alla battaglia sui simboli religiosi a scuola c’è un disagio più profondo». Così Tareq Oubrou, imam di Bordeaux, esponente della corrente più progressista dell’Islam francese, parla del bando dell’abaya. «Una misura politico- mediatica», sostiene il teologo marocchino che vive in Francia da trent’anni ed è autore di numerosi saggi, tra cui l’ultimo “Appel à la réconciliation: foi musulmane et valeurs de la République française”, in cui lancia un appello per un Islam “de-politicizzato” e “de-identitarizzato”.

Per il governo l’abaya è un simbolo religioso. È così?

«L’Islam non riconosce nessun simbolo religioso, anzi il nostro diritto canonico fa l’elogio dell’astr…

PARIGI — «Far rispettare i principi della République è giusto, ma dietro alla battaglia sui simboli religiosi a scuola c’è un disagio più profondo». Così Tareq Oubrou, imam di Bordeaux, esponente della corrente più progressista dell’Islam francese, parla del bando dell’abaya. «Una misura politico- mediatica», sostiene il teologo marocchino che vive in Francia da trent’anni ed è autore di numerosi saggi, tra cui l’ultimo “Appel à la réconciliation: foi musulmane et valeurs de la République française”, in cui lancia un appello per un Islam “de-politicizzato” e “de-identitarizzato”.

Per il governo l’abaya è un simbolo religioso. È così?

«L’Islam non riconosce nessun simbolo religioso, anzi il nostro diritto canonico fa l’elogio dell’astrazione. Non ci sono oggetti cultuali nell’Islam. Il velo, il minareto, il colore verde sono simboli politici e culturali. Ma è vero che a un certo punto la cultura può confondersi con la religione, e i nostri giovani fanno fatica a distinguere i vari piani».

Ha notato il proliferare di questo indumento tra le giovani?

«L’abaya è stata importata dai Paesi del Golfo, in particolare da Dubai, diventando di tendenza. Sono capi di abbigliamento ormai venduti in molte boutique frequentate da giovani musulmane, promossi da influencer su YouTube. Non nego che possa esserci una spinta religiosa, ma è soprattutto una moda. Ci può essere anche un’esigenza di pudore a questa età, complessi fisici che incentivano questa scelta. Per questo sono scettico: esistono molte ragioni che portano un’adolescente a indossare una tunica di questo tipo».

Lei parla di disagio più profondo, ma non crede che far rispettare la laicità sia comunque una priorità?

«Il disagio identitario, con tanti giovani musulmani che non si riconoscono nei valori della République, è alimentato da un percorso di integrazione culturale, sociale ed economico che non appare equo e lineare. Il bando dell’abaya mi sembra un paliativo che non affronta i veri mali della nostra gioventù. Far rispettare i principi della République è giusto, ma non si può affrontare solo la parte più visibile e superficiale di un problema».

Con il bando c’è il rischio di allontanare alcune giovani dalle scuole pubbliche?

«Potrebbero esserci effetti collaterali ancora difficili da prevedere. La scuola deve affrontare molti problemi, dal bullismo alle minacce che vengono dalla Rete, alla mancanza di professori, e forse sarebbe più saggio darsi delle priorità».

Non è semplicemente giusto uniformarsi alla legge come fanno giovani francesi di altre religioni? «Questa misura un po’ mediatica non basta a risolvere un fenomeno che ha radici antiche e continuerà in altre forme. Nelle scuole è stato stato bandito prima il velo, ora l’abaya, domani magari un altro indumento. La laicità è un principio repubblicano che va rispettato ma bisogna imparare a guardare oltre le apparenze e capire cosa c’è dietro questo fenomeno».

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