✕

Nella giungla ucraina, il “Vietnam dei russi” raccontato dai soldati

(reuters)

Ascolta l'audio

Il reportage. Sfondate le prime linee di difesa, i militari di Kiev hanno aperto un varco verso Sud. Tra imboscate e campi minati da bonificare
4 minuti di lettura

ZAPORIZHZHA – Tra le foglie scure, c’era una cosa brillante. Come un gioiello, ma era solo “un occhio, così azzurro, quasi bianco”. Basso, altezza ginocchio, “non poteva essere uno dei nostri, perché io ero il primo, e gli altri li avevo dietro”. Perciò ha sparato in quel bersaglio – un occhio spalancato dalla sorpresa – “non c’era altro da fare che sparare”, a colpo singolo, a 10 metri di distanza. Si combatte così vicini che gli ucraini devono parlare ucraino, anche quelli che di solito parlano russo, “così quando senti le voci nel bosco, capisci subito chi hai davanti. I più facili, quelli del Daghestan, accento inconfondibile. Allora spari”.

Questa giungla ucraina è riparo e trappola, disperazione, gioia dell’essere vivi, luogo dell’anima, dannazione. Vi succedono molte cose, per lo più orrende. Quando se ne esce, non si ha neanche voglia di raccontarle. La “dzhunhli”, ah, un posto come era il Vietnam, e con il caldo feroce di questo agosto, il vento umido che arriva dal mar…

ZAPORIZHZHA – Tra le foglie scure, c’era una cosa brillante. Come un gioiello, ma era solo “un occhio, così azzurro, quasi bianco”. Basso, altezza ginocchio, “non poteva essere uno dei nostri, perché io ero il primo, e gli altri li avevo dietro”. Perciò ha sparato in quel bersaglio – un occhio spalancato dalla sorpresa – “non c’era altro da fare che sparare”, a colpo singolo, a 10 metri di distanza. Si combatte così vicini che gli ucraini devono parlare ucraino, anche quelli che di solito parlano russo, “così quando senti le voci nel bosco, capisci subito chi hai davanti. I più facili, quelli del Daghestan, accento inconfondibile. Allora spari”.

Questa giungla ucraina è riparo e trappola, disperazione, gioia dell’essere vivi, luogo dell’anima, dannazione. Vi succedono molte cose, per lo più orrende. Quando se ne esce, non si ha neanche voglia di raccontarle. La “dzhunhli”, ah, un posto come era il Vietnam, e con il caldo feroce di questo agosto, il vento umido che arriva dal mare, i soldati che sognano l’acqua, ma non quella marcia degli stagni, non quella dei piccoli fiumi che nascono dal nulla, e spariscono nella terra dopo qualche chilometro. Si studia quella cosa che si chiama l’agguato: “Per ore, nascosti nei cespugli, nei crateri delle esplosioni, ascoltando, calcolando distanze, tempo di reazione, via di fuga”, talvolta persino si ha noia. Poi, tutto diventa molto veloce. L’ultima azione dell’incursore Viktor è durata 6 ore di attesa, ma “quasi alla sera li abbiamo sentiti arrivare. Il primo è sceso nel suo buco, e ci ha dato le spalle. L’ho visto che si aggiustava l’elmetto…”. Lo sparo ha richiamato gli altri tre, che stavano tornando ben carichi, munizioni e una tanica d’acqua. Uno. Due. Tre. “Sono stati stupidi, ci sono corsi incontro”. Non è compiaciuto, sapendo che anche i russi conoscono la tattica, quindi c’è solo da avere paura.

(reuters)

Ma svanita l’adrenalina dello scontro ravvicinato, dello “stare sempre in allerta, guardando ogni cosa che hai intorno” e in alto, il poco cielo che si vede, e in basso, i nidi delle formiche, “ti restano solo dei flash, ma non so se riesci a capire”. Di assolato c’è la guerra in campo aperto, e quindi videosorvegliata dall’alto, i “dron” che tutto vedono e tutto filmano, le azioni, le distese di campi e di “step” all’infinito, che poi finisce a Melitopol. “Un giorno ci sarà l’avanzata dei Leopard…”, intanto ci si accontenta dell’obice César, che spara proiettili dal nome magico: Excalibur. E con questi pensieri rassicuranti si attraversano i campi di girasoli con il fiore all’ingiù, pronti per un raccolto che non ci sarà mai, passando tra muri fruscianti, le piante alte che pungono, aspettando l’improvvisa vampata metallica.

