L’aereo con i prigionieri atterra a Doha al tramonto, a bordo ci sono cinque cittadini americani, i servizi iraniani, i mediatori qatarini. Uno dei prigionieri, Siamak Namazi, 51 anni, ne ha passati più di sette nel famigerato carcere di Evin a Teheran. Ripartono poco dopo verso gli Usa, ancora storditi, ma finalmente liberi grazie a uno storico accordo per lo scambio di prigionieri tra Washington e Teheran.
Namazi è il primo a ringraziare il presidente Biden, che «ha messo la vita dei cittadini americani al di sopra della politica», ma soprattutto i detenuti iraniani con cui ha condiviso questi anni di buio: «Mentre i miei rapitori incarnavano la bassezza dell’umanità, molti dei miei compagni di prigionia ne personificavano la nobiltà». Con Namazi ci sono l’ambientalista Morad Tahbaz, 67 anni, l’imprenditore Emad Shargi e altri due americani che hanno chiesto di non rendere pubblico il loro nome. In cambio, gli Usa hanno rilasciato 5 iraniani condannati o sotto processo per violazione delle sanzioni. Due erano a Doha pronti a fare il percorso inverso sull’aereo che li porterà a Teheran, altri due resteranno negli Stati Uniti, liberi, il quinto andrà in un Paese terzo.
L’accordo prevede anche lo sblocco di 6 miliardi iraniani fermi in Corea del Sud, soldi che Seul doveva a Teheran per gli acquisti di petrolio e che sono stati trasferiti in Qatar. L’Iran potrà usarli per comprare cibo, medicine, dispositivi medici e prodotti agricoli. «Oggi, cinque americani innocenti che erano imprigionati in Iran tornano finalmente a casa», dice Biden, ma questo non cambia la politica degli Usa verso l’Iran. «Continueremo a sanzionarlo per le sue azioni provocatorie nella regione», promette il presidente firmando subito nuove sanzioni per il ministero dell’Intelligence e l’ex presidente iraniano Ahmadinejad. La mossa serve anche a Biden per gestire i malumori interni, con i repubblicani e alcuni democratici furiosi per quello che considerano il «cedimento» a un «ricatto», che finanzierà «nuove azioni destabilizzanti nella regione».
È l’antico dilemma sulla “diplomazia degli ostaggi”, la politica e la vita. Le stesse critiche furono mosse al presidente Carter nel 1979, dopo l’assalto all’ambasciata Usa di Teheran. «Non pagheremo un centesimo di denaro americano per la restituzione di questi ostaggi», sostenne all’epoca l’allora vicepresidente Walter Mondale. «Nessuno ha dato un dollaro all’Iran qui», dice oggi il portavoce del dipartimento di Stato Matthew Miller. «Sono i fondi dell’Iran». Denaro che appartiene alla Repubblica islamica che «li spenderà ovunque ne avrà bisogno», rivendica il presidente Raisi nel frattempo volato a New York per l’assemblea Onu. Ora la domanda è se questo accordo aprirà la strada a nuove intese. I qatarini spingono per allargare i colloqui e accreditarsi come mediatori nel Golfo. Washington è prudente, ma non è un segreto che il programma nucleare iraniano sia in cima alle preoccupazioni dell’amministrazione Biden in Medio Oriente.