Tra le macerie di Marrakech. Il sisma devasta interi villaggi, migliaia tra morti e feriti
MARRAKECH — Alle 23 di venerdì sera il taxi di Mubarak era nel cuore di El Malah, il quartiere ebraico della Medina, a Marrakech, con due clienti a bordo, due donne sulla cinquantina. Un boato, e la sua auto giallo sabbia era scomparsa nella polvere dei calcinacci, il portabagagli distrutto dal crollo di un intero palazzo: fosse stato un metro indietro, il terremoto che ha sconvolto il Marocco, avrebbe potuto aggiungere altre tre vittime alla sua agghiacciante contabilità: nella serata di ieri i morti erano 1.305 e i feriti più di 1.800, di cui due terzi gravi. Il sisma è stato di magnitudo 7 sulla scala Richter, uno dei più violenti nella storia del Paese. L’epicentro è a una settantina di km a Sud di Marrakech, nella provincia di Al Haouz, sulle montagne dell’Alto Atlante.
Mubarak ieri pomeriggio era ancora sconvolto. Si limitava a scuotere la testa a ogni domanda, affidando le risposte a un anziano interprete, seduto su uno sgabello arrangiato accanto alla piramide di detriti …
MARRAKECH — Alle 23 di venerdì sera il taxi di Mubarak era nel cuore di El Malah, il quartiere ebraico della Medina, a Marrakech, con due clienti a bordo, due donne sulla cinquantina. Un boato, e la sua auto giallo sabbia era scomparsa nella polvere dei calcinacci, il portabagagli distrutto dal crollo di un intero palazzo: fosse stato un metro indietro, il terremoto che ha sconvolto il Marocco, avrebbe potuto aggiungere altre tre vittime alla sua agghiacciante contabilità: nella serata di ieri i morti erano 1.305 e i feriti più di 1.800, di cui due terzi gravi. Il sisma è stato di magnitudo 7 sulla scala Richter, uno dei più violenti nella storia del Paese. L’epicentro è a una settantina di km a Sud di Marrakech, nella provincia di Al Haouz, sulle montagne dell’Alto Atlante.
Mubarak ieri pomeriggio era ancora sconvolto. Si limitava a scuotere la testa a ogni domanda, affidando le risposte a un anziano interprete, seduto su uno sgabello arrangiato accanto alla piramide di detriti che fino a poche ore prima erano stanze, pavimenti e muri portanti. «Mubarak era qui con due signore quando la sua auto è stata travolta. Il problema è che mentre la gente correva, le sue clienti erano terrorizzate e non volevano saperne di scendere. Per fortuna lui è riuscito a convincerle e poco dopo un altro pezzo di muro è crollato sul mezzo. Sarebbero morte».
La notte l’hanno passata in strada tutti, a Marrakech e dintorni. File di auto diventate dormitori d’emergenza, nessuno si fidava a restare in casa, dopo quei venti secondi da incubo. Si sentiva tremare la terra anche stando in giardino, anche camminando per strada. Alle 11, la porta di Bab Debbagh-Kawatar a Sud della Medina era quasi murata dai crolli. Una famiglia con qualche cuscino, taniche d’acqua e viveri arrangiati cercava riparo. Tre ore dopo, le strade intorno alle mura sono piene di sfollati: il giardino dei cammelli è ora il ricovero di famiglie che lo usano per stare lontano da tetti pericolanti, o solo per sentirsi al sicuro. A pochi metri dalla madrasa, la scuola coranica, venti donne sono sdraiate in piazza Ben Youssef: vengono da El-Malah, dove metà dei palazzi sono caduti o inagibili: «Non ci danno alloggi. Gli uomini stanno cercando di capire come rimettere a posto quello che è rimasto, intanto passeremo la notte qui». Le case moderne non hanno riportato danni, ma quelle antiche, fatte di fango e terra rossa, che da queste parti dà il colore a ogni cosa, sono venute giù in quei venti secondi. In città i morti accertati sono 14. Più dura è stata la scossa sulle montagne: a Moulay Brahim il paese più colpito, 65 chilometri a Sud della capitale del turismo marocchino, case bassissime e tirate su alla meglio. Ma anche a Ourika, che prende il nome dal fiume scenografico che la taglia, e Chichawa.
Una tragedia che il Marocco avverte sulla pelle. Nella famosissima piazza Jemaa El-Fnaa i clienti di un vecchio bar senza insegna bevono caffè turco e non dicono una parola, quasi impassibili anche al richiamo alla preghiera del muezzin: davanti ai loro occhi, tutto ciò che resta della torre della moschea vecchia di 400 anni è un cumulo di macerie. Una ruspa le ammassa, mentre un furgone per lo smaltimento attende. Sono gli unici in tutta la città vecchia. Non si sente il suono di un’ambulanza, la polizia presidia solo i luoghi a rischio terrorismo siriano, come sempre. Accanto a ciò che resta della torre distrutta, il mercato della piazza si anima come fosse un giorno come gli altri. Come se il paese non avesse passato la notte e le ore del giorno a contare le vittime, a riempire gli ospedali di feriti. Al Café de France le serrande sono abbassate a metà, ma la tragedia non c’entra: «Terremoto? È tutto a posto, non vede?», liquida nervoso un cameriere. Eppure una crepa si apre sul muro sopra il banco della gelateria e le teste di decine di turisti indifferenti. È questo il paradosso: nonostante le ferite, la Medina continua a essere se stessa. Motorini sfrecciano senza casco, le concerie berbere lavorano appestando l’aria e la gente sorride scattando foto. Al suq El-Maazi ci sono mercanti che raccolgono i cocci dei loro Tajin distrutti dalla scossa e accanto c’è chi indifferente continua a lavorare: «Problemi? Per chi vende la terracotta».
Nel nostro albergo lavora come portinaio Jamal: lui sta bene ma non è al lavoro: «Questa notte la sorella, il cognato e la nipotina piccola sono rimasti travolti dal crollo della loro casa: sono tutti morti». Basta allontanarsi una quarantina di chilometri da Marrakech che la situazione è tragica: «Le case di pietra e fango son venute giù in pochi secondi», ci dice Adil, che lavora con Jamal. «E siamo stati abbandonati. Tutta la notte c’è stata gente che ha postato video chiedendo aiuto, ma non è arrivato nemmeno un camion dei pompieri, in tutta la città c’era una sola ambulanza, e chi vive in case lontano dal centro, raggiungibili solo dalle stradine, era tagliato fuori, al buio, solo con la paura». E in effetti colpisce questo: polizia non ce ne è, nemmeno l’ombra: «Sono tutti al Nord», dice qualcuno, «dove c’è più bisogno». Ma le macerie sono esposte, i motorini ci passano sopra, nessuno le sposta, nessuno le delimita, nessuno se ne preoccupa.
Il rischio è proprio questo: l’emergenza sociale. Che va oltre gli ospedali pieni, per cui gruppi di giovani si sono attivati promuovendo raccolte sangue. E anche oltre l’aiuto sanitario promesso da diversi paesi. «Qui non è come da voi», ci spiega Mohammed, dandoci un passaggio sul suo Ape. «Vivevo a Reggio Emilia nel 2014, da voi arrivavano gli aiuti. Da noi decide tutto il re. Il governo è un teatro, e se il re non decide non succederà nulla. Da domani avremo migliaia di sfollati. Chi darà delle case a queste persone?»