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Cile, così nacque il colpo di stato

(afp)
1970-1973: i tre anni di governo di Salvador Allende tra tentate riforme, crisi economica, scioperi, il boicottaggio delle opposizioni e le trame di Nixon per abbatterlo. Fino all’errore fatale: nominare Augusto Pinochet a capo dell’Esercito
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L’errore più grave, forse quello decisivo, fu nominare un generale rimasto nell’ombra comandante in capo dell’Esercito. Nessuno lo avrebbe immaginato. Ma fu proprio Augusto Pinochet, classe 1915, fervido ammiratore del dittatore spagnolo Francisco Franco, ad aprire le porte che poi portarono al golpe militare e trasformarono il Cile in una botola nera piena di terrore. Assediato dagli scioperi del movimiento gremalista, sostenuti prima dai camionisti e poi dai piccoli imprenditori, dai sindacati dei professionisti e da alcuni gruppi studenteschi, Salvador Allende viveva il momento più difficile della sua breve presidenza.

Eletto con una maggioranza risicata (36,3 per cento) alle elezioni del 1970, il primo leader marxista dell’America Latina si ritrovò presto a scontrarsi con il Parlamento che boicottava ogni sua iniziativa fino ad accusarlo formalmente di “atti incostituzionali”: un eufemismo per indicare che violava le regole della dialettica politica abolendo l’equilibrio tra i po…

L’errore più grave, forse quello decisivo, fu nominare un generale rimasto nell’ombra comandante in capo dell’Esercito. Nessuno lo avrebbe immaginato. Ma fu proprio Augusto Pinochet, classe 1915, fervido ammiratore del dittatore spagnolo Francisco Franco, ad aprire le porte che poi portarono al golpe militare e trasformarono il Cile in una botola nera piena di terrore. Assediato dagli scioperi del movimiento gremalista, sostenuti prima dai camionisti e poi dai piccoli imprenditori, dai sindacati dei professionisti e da alcuni gruppi studenteschi, Salvador Allende viveva il momento più difficile della sua breve presidenza.

Eletto con una maggioranza risicata (36,3 per cento) alle elezioni del 1970, il primo leader marxista dell’America Latina si ritrovò presto a scontrarsi con il Parlamento che boicottava ogni sua iniziativa fino ad accusarlo formalmente di “atti incostituzionali”: un eufemismo per indicare che violava le regole della dialettica politica abolendo l’equilibrio tra i poteri dello Stato per arrivare addirittura a un autogolpe che avrebbe “introdotto il comunismo” nel Paese. Nominare quel militare che tutti chiamavano “Pinocchio”, perché ostinato bugiardo, a capo della più potente delle quattro forze armate fu un peccato di ingenuità.

L’uomo che aveva ridato speranze a milioni di poveri ed emarginati con la sua “Via cilena al socialismo” non immaginava certo di mettersi in casa la serpe che lo avrebbe, di lì a poco, tradito con un colpo di Stato che scosse le coscienze democratiche del mondo. Si fidava di quel militare. Ma le condizioni estreme in cui si trovava il suo esecutivo, con la classe media infuriata per le misure che stava applicando, il crollo del prezzo del rame, unica materia prima che garantiva le esportazioni, l’inflazione impazzita e la crescita esponenziale del costo della vita, finirono per creare le condizioni di una “tempesta perfetta”.

Era il 22 agosto del 1973. Allende governava da poco più di due anni, gli alleati Cristiano-democratici avevano cambiato fronte appoggiando l’opposizione della destra del Partito nazionale. Insieme controllavano la maggioranza del Parlamento e continuavano l’opera di contrasto e di demolizione del processo innovatore. Gli Usa, al culmine della guerra fredda con l’Urss, tramavano nell’ombra. Erano ossessionati dal pericolo comunista. Vedevano rosso in tutto il Continente latinoamericano. Non hanno mai ammesso il peso esercitato nel golpe di cui si commemora adesso il mezzo secolo. In realtà avevano già messo a punto il Piano Condor che prevedeva colpi di Stato in ogni paese della regione con la complicità attiva della Cia. Osservare impotenti l’arrivo di un marxista alla guida del Cile, paese strategico che avevano sostenuto a suon di miliardi di dollari e che conservava la sacca più grande di rame al mondo, li esasperava.

