“Compagno Putin”.Tovarish, breve storia di un termine obsoleto riesumato per il summit con Kim
di Enrico FranceschiniLONDRA - Se davvero Vladimir Putin e Kim Jong-un si sono chiamati fra di loro “compagno”, come riportano le cronache sul summit in Estremo Oriente fra il presidente russo e il leader supremo nord-coreano, il termine suggerisce una riflessione storico-linguistica, ancora prima che politica. A parte il fatto che, mentre Kim si definisce comunista, Putin è oggi essenzialmente un nazionalista ultraconservatore e presunto custode di valori tradizionali cristiani, quasi nessuno, quando nel 1990 arrivai io in Unione Sovietica come corrispondente di Repubblica, si rivolgeva al prossimo con l’appellativo di “tovarish”, compagno, o “tovarisha”, compagna.
Per lo più, i r…
LONDRA - Se davvero Vladimir Putin e Kim Jong-un si sono chiamati fra di loro “compagno”, come riportano le cronache sul summit in Estremo Oriente fra il presidente russo e il leader supremo nord-coreano, il termine suggerisce una riflessione storico-linguistica, ancora prima che politica. A parte il fatto che, mentre Kim si definisce comunista, Putin è oggi essenzialmente un nazionalista ultraconservatore e presunto custode di valori tradizionali cristiani, quasi nessuno, quando nel 1990 arrivai io in Unione Sovietica come corrispondente di Repubblica, si rivolgeva al prossimo con l’appellativo di “tovarish”, compagno, o “tovarisha”, compagna.
Per lo più, i russi usavano casomai “grazhdagnin”, cittadino, e “grazhdagnina”, cittadina, con l’aggiunta di una “a” finale come richiede la forma femminile. Non potevano utilizzare “signor” o “signora”, che pure esistono anche nella loro lingua, “gospodin” e “gospozha”, perché dalla rivoluzione bolscevica del 1917 quelle espressioni erano state messe al bando: qui non ci sono più i signori, usavano dire i leninisti della prima ora, siamo tutti uguali, tutti compagni.
Settant’anni più tardi, a Mosca i furori rivoluzionari si erano esauriti da un pezzo: fra la stagnazione brezneviana e il caos portato dalla perestrojka di Gorbaciov, nella Russia del 1990 nemmeno la maggioranza dei membri del Pcus, il Partito comunista sovietico, credevano più davvero nel comunismo, preoccupandosi più che altro di fare i propri interesse e tirare a campare. Se chiamare un’altra persona “signore” odorava di capitalismo e di ineguaglianza borghese, anche chiamarla “cittadino” aveva però una valenza un po’ troppo formale, leggermente inquisitiva. Come rivolgersi, dunque, al tizio che passa per strada o che incontri all’angolo di casa?
Se il tizio era di tua conoscenza, naturalmente, ti salvava l’abitudine, consolidata da ben prima della rivoluzione, di chiamarsi l’un l’altro con il patronimico: Mikhail Sergeevic (per fare un esempio), sapete a che ora passa il tram? Ma se il tizio era uno sconosciuto, in era sovietica l’unica soluzione rimasta per attaccare discorso in modo colloquiale era chiamarlo semplicemente “mushina” (uomo) o “genshena” (donna).
Alle orecchie di un occidentale, sembrava un linguaggio primitivo o perlomeno primordiale, come se il comunismo avesse privato i russi anche del diritto di parola. Era buffo, per me, sentire qualcuno che si rivolgeva a un altro dicendo qualcosa come: “Scusate, uomo, è libero questo posto?” Oppure sentire qualcuno gridare: “Donna, attenta, è pericoloso attraversare la strada in questo punto!” Una cosa è certa: nelle conversazioni di tutti i giorni, non ho mai sentito nessun russo rivolgersi a un altro chiamandolo “compagno”. Al tempo del declino dell’Urss comunista, “tovarish” era diventato un termine obsoleto, vagamente offensivo, quasi una presa in giro. E fa un po’ ridere, se non ci fosse da piangere, anche sentire Putin che lo usa per parlare con Kim.