Il primo viaggio di un Papa in Mongolia: Francesco nelle terre di Gengis Khan con un occhio alla Russia e alla Cina
di Iacopo ScaramuzziIl primo incontro non fu dei più cordiali. Nel 1245 il francescano Giovanni da Pian del Carpine portò al gran khan dei Tartari una lettera con la quale papa Innocenzo IV chiedeva all’esercito mongolo, che negli anni precedenti si era pericolosamente avvicinato a Roma, di deporre le armi e così evitare l’ira divina. Per tutta risposta il successore di Gengis Khan disse al Pontefice di sottomettersi all’impero mongolo. Nessuno dei due capitolò e restò una lunga storia di inimicizia profonda. Molti secoli dopo, Francesco parte per la Mongolia, oggi, primo Papa della storia a visitare il Paese, “come fratello di tutti”. Un messaggio indirizzato alla minuscola comunità cattolica mongola, 1500 anime – erano 14 nel 1995 – su una popolazione di appena tre milioni di abitanti, nonché alle due potenze che chiudono la Mongolia a nord, la Russia, e a sud, la Cina.
Le statue di Gengis Khan
Vicini con i quali la Mongolia moderna ha un rapporto tutt’altro che lineare: finita l’epoca delle conquiste …
Il primo incontro non fu dei più cordiali. Nel 1245 il francescano Giovanni da Pian del Carpine portò al gran khan dei Tartari una lettera con la quale papa Innocenzo IV chiedeva all’esercito mongolo, che negli anni precedenti si era pericolosamente avvicinato a Roma, di deporre le armi e così evitare l’ira divina. Per tutta risposta il successore di Gengis Khan disse al Pontefice di sottomettersi all’impero mongolo. Nessuno dei due capitolò e restò una lunga storia di inimicizia profonda. Molti secoli dopo, Francesco parte per la Mongolia, oggi, primo Papa della storia a visitare il Paese, “come fratello di tutti”. Un messaggio indirizzato alla minuscola comunità cattolica mongola, 1500 anime – erano 14 nel 1995 – su una popolazione di appena tre milioni di abitanti, nonché alle due potenze che chiudono la Mongolia a nord, la Russia, e a sud, la Cina.
Le statue di Gengis Khan
Vicini con i quali la Mongolia moderna ha un rapporto tutt’altro che lineare: finita l’epoca delle conquiste di Gengis Khan e dei suoi immediati successori, il Paese è stato inglobato per secoli nella Cina imperiale – ancora oggi nella Cina settentrionale abitano più mongoli che in tutta la Mongolia – dalla quale si è sganciata con la rivoluzione del 1911, per entrare, dal 1924 al 1990, nella sfera di influenza dell’Unione Sovietica. Dal crollo del muro di Berlino in poi il Paese ha abbracciato faticosamente, ma in modo sostanzialmente pacifico, la democrazia parlamentare, conquistando una autonomia non disgiunta, però, dall’influenza economica del gigante cinese, nonché, in misura minore, della Russia. E che si nutre di nuove alleanze con altri attori emergenti dell’area, a partire dalla Corea del Sud, che permettono al Paese di svincolarsi almeno un po’ dalla tenaglia russo-cinese. Aspirazione che si rispecchia nelle nuove statue di Gengis Khan erette negli ultimi decenni nella capitale Ulaanbaatar, monumento non tanto alla gloria dei tempi passati quanto al desiderio di rivendicare per il presente la specificità di uno spirito nazionale irriducibile.
