Terremoto in Marocco, il dramma degli orfani nei villaggi dell’Atlante. “Ero una bambina, ora sono grande”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoSoukaina e la piccola Bochra con una volontaria
IMISLI (Marocco) — Soukaina era una bambina fino a venerdì. Adesso, «sono grande» dice con una dolcezza e un candore che squarciano il petto nell’afa feroce di questa tenda improvvisata sulle montagne dell’Atlante, nel piccolo villaggio di Imisli: 300 anime, un centinaio di sopravvissuti all’ecatombe del terremoto. «Venerdì sera avevo appena portato la mia sorellina a dormire, Bochra ha 3 anni, io ne ho 13», racconta lentamente. «Stavo giocando con il telefono e ho sentito un rumore, poi il buio. Urlavo ma non c’era nessuno. Li ho visti lì e poi sono scappata per salvare Bochra».
Non ce la fa ad andare avanti, non vuole piangere Soukaina. Il tetto crollato della loro casa in pietra si è portato via la sua mamma e il suo papà. Il …
IMISLI (Marocco) — Soukaina era una bambina fino a venerdì. Adesso, «sono grande» dice con una dolcezza e un candore che squarciano il petto nell’afa feroce di questa tenda improvvisata sulle montagne dell’Atlante, nel piccolo villaggio di Imisli: 300 anime, un centinaio di sopravvissuti all’ecatombe del terremoto. «Venerdì sera avevo appena portato la mia sorellina a dormire, Bochra ha 3 anni, io ne ho 13», racconta lentamente. «Stavo giocando con il telefono e ho sentito un rumore, poi il buio. Urlavo ma non c’era nessuno. Li ho visti lì e poi sono scappata per salvare Bochra».
Non ce la fa ad andare avanti, non vuole piangere Soukaina. Il tetto crollato della loro casa in pietra si è portato via la sua mamma e il suo papà. Il fratello Mouad è riuscito ad arrivare solo due giorni dopo. Ha 17 anni, lavora a Rabat, in un supermercato: «Mia madre faceva la contadina, c’era poco a casa, sempre nei campi, e così Bouchra ha passato più tempo con Soukaina. Per questo non ha ancora chiesto della mamma», dice come a volersi dare una ragione.
Soukaina, Bochra e Mouad adesso sono i figli di tutti qui a Imisli, orfani come decine, forse centinaia di bambini sopravvissuti al terremoto del 9 settembre. Sono i più indifesi, i più vulnerabili, facili prede di traffici illeciti. L’Unicef parla di circa 100mila minori “colpiti” dal terremoto, ma è una stima che non spiega. Quanti morti, quanti senza più una famiglia? E dove andranno? Nessuno lo sa. «Non ci sono numeri ufficiali», dice Jalila, che nella vita lavora per una ong e si occupa di microcredito, ma ha lasciato tutto per aiutare. Fa su e giù da Amizmiz, il primo Paese ai piedi dell’Atlante, una ottantina di km a Sud-Ovest di Marrakech, fino ai villaggi in quota, nell’epicentro del terremoto che ha stroncato più di 2.900 vite.
Risaliamo la montagna insieme a lei, 23 km di tornanti: la strada è stata sgomberata alla meglio per far passare i primi aiuti ma la geografia è mutata. Alcuni douar, i villaggi berberi tradizionali, sono stati completamente cancellati, altri distrutti in gran parte. Nei più remoti non sono ancora arrivati i soccorsi, dopo 4 giorni. Ci dicono che ad Anermi, 500 abitanti circa, gli abitanti siano riusciti a tirare fuori dalle macerie, da soli, con picconi e pale, oltre 30 cadaveri. Tra loro c’erano anche il padre, la madre e la sorella di un bambino di 9 anni, un altro orfano. Jalila racconta storie di orrore: «A Tafeghaghte, 300 abitanti, ci sono molti morti e in gran parte donne e bambini perché gli uomini erano tutti fuori a lavorare».
I volontari hanno piazzato delle tende nei costoni della montagna che si pensa siano più sicuri, stabili: puntini gialli su distese di roccia rossa e distruzione. Ai lati della strada, rifugi improvvisati.
«Qui c’era una famiglia con due figli e non si trovano», dice Jalila indicando una casetta in pietra rasa al suolo; «Invece qui è sopravvissuta una bambina di 9 anni, l’hanno portata a Taroudant, dalla nonna», prosegue, in un meticoloso censimento delle vittime.
Soukaina e Bochra si tengono abbracciate. Di loro adesso si prendono cura i vicini, gli zii, la comunità che non ha più nulla ma divide tutto: le tende, il pollo, il tè, che offrono con generosità, anche adesso.
Mouad invece se ne sta in disparte, la testa appoggiata su una mano. «Non so ancora cosa faremo, io ho il lavoro a Rabat», dice sottovoce. Soukaina verrà con te? «No, lei è ancora troppo giovane per la città», scuote la testa lo zio.
Dopo giorni di silenzio e assenza, il re Mohammed VI si è fatto vedere ieri a Marrakech. Una visita ai feriti in ospedale e una donazione di sangue, con grande codazzo di gendarmerie. Non ha voluto far entrare tutti gli aiuti offerti dalla comunità internazionale, li ha centellinati. La spiegazione delle autorità è che non volevano si creasse un effetto turco, con le ambulanze bloccate in fila sulle mulattiere di montagna. Ma molte strade sono libere e più scavatrici, tende, cucine da campo sarebbero state vitali.
Jalila evita le polemiche: «Abbiamo acqua e cibo per sopravvivere, il problema sarà l’inverno quando serviranno coperte e vestiti». E chi ricostruirà? «Faremo come abbiamo sempre fatto», assicura con un misto di orgoglio e fatalismo. «Il Re ha già detto alle autorità locali di aiutarci. Ho sentito dire anche che lo sceicco del Qatar è pronto a costruire delle nuove case, antisismiche».