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"Dopo la resa del Nagorno, il governo armeno non cadrà: sta incanalando la rabbia della gente verso la Russia”

(afp)
Intervista all’esperto del Regional Studies Center Richard Giragosian, secondo il quale l’Azerbaijan ha saputo sfruttare una finestra temporale unica e ha umiliato sia Mosca sia l’Occidente
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EREVAN – «L’operazione militare messa in atto dell'Azerbaijan in Nagorno Karabakh non è stata una sorpresa: ma l’atto finale di una serie di pressioni sulla popolazione armena di quell’area, iniziate a dicembre 2022 e diventate un letterale blocco umanitario. Ma la tempistica è dovuta a due ulteriori fattori. Baku ha approfittato della distrazione dei russi, focalizzati sulle difficoltà dell’invasione ucraina, coscienti di avere davanti una finestra temporale stretta, che non sarebbe durata per sempre. Dall’altra, il ritorno al potere del premier israeliano Benyamin Netanyahu gli ha dato rinnovato vigore militare: hanno ricevuto da Israele armi nuove due settimane fa». Richard Giragosian è lo studioso armeno-americano a capo del think tank, con base a Erevan, Regional Studies Center, fra i più stimati esperti della complessa area caucasica.

Baku ha raggiunto il suo obiettivo?

«Dal punto di vista militare l’obiettivo era …

EREVAN – «L’operazione militare messa in atto dell'Azerbaijan in Nagorno Karabakh non è stata una sorpresa: ma l’atto finale di una serie di pressioni sulla popolazione armena di quell’area, iniziate a dicembre 2022 e diventate un letterale blocco umanitario. Ma la tempistica è dovuta a due ulteriori fattori. Baku ha approfittato della distrazione dei russi, focalizzati sulle difficoltà dell’invasione ucraina, coscienti di avere davanti una finestra temporale stretta, che non sarebbe durata per sempre. Dall’altra, il ritorno al potere del premier israeliano Benyamin Netanyahu gli ha dato rinnovato vigore militare: hanno ricevuto da Israele armi nuove due settimane fa». Richard Giragosian è lo studioso armeno-americano a capo del think tank, con base a Erevan, Regional Studies Center, fra i più stimati esperti della complessa area caucasica.

Baku ha raggiunto il suo obiettivo?

«Dal punto di vista militare l’obiettivo era semplice: miravano a creare e consolidare un nuovo contesto nel quale la popolazione armena del Nagorno Karabakh si sentisse ancor più insicura. Ora la conquista diventerà definitiva con l’esodo di quanta più gente possibile. Ma l’attacco ha un significato più ampio, vera minaccia a un contesto già molto precario. L’Azerbaigian ha sfidato la Russia umiliandone le forze di pace schierate in Karabakh. E l’Occidente, preferendo la forza militare alla soluzione diplomatica».

Si aspettava un cessate il fuoco così rapido?

«No. E mi preoccupa che non ci siano ancora garanzie di sicurezze. Le armi sono l’unica cosa che finora ha protetto quella comunità. E non ci si può fidare degli accordi con gli azeri. Il blocco umanitario da loro imposto a dicembre era già una violazione degli accordi raggiunti nel 2020. Il modo in cui il Nagorno ha accettato lo scioglimento e il disarmo completo delle forze armate è stato di fatto riconoscere di essere una forza locale, un esercito debole con comando e controllo separati dall'Armenia Paese. Ci sono poi altri due elementi importanti: l’accordo è stato mediato dai comandanti dei peacekeeper, mossa che ha fatto riguadagnare la faccia ai russi e riaffermato la posizione di Mosca come arbitro della sicurezza sul terreno. Va sottolineata pure l'assenza dell'Armenia dal tavolo dei negoziati»


C’è chi dice che l’invasione abbia avuto pure il benestare di Mosca, scontenta del governo del premier armeno Nikol Pashinyan, troppo vicino all’Occidente. Che ne pensa?

«Non vedo perché Mosca avrebbe dovuto fare le cose in modo così complicato: se quello era l’obiettivo poteva mettere in difficoltà il governo armeno direttamente, tagliando il gas. La priorità russa è l’Ucraina, non questa regione. Certo, Mosca è scontenta dell’avvicinamento recente dell’Armenia all’Occidente. Ma va notato che se ci fosse una vera crisi fra i due Paesi avremmo sentito tuonare Vladimir Putin, non la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova»


Intanto, però, ad Erevan migliaia di persone in piazza chiedono le dimissioni del primo ministro.

«Il governo armeno sopravvivrà facilmente a questa crisi. L’opposizione è impopolare e screditata. Non propone politiche alternative e perfino Mosca ha rifiutato la loro richiesta di sostegno. E poi questo governo ha il raro privilegio della legittimità. È stato rieletto con ampia maggioranza pure dopo aver perso la guerra del 2020 ed è sopravvissuto a test ben più seri. Mi sembra semmai che Pashinyan stia già reindirizzando rabbia e frustrazione contro i russi allontanando ogni responsabilità dal governo armeno. Il cessate il fuoco è stato firmato dagli armeni del Nagorno Karabakh, il governo di Erevan si è tenuto ben lontano dai negoziati e non ha avuto nessun ruolo nella decisione di deporre le armi».
 

La società armena è pronta a rinunciare al Nagorno?

«La società armena si è intorpidita a furia di concessioni difficoltose. E comunque è una società debole che fa i conti col fatto che la Russia, il suo partner principale fino ad ora, è diventato inaffidabile. La perdita del Nagorno è la sintesi di tutte queste difficoltà».
 

Qualcuno auspica per la popolazione armena dell’area indipendentista uno statuto speciale. Le sembra possibile?

«No. Era stato offerto in passato ma ora la situazione è totalmente diversa. Baku negherà ogni diritto specifico degli armeni, lo scopo finale è farli andare via».
 

E ora cosa succederà?

«Mi preoccupa la situazione politica interna all’Azerbaijan. È una dittatura, un potere autoritario, una dinastia che si trasmette da padre in figlio. Nessuno vuole vivere così. Anche con un trattato di pace firmato, essersi ripreso il Nagorno potrebbe non bastargli. Hanno bisogno di un nemico, di una guerra, per motivi politici interni. Per distrarre la popolazione dalla corruzione politica e dalla mancanza di democrazia. Mi aspetto altra instabilità piuttosto che normalizzazione».

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