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Biden in Vietnam per sfidare la Cina: “Vorrei vedere Xi. Ora è in difficoltà”

Il presidente Usa dice di non voler contenere Pechino. Che ora “è più debole e non invaderà Taiwan”. Stati Uniti soddisfatti del G20: è stata ribadita l’importanza dell’integrità territoriale ucraina
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NEW DELHI — Dice Joe Biden che «la Cina si trova davanti a un difficile problema economico in questo momento, per la mancanza di crescita e la disoccupazione». Ciò potrebbe costringerla a ripensare i suoi progetti espansionistici, a cominciare dall’invasione di Taiwan. Poi tende la mano, assicurando che «non voglio contenerla» e augurandosi di vedere presto il suo leader, a patto però che «rispetti le regole del gioco».

(reuters)

Parlando ieri dal Vietnam, dove è andato dopo il G20 di Delhi per consolidare l’alleanza con Hanoi contro Pechino, il capo della Casa Bianca ha dato quasi un’impressione spavalda, nella sfida col rivale Xi. Forse perché la missione di questi giorni ha evidenziato le debolezze delle autocrazie, nello scontro con le democrazie, compresa la dichiarazione ammorbidita sull’Ucraina.

(reuters)

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NEW DELHI — Dice Joe Biden che «la Cina si trova davanti a un difficile problema economico in questo momento, per la mancanza di crescita e la disoccupazione». Ciò potrebbe costringerla a ripensare i suoi progetti espansionistici, a cominciare dall’invasione di Taiwan. Poi tende la mano, assicurando che «non voglio contenerla» e augurandosi di vedere presto il suo leader, a patto però che «rispetti le regole del gioco».

(reuters)

Parlando ieri dal Vietnam, dove è andato dopo il G20 di Delhi per consolidare l’alleanza con Hanoi contro Pechino, il capo della Casa Bianca ha dato quasi un’impressione spavalda, nella sfida col rivale Xi. Forse perché la missione di questi giorni ha evidenziato le debolezze delle autocrazie, nello scontro con le democrazie, compresa la dichiarazione ammorbidita sull’Ucraina.

(reuters)

Il presidente ha rivelato di aver parlato col premier cinese Li Qiang, ma «abbiamo discusso di stabilità e il tono non era di confronto». Quindi ha aggiunto che vorrebbe vedere presto Xi, possibilmente al vertice Apec di San Francisco di novembre, ma la mancanza di contatti diretti da nove mesi non significa che il dialogo è interrotto, perché molti leader dell’amministrazione hanno visitato la Repubblica popolare, incluso il segretario di Stato Antony Blinken. Poi ha giurato che la tappa in Vietnam non ha una chiave anticinese, è solo un passo per stabilizzare la regione. Anche se Hanoi, che nel frattempo negozia l’acquisto di armi da Mosca, lo ha pregato di venire proprio per alzare un argine strategico contro la penetrazione di Pechino, e accelerare il trasferimento delle fabbriche per la produzione di beni essenziali tipo i semiconduttori.

Dopo aver teso la mano, però, Biden ha sottolineato i guai che attraversa il rivale, aggiungendo che «non credo spingeranno la Cina a invadere Taiwan. Anzi, potrebbero avere l’effetto opposto, perché non ha più le capacità di prima». In ogni caso, pur assicurando di non voler contenere Pechino, «non le venderò materiali che aumenterebbero la sua capacità di produrre più armi nucleari, o impegnarsi in attività militari contrarie a ciò che la maggior parte delle persone ritiene uno sviluppo positivo nella regione».

La spavalderia di Biden deriva in parte dalle reali difficoltà attraversate da Pechino, e in parte dal fatto che l’assenza di Xi e Putin dal G20 gli ha dato l’opportunità di isolarli, dimostrando come il Sud globale non sia proprio determinato a correre tra le loro braccia. Mosca e Pechino hanno celebrato come una vittoria la dichiarazione del G20 sull’Ucraina, perché non condanna l’invasione di Putin. Washington però la legge nel senso inverso, come ha spiegato Blinken: «È molto importante che il G20 parli all’unisono. In una certa misura forse è il G19, perché ovviamente anche la Russia era qui, ma il fatto che abbiamo una dichiarazione collettiva in cui si afferma l’importanza dell’Ucraina, la sua integrità territoriale e sovranità, parla ad alta voce».


Il ragionamento dietro le quinte è che la condanna c’era già stata a Bali, e a Delhi era giusto richiamarla, andando oltre. Siccome Mosca era al tavolo, non era pensabile approvare un testo unanime che la censurasse. Perciò la scelta era tra opporsi al compromesso, decretando il fallimento del G20 e di Modi, che Biden sta corteggiando, o accettarlo, per presentarlo come un passo avanti verso la potenziale soluzione diplomatica. Non c’è la condanna esplicita, ma tutto il resto è un dito puntato contro Mosca. E il Sud del mondo, a partire dai tre membri dei Brics India, Brasile e Sudafrica, si è unito alla presa di posizione, che indica nel rispetto della Carta dell’Onu, l’integrità territoriale dell’Ucraina e la sua sovranità, la via maestra per uscire dalla crisi. Sarebbe stato meglio spaccare il G20 col rifiuto del compromesso, o unirlo in questa riaffermazione dei principi violati da Putin?

Anche sul clima il ragionamento è stato simile. È vero che non c’è stato l’accordo sulla riduzione dei combustibili fossili, ma solo l’impegno a ridurne l’uso, tenendo conto delle esigenze specifiche dei singoli membri. Su questo linguaggio c’è stata convergenza tra la Cina e i Paesi emergenti. Biden però ha notato che «qualche anno fa sarebbe stato impensabile che il G20 discutesse del riscaldamento globale, mentre ora abbiamo l’impegno a triplicare la capacità di produrre energia rinnovabile entro il 2030». Gli addetti ai lavori la definiscono «diplomazia incrementale», ma nelle condizioni date, il presidente la considera un successo.

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