Cautela, grande cautela. È la linea di condotta elaborata già al mattino, appena l’intervista di Giuliano Amato è stata letta e analizzata al vertice del governo: Giorgia Meloni non forzerà la mano con Emmanuel Macron, almeno per il momento. Non muoverà passi formali clamorosi o divisivi verso Parigi sul dossier di Ustica, né si spenderà in appelli pubblici rivolti all’alleato. Non lo farà – o almeno, a caldo non sembra intenzionata a farlo - a meno che l’ex premier fornisca elementi documentali o circostanziati che integrino quanto dichiarato a Repubblica. E questo perché la presidente del Consiglio – e con lei la Farnesina, allarmata dagli effetti di queste rivelazioni sulle relazioni con paesi alleati - non sembra intenzionata a complicare ancora di più un rapporto già complesso con l’Eliseo. Un tassello storicamente fondamentale e nelle prossime settimane ancora più importante per affrontare dossier caldissimi come la Tunisia e la trattativa sul Patto di stabilità.
Se c’è un sen…
Cautela, grande cautela. È la linea di condotta elaborata già al mattino, appena l’intervista di Giuliano Amato è stata letta e analizzata al vertice del governo: Giorgia Meloni non forzerà la mano con Emmanuel Macron, almeno per il momento. Non muoverà passi formali clamorosi o divisivi verso Parigi sul dossier di Ustica, né si spenderà in appelli pubblici rivolti all’alleato. Non lo farà – o almeno, a caldo non sembra intenzionata a farlo - a meno che l’ex premier fornisca elementi documentali o circostanziati che integrino quanto dichiarato a Repubblica. E questo perché la presidente del Consiglio – e con lei la Farnesina, allarmata dagli effetti di queste rivelazioni sulle relazioni con paesi alleati - non sembra intenzionata a complicare ancora di più un rapporto già complesso con l’Eliseo. Un tassello storicamente fondamentale e nelle prossime settimane ancora più importante per affrontare dossier caldissimi come la Tunisia e la trattativa sul Patto di stabilità.
Se c’è un sentimento che domina a Palazzo Chigi, assieme alla cautela, è il fastidio. Fastidio, sia chiaro, non legato alla battaglia per l’accertamento della verità, come fa subito sapere Meloni definendo «parole importanti che meritano attenzione» quelle di Amato. Semmai, fastidio frutto di un imbarazzo nell’individuare la modalità migliore per dare seguito sul fronte dei rapporti bilaterali a dichiarazioni di grande peso, da calare però in una tela sempre a rischio di strapparsi come quella che lega Roma e Parigi.
Dopo essersi consultata con Alfredo Mantovano e con i consiglieri più fidati, allora, Meloni decide di rimandare la palla ad Amato, chiedendo elementi concreti che diano al governo la possibilità di muovere passi istituzionali verso Parigi. Visto in controluce, significa che per il momento – e in assenza di una pressione dell’opinione pubblica che può sempre plasmare equilibri e scelte - nessun passo ulteriore sarà compiuto. Se mai qualcosa sarà fatto, sarà solo in forza di ulteriori dettagli che tengano al riparo l’Italia da un duello al buio con un alleato fondamentale in sede europea, sul quadrante del Nord Africa e nella polveriera del Sahel.
Fastidio imbarazzato è stato d’animo diffuso anche negli altri ministeri chiave. Ad esempio alla Difesa, perché proprio i militari vengono citati in diversi passaggi critici da Amato. Guido Crosetto, a capo oggi del dicastero, non commenta ufficialmente. Trapela però un suo punto di vista ufficioso e lapidario, consegnato in privato: «La storia non è nuova». Un modo per ridimensionare l’effetto (in realtà rilevante) della denuncia. Un modo anche per dire: non si scorgono novità di rilievo, non è sulla base di queste deduzioni che agiremo.
Non trova insomma riscontro ai vertici del governo una tesi, pure circolata a inizio giornata, che legava l’intervista di Amato a un presunto vantaggio tattico per Meloni. Come se quelle parole potessero rappresentare un assist capace di rafforzare un sentimento antifrancese che pure trova terreno fertile anche tra gli storici sodali della premier. L’intervento dell’ex presidente della Consulta, insomma, non era stato annunciato a Palazzo Chigi. Né tantomeno, sostengono le stesse fonti, serviva a giocare di sponda con la premier. Semmai, gli effetti sono quelli di complicare sul fronte diplomatico i movimenti della presidente del Consiglio.
Vale per i rapporti con Macron, vale per quelli con gli Stati Uniti e la Nato. Amato chiama in causa anche l’Alleanza atlantica. E aggiunge che alcune circostanze non potevano essere ignorate da Washington. E però, non è un mistero l’investimento politico di Meloni con l’amministrazione americana, al pari del sostegno incondizionato alla Nato in questa fase storica. Anche in questo caso, come per l’Eliseo, vale lo stesso approccio: massima disponibilità a raccogliere circostanze dettagliate e verificabili che aiutino ad accertare la verità sul disastro aereo del 1980, ma nessuna pressione verso gli alleati – capaci di provocare risentimenti o attriti – in assenza di elementi che vadano oltre le posizioni consegnate a Repubblica. Difficile, molto difficile, ipotizzare quindi passi formali della Presidenza del Consiglio verso Joe Biden.