✕

L’Armenia capitola dopo 24 ore di guerra: il Nagorno ora è azero

Ascolta l'audio

Putin abbandona l’alleato, a Erevan folla in piazza: “Assassino”. Tensioni sul governo
2 minuti di lettura

Erevan — «Mardaspan», assassino: riferito al presidente russo Vladimir Putin che “distratto” dalla guerra in Ucraina guarda da un’altra parte. E poi «hrazharakan», dimissioni: quelle del premier Pashinyan che non ha difeso il suo popolo. È furiosa la folla che, per la seconda sera di fila si ritrova nella centralissima Hanrapetut’yan Hraparak, la piazza della Repubblica, cuore della capitale armena, su cui si affaccia l’imponente palazzo del Governo. I timori del giorno prima, sono d’altronde diventati realtà: a 24 ore dall’inizio dei bombardamenti su Stepanakert, capitale de facto della regione indipendentista che qui chiamano Artsakh, le autorità locali, affamate pure da un blocco che dura da 9 mesi, hanno ceduto. Siglando un cessate il fuoco con cui accettano tutte le condizioni imposte dall’ostile vicino: quell’Azerbaijan che martedì ha deciso di portare a termine l’occupazione avviata nel 2020 — la mini-guerra durata 44 giorni con cui aveva strappato all’Armenia 150 chilometri de…

Erevan — «Mardaspan», assassino: riferito al presidente russo Vladimir Putin che “distratto” dalla guerra in Ucraina guarda da un’altra parte. E poi «hrazharakan», dimissioni: quelle del premier Pashinyan che non ha difeso il suo popolo. È furiosa la folla che, per la seconda sera di fila si ritrova nella centralissima Hanrapetut’yan Hraparak, la piazza della Repubblica, cuore della capitale armena, su cui si affaccia l’imponente palazzo del Governo. I timori del giorno prima, sono d’altronde diventati realtà: a 24 ore dall’inizio dei bombardamenti su Stepanakert, capitale de facto della regione indipendentista che qui chiamano Artsakh, le autorità locali, affamate pure da un blocco che dura da 9 mesi, hanno ceduto. Siglando un cessate il fuoco con cui accettano tutte le condizioni imposte dall’ostile vicino: quell’Azerbaijan che martedì ha deciso di portare a termine l’occupazione avviata nel 2020 — la mini-guerra durata 44 giorni con cui aveva strappato all’Armenia 150 chilometri del contesissimo Nagorno Karabakh — avviando un nuovo intervento definito “operazione antiterrorismo” che in un solo giorno ha ucciso, secondo il bilancio armeno, almeno 200 persone, di cui dieci civili — cinque bambini — e fatto oltre 400 feriti.

La piazza non ha dubbi. «È una resa totale», lamenta Nikol Aleksanyan, pensionato di 66 anni: «Fronteggiamo una nuova epurazione etnica, un nuovo genocidio. E accade oggi, nel 21° secolo, fra l’indifferenza di tutti». E ne è convinta anche l’opposizione della Federazione rivoluzionaria armena che ha annunciato l’avvio di un processo di impeachment contro il premier Pashinyan accusato, appunto, di non aver difeso gli armeni. Sì, perché ora Baku pretende l’uscita delle forze militari armene (di cui Erevan nega la presenza), lo scioglimento delle “formazioni illegali”, ovvero le milizie dell’Artsakh e la consegna di tutte le armi da coordinare — dicono — «con il contingente di peacekeeping russo» (che nel frattempo Mosca denuncia essere stato attaccato in un agguato). Ma soprattutto, durante un incontro che si terrà oggi nella città di Yevlakh, vuole discutere «l’integrazione della popolazione sulla base della costituzione e delle leggi dell’Azerbaijan». Assimilazione, dunque. O esilio attraverso certi “corridoi umanitari” la cui evocazione da parte delle autorità ha scatenato il panico nella comunità indipendentista: tanto che ieri pomeriggio migliaia di famiglie con bambini si sono riversati sulla base russa nei pressi dell’aeroporto di Stepanakert. Mentre in 10mila si sono spostati verso altre aree della regione, secondo il difensore civico per i diritti del Nagorno Karabakh, Ghegham Stepanian: «Non hanno cibo, medicine o prodotti igienici adeguati è una catastrofe». Ma la piazza ce l’ha anche con Putin: il suo è percepito come un vero tradimento, impegnato com’è in Ucraina e dipendente dall’Azerbaijan per l’esportazione del gas, non avrebbe fatto abbastanza per difendere il popolo armeno.

«Pashinyan è un vigliacco. Se non è in grado di far nulla se ne vada», dice a una piccola folla Sarhat Hakobyan, bancario di 42 anni che in piazza è sceso in giacca e cravatta, arrivato direttamente dall’ufficio. «Macché. La colpa è dei russi, non gli importa nulla di proteggere la nostra gente, pensano solo a mantenere il controllo» gli risponde Yuri Gayane, 22 anni. Racconta che con altri studenti, martedì sera, ha presidiato l’ambasciata russa, bloccando entrata e uscita ai diplomatici: «Il nostro governo ha aperto all’Occidente, facendo esercitazioni militari con gli Stati Uniti. E ora Mosca ci volta le spalle. Magari è la volta che ce li leviamo di dosso». E i due iniziano a battibeccare, a dimostrazione che nella capitale armena non tutti la vedono allo stesso modo. Poco più in là, Miriam, insegnante di 52 anni, si dispera: «Mio nipote è sotto le armi. Ha solo 19 anni, ho paura per lui. Pashinyan dice che non manderà nessuno. Ma se si inizia a sparare poi non sai come va a finire».

Leggi i commenti