Augusto Pinochet e il suo collega argentino Jorge Videla nel 1978

 (afp)

La serie di documenti desecretati nei giorni scorsi smentisce la presa di distanza sostenuta per tanto tempo. Tra i file resi pubblici ne esiste uno emblematico. E’ il dialogo avvenuto il 23 ottobre del 1970 tra il presidente Richard Nixon e il suo consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger (che subito dopo il golpe cileno, il 22 settembre 1973, diventerà segretario di Stato). Il giorno prima un gruppo di militari golpisti guidati dal generale Roberto Viaux, in contatto con la Cia, aggredì armi in pugno il capo di Stato maggiore dell’Esercito René Schneider perché contrario all’idea di un colpo di mano da parte dei soldati tradizionalmente neutrali. Il generale si difese rivoltella in pugno ma venne freddato dai cospiratori. Il complotto era avvenuto alla vigilia dell’insediamento di Allende, cosa che gli Usa volevano evitare ad ogni costo. Kissinger spiegò che il piano era fallito e che i militari non avrebbero approfittato del caos che si era creato. Nixon rispose: “Non sono addestrati. Ci siamo affidati a degli incompetenti”. Il consigliere gli ricordò: “C’è stata una svolta in peggio, doveva essere solo arrestato. Ma non ha innescato nient’altro”. E gli delineò il piano messo a punto: “La mossa successiva avrebbe dovuto essere la presa del governo (da parte dei militari) ma ciò non è avvenuto”.

L’omicidio Shneider fu l’inizio di una serie di attentati e tentati golpe che si protrassero fino all’agosto del 1973. Il 29 giugno un reggimento corazzato circondò la Moneda in quello che viene ricordato come il tanquetazo. Ma fallì. A fine luglio ci fu un’altra insurrezione a cui parteciparono anche i minatori della miniera di rame di El Teniente. Infine, il 22 agosto, l’episodio che accese le micce del golpe. Da poco nominato ministro della Difesa e vicepresidente, il generale Carlos Prats reagì pistola in pugno alle risate che gli occupanti di un’auto gli rivolgevano mentre erano nel traffico. Scese dalla sua macchina di servizio e affrontò la persona alla guida. Era convinto fosse un uomo. In realtà era una donna, Alejandrina Cox, che rimase scioccata dalla reazione del generale. I passanti intervennero, riconobbero Prats, lo contestarono, la sua auto fu distrutta, le gomme squarciate. Sommerso dalle critiche, il ministro tentò di difendersi, si scusò pubblicamente con la donna. Ma la frittata era fatta. Scelse di dimettersi. E è qui che entra in scena Augusto Pinochet. Viene nominato al posto del generale messo alla gogna. Venti giorni dopo dà il via al suo piano messo a punto meticolosamente.

Allende subito dopo la nomina di Pinochet a capo dell'esercito, il 23 agosto 1973. 

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Sappiamo quello che è successo l’11 settembre del 1973. Allende asserragliato nel palazzo della Moneda mentre la squadriglia di Hawker Hunter lancia i suoi missili e le sue bombe. Allende che pronuncia il suo ultimo appello a Radio Magallanes in cui invita la popolazione a difendere la democrazia. I tank che assediano la presidenza, la colpiscono, la incendiano. Allende che resta solo, elmetto in testa, il fucile Ak47S regalatogli da Fidel Castro in mano. Morirà poche ore dopo. Si è sempre pensato che fosse stato ucciso dai golpisti. In realtà ha preferito spararsi una raffica in testa. Lo ha raccontato il suo medico personale: ha assistito alla scena.

Il resto è storia. L’abolizione dei partiti, lo stato di emergenza, la cancellazione di ogni diritto civile e politico. I rapimenti, gli omicidi, gli arresti illegali. Il terrore allo stato puro. Il Cile oggi piange i suoi 3.508 morti e le sue 29.259 vittime di violenze e sparizioni. Mille di questi non si sa ancora che fine abbiano fatto. Oltre a segnare in profondità la storia del paese, il golpe di Pinochet e l’esperienza della sua Unidad Popular hanno prodotto un cambiamento anche da noi. Scosso da quella tragedia, l’allora segretario del Partito comunista Enrico Berlinguer scrisse tre analisi fondamentali per il mensile Rinascita. Si convinse che la sinistra da sola non sarebbe mai riuscita a governare l’Italia. Aprì le porte al compromesso storico: l’alleanza tra comunisti e democristiani. L’unica soluzione per rafforzare la democrazia nel nostro paese. Vide in Aldo Moro il protagonista di questo straordinaria svolta. Ci pensarono le Brigate Rosse a farla fallire sul nascere.

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