Kateryna Zarembo: “Il Donbass è Ucraina, non credete al mito imperialista russo. Ed ecco perché Putin ci tiene tanto”
di Daniele Castellani PerelliOksamytova photo
C’è un Donbass che non conosciamo. È quello del movimento studentesco Poshtovkh, degli Euromaidan di Donetsk e Lugansk, dei tifosi dello Shaktar che vennero banditi dallo stadio per aver gridato “Putin merda!”, ma anche il Donbass dei belgi e dei gallesi arrivati nell’Ottocento, e pure della comunità protestante di fine Novecento. È un Donbass plurale e filoeuropeo, magari minoritario ma pur sempre significativo, che soprattutto sfugge alla narrazione che il Cremlino ha voluto imporre in questi decenni, quella di un territorio di cultura sovietica, di economia solo mineraria e politicamente fedele al Cremlino.
Questo “mito colonialista” prova a smontare Kateryna Zarembo, analista politica e docente universitaria ucraina della Mohyla Academy di Kiev, nel suo libro Il Donbas è Ucraina, in uscita domani per Linkiesta Books (pp. 240, euro 19).
Nel libro lei lascia intendere che, con un altro contesto mediatico e politico, senza l’ingerenza russa, il Donbass si sarebbe potuto evolvere …
C’è un Donbass che non conosciamo. È quello del movimento studentesco Poshtovkh, degli Euromaidan di Donetsk e Lugansk, dei tifosi dello Shaktar che vennero banditi dallo stadio per aver gridato “Putin merda!”, ma anche il Donbass dei belgi e dei gallesi arrivati nell’Ottocento, e pure della comunità protestante di fine Novecento. È un Donbass plurale e filoeuropeo, magari minoritario ma pur sempre significativo, che soprattutto sfugge alla narrazione che il Cremlino ha voluto imporre in questi decenni, quella di un territorio di cultura sovietica, di economia solo mineraria e politicamente fedele al Cremlino.
Questo “mito colonialista” prova a smontare Kateryna Zarembo, analista politica e docente universitaria ucraina della Mohyla Academy di Kiev, nel suo libro Il Donbas è Ucraina, in uscita domani per Linkiesta Books (pp. 240, euro 19).
Nel libro lei lascia intendere che, con un altro contesto mediatico e politico, senza l’ingerenza russa, il Donbass si sarebbe potuto evolvere in modo diverso. D’altronde, nel 1991, le regioni di Donetsk e Lugansk approvarono con l’83% dei sì l’indipendenza dell’Ucraina.
“Ho voluto raccontare un Donbass plurale, lontano dall’immagine fantastica e quasi sovietica che ne fa il Cremlino. Tante persone coraggiose, in ambiti diversi, hanno cercato di indirizzare quel territorio verso la liberal-democrazia occidentale e verso una coscienza nazionale ucraina. Penso ai movimenti patriottici universitari che si sono battuti per un rinascimento culturale e linguistico ucraino, ma anche ai protestanti, lì la dimensione linguistica era assente ma hanno comunque fatto una certa scelta politica. Sì, il Donbass poteva evolvere in maniera differente, verso un’identità politica ucraina, così come è successo ad altre zone del Paese. Kiev stessa, all’inizio degli anni 90, era diversa da oggi, ad esempio nella vita culturale e nella sua società civile”.
I filorussi di solito, per dimostrare la loro tesi, mostrano la mappa delle elezioni presidenziali del 2010, con il Sud che votò compatto per il filorusso Yanukovich. È un argomento convincente?
“No. Anzitutto perché votarono per lui anche altre regioni, come quelle di Kharkiv e Odessa, dove non è stata creata una ‘repubblica’-fantoccio filorussa. E poi perché Yanukovich – politico criminale che comunque vinse elezioni legittime – voleva sì rapporti economici più stretti con Mosca, ma non aveva certo fatto campagna per la dissoluzione dell’Ucraina o la consegna di qualsiasi parte di Ucraina alla Russia”.
