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Hawaii, a un mese dalla tragedia i dispersi degli incendi sono ancora 66

Il bilancio ufficiale è di 115 morti, ma di tanti altri non si sa più nulla: e le famiglie temono che non avranno mai dei resti su cui piangere
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NEW YORK - Spargono petali sulle macerie, cercano tracce tra le ceneri, prima che i bulldozer arrivino per spianare la zona che una volta era piena di case, cortili e voci umane. Un mese dopo gli incendi che hanno devastato l'antica città di Lahaina, alle Hawaii, non si celebra il ritorno della vita. C’è un dolore ancora più cupo: quello per gli scomparsi. Il bilancio ufficiale dell’Fbi è di 115 morti e di 66 persone disperse.


Dal giorno della visita del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il 21 agosto, quei numeri non sono più cambiati. Squadre di ricercatori, cani addestrati e antropologi hanno continuato a cercare tra le macerie resti a cui dare un nome. In due settimane non ne è stato trovato uno. Per centinaia di persone non è solo il momento di accettare una perdita, ma di accettare una dimensione ancora più feroce: l’inesistenza, l’assenza di un corpo e di una fine certa. C’è la possibilità che dei dispersi non…

NEW YORK - Spargono petali sulle macerie, cercano tracce tra le ceneri, prima che i bulldozer arrivino per spianare la zona che una volta era piena di case, cortili e voci umane. Un mese dopo gli incendi che hanno devastato l'antica città di Lahaina, alle Hawaii, non si celebra il ritorno della vita. C’è un dolore ancora più cupo: quello per gli scomparsi. Il bilancio ufficiale dell’Fbi è di 115 morti e di 66 persone disperse.


Dal giorno della visita del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il 21 agosto, quei numeri non sono più cambiati. Squadre di ricercatori, cani addestrati e antropologi hanno continuato a cercare tra le macerie resti a cui dare un nome. In due settimane non ne è stato trovato uno. Per centinaia di persone non è solo il momento di accettare una perdita, ma di accettare una dimensione ancora più feroce: l’inesistenza, l’assenza di un corpo e di una fine certa. C’è la possibilità che dei dispersi non venga trovata mai più traccia ed è in questo viaggio di un dolore più profondo che due giornalisti del New York Times hanno tratto un reportage, andando nei posti della tragedia un mese dopo l’inizio di tutto, quando i dispersi ufficiali erano ancora addirittura 380.

Il test del Dna

Kimberly Buen ha perso il padre: perdere non è il verbo che si dovrebbe usare in questo caso, perché è ufficialmente disperso, non ancora morto. La figlia è entrata in quel limbo in cui sa di non averlo più, ma, ecco, non ha la certezza che separa la vita dalla morte, la speranza dal lutto. Di recente un agente dell’Fbi è andato a trovarla nella sua casa nel Sud della California e le ha chiesto un campione del Dna. Quello è il segnale. “Ogni volta che ricevo una telefonata - racconta al Times - penso che sto per ricevere quella telefonata, quella in cui mi diranno che il test del dna combacia con quello di mio padre, è che è deceduto. Prima rispondevo a ogni telefonata pensando, oh, l’hanno trovato? L’hanno trovato? Ora invece penso ‘L’hanno riconosciuto’?”.


Il padre si chiamava Maurice Buen, era un appassionato di pesca sportiva, il 2 settembre avrebbe compiuto 80 anni. Per settimane la figlia ha chiamato Fbi, Croce Rossa, protezione civile, la polizia di Maui e l’ospedale di Honolulu per avere notizie di ustionati. Il padre non è mai comparso nell’elenco. A un certo punto i dispersi erano più di duemila, poi con il passare dei giorni è sceso. Restano 66. Anche trovare resti a cui dare sepoltura sarebbe considerato consolatorio. La morte di un essere umano avviene sempre troppo presto, a prescindere dall’età, figuriamoci in una tragedia come questa.

I nomi dei morti

Molti sono morti intrappolati in macchina, bloccati dalle code di gente in fuga, a due passi dal mare. Davanti alla morte il nostro senso di onnipotenza diventa senso di impotenza. Dei 115 morti accertati 55 hanno un nome che è stato annunciato. Altri cinque corpi sono stati identificati ma le loro identità restano protette in attesa di informare le famiglie. I ricercatori di un’azienda del Colorado specializzata in riconoscimento rapido con il dna hanno lasciato l’isola. A determinare il bilancio esatto saranno gli investigatori. Ci vorranno anni per arrivare a un conteggio meno provvisorio.


“Noi - racconta Manuel Ceralde, 52 anni, la cui suocera e la cui cognata erano in casa a Mela Street prima che scoppiassero gli incendi e risultassero tra i dispersi - speriamo ancora di trovare qualcuno vivo, anche se le notizie ci dicono che non ci sono più speranze”. L’attesa accompagna 7mila persone, sui 12mila abitanti, ospitate in hotel e Airbnb. Il cuore di Lahaina è ancora chiuso, solo i soccorritori e le squadre inviate dai vari governi hanno accesso all’area. Alle famiglie è stato autorizzato di andare un’ultima volta a visitare quel che resta delle loro proprietà prima che il genio militare rimuova le macerie con i bulldozer.

Anche guardare tra la cenere diventa un viaggio nei ricordi. Un cercare tracce di un parente che ufficialmente non è morto, ma non c’è più. La nostalgia trasformerà il rapporto con il passato di un genitore, un figlio, una sorella, un marito, un amico, un vicino, ma non potrà mai sostituirlo. Nella morte, però, non tutto è morte anche se, come alle Hawaii, manca un punto finale. Le sepolture collettive sono cominciate da giorni a Maui, Molokai, Oahu e Kauai. Il pastore John Crewe ha tenuto messa. La sua chiesa metodista non esiste più. “Ciò che ci fa coraggio - confessa - è vedere che siamo tutti uniti. C’è un senso di gratitudine e di connessione. E per ricostruire, c’è bisogno di questo”.

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