Gengis Khan
Il “piccolo gregge”
Con la transizione alla democrazia si sono riaffacciate le religioni: il buddhismo, innanzitutto, che fu duramente represso nell’epoca sovietica, con i monaci accusati di essere parassiti che intralciavano la modernizzazione del paese. Ma sono tornate sulla scena pubblica anche le altre fedi minoritarie, come il cristianesimo. Una presenza che Jorge Mario Bergoglio vuole valorizzare non per spirito revanscistico, ma perché fin dall’inizio del Pontificato ha voluto indicare questo tipo di comunità – “piccolo gregge” mosso da spirito missionario e capace di collaborare con gli altri, espressione di una fede creativa e non sclerotizzata – come modello per la Chiesa universale. Nominare cardinale il missionario cuneese Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulaanbaatar – il più giovane del collegio cardinalizio – è stata la riprova di questa preferenza per le periferie della cattolicità. Visitare la Mongolia, a 86 anni e con gli acciacchi dell’età, ne è ora la conferma plastica.
Il telegramma a Xi
Una determinazione che interseca inevitabilmente la geopolitica dell’area, sin dalla traiettoria dell’aereo Ita Airways che porta Bergoglio da Roma a Ulaanbaatar. Che, mentre è in corso la guerra in Ucraina, eviterà lo spazio aereo della Russia. E sorvolerà, invece, la Cina: sarà la seconda volta, dopo il volo a Seoul del 2014, che Francesco farà ciò che era vietato a Giovanni Paolo II. E coglierà l’occasione di inviare un messaggio augurale, come fa con i capi di Stato di tutti i Paesi sorvolati, a Xi Jinping. Dalla risposta del presidente cinese si misurerà, tra le righe, lo stato dei rapporti tra Santa Sede e Cina, scongelati con uno storico accordo sulla nomina dei vescovi voluto da Bergoglio ma marcati altresì da tensioni sulla effettiva libertà religiosa dei cattolici in Cina.
Mosca e Pechino
Di certo Francesco in Mongolia terrà un occhio rivolto alla Cina e alla Russia. Non solo perché alla messa alla Steppe Arena saranno presenti, tra gli altri, fedeli provenienti dalla Russia, da Hong Kong, nonché dalla Cina continentale (ma ai vescovi sarebbe stato vietato all’ultimo di accompagnare i pellegrini). Non solo perché il buddhismo mongolo è tibetano, inviso alle autorità cinesi, che osserveranno con attenzione ogni contatto tra il vescovo di Roma e i correligionari del Dalai Lama. E non solo perché all’incontro ecumenico sarà presente una delegazione della Chiesa ortodossa russa di Ulaanbaator (mentre non ci sono conferme all’ipotesi, immaginata dai soli media russi, di un incontro, a lungo rimandato, tra il Papa e il patriarca russo Kirill, fedele alleato di Vladimir Putin). Ma anche perché la diplomazia della Santa Sede spera che la Russia fermi la guerra in Ucraina – sebbene alcune esternazioni di Francesco siano state interpretate da Kiev in senso contrario – e che la Cina possa svolgere un ruolo-chiave nello spingere Mosca a deporre le armi. Tanto che il Papa, dopo averlo inviato a Kiev, Mosca e Washington, intende mandare presto il cardinale Matteo Zuppi anche a Pechino.
Il sogno di un viaggio in Cina
Coerente con una Ostpolitik papale che, sin dall’inizio del pontificato, guarda alla Cina. Paese dove il Pontefice gesuita, erede di missionari come Matteo Ricci, vede un futuro rigoglioso per il cattolicesimo; terra che considera ricca di spiritualità; cultura che vorrebbe incontrare di persona nonostante l’età che avanza. Non è un caso che alla vigilia del viaggio a Ulaanbaatar il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin abbia ribadito, in una intervista ai media vaticani, il desiderio di Bergoglio di recarsi in visita in Cina, “nobile paese”, e ciò “sia per visitare la comunità cattolica ed incoraggiarla nel cammino della fede e dell’unità, sia per incontrare le Autorità politiche, con le quali la Santa Sede ha stabilito da tempo un dialogo, nella fiducia che, nonostante le difficoltà e gli ostacoli che ci sono nel cammino, proprio per questa via del dialogo e dell’incontro, più che per quella dello scontro ideologico, si possano raggiungere frutti di bene per tutti”. Dialogo, incontro, bene comune. Fratello di tutti, il successore di Pietro vola oggi in Mongolia, domani chissà.