Il titolo originale del suo libro parla in realtà non di “Donbass”, ma di “regioni di Donetsk e di Lugansk”. Il “Donbass” esiste? Come dovremmo chiamare quell’area?
“Da studiosa preferisco parlare di regioni di Donetsk e Lugansk, ma per semplificare si può usare Donbass, anche se ad esempio non lo si cita nella Costituzione. L’importante è non dargli quel marchio ‘sovietico’ con cui lo usa la propaganda del Cremlino, perché si tratta appunto di un territorio molto complesso”.
Perché Putin tiene tanto al Donbass?
“Bella domanda. Non penso sia tanto per ragioni economiche o storiche, quanto per il fatto che da quella popolazione si aspettava una lealtà che non c’è stata, come si è visto già nel marzo del 2014 con la protesta dei 10mila a Donetsk per l’integrità e la sovranità dell’Ucraina. Anche sul terreno le forze russe, già nel 2014, hanno trovato una resistenza locale e nazionale che non si attendevano, in una fase in cui l’esercito di Kiev non era certo come quello di oggi. Ma, più che al Donbass, Putin era interessato al progetto della Novorossija, macroregione che includerebbe anche Kharkiv e Odessa: la sua invasione però non ha avuto il successo sperato, è riuscito a occupare solo circa un terzo di Donetsk e Lugansk”.
Per la Crimea il discorso è diverso? Anche tra i leader occidentali c’è chi tende a considerarla ancora più “russa” del Donbass, e quindi particolarmente sacrificabile in caso di negoziato.
“Per gli ucraini non c’è differenza. È solo la propaganda del Cremlino che prova a creare una narrazione diversa in nome della gloria imperialista di Putin. La realtà è che si tratta anche in questo caso di territorio ucraino sotto occupazione”.
Cosa si pensa in Ucraina dei cittadini del Donbass? Ci sono pregiudizi o del razzismo un po’ come succede anche in altri Paesi verso le popolazioni più povere?
“No, non c’è razzismo. Esistono degli stereotipi (“parlano russo”, “sono filo-Cremlino”) e, dai sondaggi, emergono dei pregiudizi quando si parla di quanti sono rimasti nei territori occupati di Donetsk e Luhansk, perché sono quelli più malvisti”.
Kiev ha commesso degli errori? Ad esempio quando nel 2019 ha promulgato la legge che dona uno status speciale all’ucraino?
“Quella legge impone di usare l’ucraino come prima lingua nei servizi pubblici, quella di default, ma non vieta affatto di parlare russo. Va capito che non è una misura contro i ‘filorussi’, perché in Ucraina tutti siamo bilingui, chi più chi meno. Anche Zelensky parla russo. La lingua da noi non corrisponde a una identità politica”.
Come e quando finirà questa guerra?
“Sarà lunga purtroppo. La Russia non cederà perché per lei il problema è l’esistenza stessa dell’Ucraina. E penso che si concluderà davvero solo quando la Russia sarà una democrazia. Non basterà che le truppe di Mosca se ne siano tornate oltre i confini del 1991, servirà che il Paese non rappresenti più una minaccia per l’Ucraina, e per fare questo anche i russi dovranno cambiare”.
Quando tutto sarà finito, quale sarà il primo luogo del Donbass in cui vorrà tornare?
“È una domanda romantica che a volte con gli amici ci poniamo. La prima cosa che faremo sarà andare a Donetsk, più probabilmente in treno piuttosto che in macchina, visto che quella regione è piena di mine. E purtroppo a causa dell’occupazione russa Donetsk non sarà più la città che conoscevamo. Un luogo del cuore per me è poi Bakhmut. Era una cittadina molto bella, verde ed accogliente, con delle vibrazioni europee. Ma ora, come tanti altri posti del Donbass, non esiste più”.