Di luce-ombra c’è quella nei boschi, la guerriglia che “molti di noi hanno imparato nel Donbass, lì ci sono delle belle foreste dove è più facile nascondersi, e colpire”. Sul fronte sud “ci sono boschi più piccoli, o profondi filari di alberi” che erano tutti occupati dai russi “e adesso li stiamo prendendo noi. Prenderemo anche i prossimi, io lo so”. Ma a volte si prendono e si perdono dopo qualche giorno appena, si incontrano quindi i cadaveri dei compagni morti nel primo assalto, poi i cadaveri dei russi, poi si spera di non diventare cadaveri.

“Noi siamo come le volpi, che sfruttano le tane dei conigli. Prima mangiano i conigli, poi si adattano la tana. E quando ne abbiamo il controllo pieno, allora partiamo a prendere il bosco successivo”, e così avanti, a balzi, un bosco dopo l’altro. Ma prima bisogna arrivarci, alle tane russe. Gli sminatori lavorano duro, e soprattutto la notte. “A volte serve una settimana per eliminare le trappole, le mine invisibili, i fili posizionati ad altezza piede, o ginocchio, o petto, o tutte e tre le cose”. Poi bisogna bonificare la postazione conquistata. “I russi hanno scavato dei tunnel a zig zag, ma lì l’unica soluzione è buttarci dentro le granate”.

A Zaporizhzhia, i più giovani vanno dal barbiere e chiedono il taglio Iroquois. Pochi conoscono “Taxi driver”, e nei film cult dei soldati c’è piuttosto “Il Cacciatore”, per via dell’acciaieria dove tutti lavoravano, dell’origine russa di Mike e degli altri, della caccia che molti ucraini adorano, lo stare all’aperto quando fa freddo e quando fa caldo, cercando la preda. E poi, questa pianura che scende verso il mare si chiama Tavria, la patria dei cosacchi con la testa rasata e il ciuffo lungo, come i guerrieri di oggi. Uno ha appena fatto un appello su Telegram. Oleksji, detto “Frodo”. E’ giovane, è già un reduce. La guerra continua e lui non può più farla, reclama una protesi, “un braccio bionico! Aiutatemi!”, si capisce che il fronte gli manca già, “voglio tornare sulla prima linea con i miei amici”.

“Siamo tutti amici, eppure non sappiamo nemmeno il nome di chi ti sta a fianco, ma solo l’alias”. Quando si raccolgono i feriti, il medico li interroga: “Come ti chiami?”, e lui risponde “Quibek”, o “Jarik”. No, “il tuo nome”, e magari quello sviene, allora l’altro si gira e dice “ma come caz.. si chiama questo, qualcuno lo sa?”. Quando c’è da raccogliere i morti, è più difficile. Qualcuno deve cercare i documenti, scrivere il luogo e la data e chi era, ma alle volte tutto si è perso, nel trascinamento del corpo tra i cespugli, nel tentativo di riportarlo indietro verso la prima macchina che riesce ad arrivare sul posto, avanti e indietro a portare via i morti e i feriti, nel caos post esplosione, quando davvero si è tutti scioccati, anche chi è intero.

“Questo posto assomiglia al Vietnam, ma io ho visto solo i film. Gli americani usavano i defolianti… qui tra un po’ cadranno le foglie e resteremo allo scoperto. I droni Orlan ci vedranno benissimo”. L’occhio gelido del drone, nelle foglie non può entrare, quindi diventa cieco e talvolta muore, quando qualcuno riesce ad abbatterlo. Un ufficiale dice che “l’Ucraina è il loro Vietnam, mica il nostro. Un nuovo Afghanistan, dove i russi hanno perso come succederà qui, tra poco” e si può anche giocare con la storia, ma attenzione: “Qui noi siamo i vietcong, che conoscevano bene il territorio, i nascondigli, le tecniche, e così hanno liberato il Paese invaso”.

Con occhi altrettanto freddi, gli osservatori americani studiano la guerra da vicino, e sono sempre istruttori di pronto soccorso, portatori di aiuti umanitari, giornalisti per non si sa chi. Uno del Kansas dice “io porto gli Starlink alla popolazione…”, e spiega che a lui la guerra piace, come piaceva a suo padre, reduce del Vietnam, pronunciato “Viaat Naam”. E con lo stesso distacco, guarda un ufficiale ucraino appena sbarcato da un camion, provenienza Robotyne. La maglietta bagnata, i pantaloni, l’asciugamano intorno al collo, tutto colante sudore. La moglie che lo vede arrivare, resta lì impalata, sulla scala dell’albergo, con la figlia per mano. Dodici ore di licenza, non di più.

E piove. “A volte si vedono i fiori, incredibili fiori azzurri ancora intatti”. Decolla un elicottero, che va, lancia i suoi missili anni 70 e riesce persino a tornare, sganciando il razzetto che inganna il nemico, e batte il tempo di questa guerra, qui raccontata ascoltando soldati e ufficiali della 47esima brigata “Magura”, e quelli delle truppe d’assalto, la 10° Edelweiss.

Leggi i commenti