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Nagorno, negoziati dopo la resa. L’ira degli armeni contro i russi: “Lasciati soli”

Manifestanti protestano a Erevan, in Armenia, davanti all’ingresso del Palazzo del governo

 
Colloqui sul disarmo e sullo status della minoranza in Azerbaijan. A Erevan contestato Pashinyan
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EREVAN— «Il mondo ci ha abbandonato, ci hanno voltato le spalle tutti: Russia, Armenia, Occidente». È il lamento di Samvel Shahramanyan. Il presidente, eletto appena 10 giorni fa, di uno “Stato” che già non esiste più: quella Repubblica dell’Artsakh, meglio conosciuta come Nagorno Karabakh, che dopo 24 ore di bombardamenti azeri sulla capitale de facto Stepanakert, già affamata da nove mesi di blocco alimentare, ha firmato mercoledì un cessate il fuoco che equivale a una resa. Affrontando già ieri, nella città azera Yevlakh, un primo round di negoziati mediati dai russi, dove si è discusso di disarmo, certo, ma soprattutto di “reintegrazione”: come assimilare all’Azerbaijan la comunità di 120mila indipendentisti armeni.

Tre ore di colloqui non hanno però partorito …

EREVAN— «Il mondo ci ha abbandonato, ci hanno voltato le spalle tutti: Russia, Armenia, Occidente». È il lamento di Samvel Shahramanyan. Il presidente, eletto appena 10 giorni fa, di uno “Stato” che già non esiste più: quella Repubblica dell’Artsakh, meglio conosciuta come Nagorno Karabakh, che dopo 24 ore di bombardamenti azeri sulla capitale de facto Stepanakert, già affamata da nove mesi di blocco alimentare, ha firmato mercoledì un cessate il fuoco che equivale a una resa. Affrontando già ieri, nella città azera Yevlakh, un primo round di negoziati mediati dai russi, dove si è discusso di disarmo, certo, ma soprattutto di “reintegrazione”: come assimilare all’Azerbaijan la comunità di 120mila indipendentisti armeni.

Tre ore di colloqui non hanno però partorito un accordo: «Proseguiremo», dicono ora i separatisti, dopo aver incassato la promessa di carburante e aiuti umanitari dagli azeri. Ma la pace è ancora lontana: «Dettagli chiave, inclusa la consegna delle armi, devono essere definiti. Non abbiamo garanzie di sicurezza per il nostro popolo e non firmeremo finché ogni nodo non sarà risolto», afferma Samvel Babayan, consigliere di Shahramanyan.

(afp)

Ieri, d’altronde, ci si è accusati a vicenda di aver violato il cessate il fuoco appena siglato: colpi sono stati effettivamente sparati in cinque città dell’Artsakh, non è chiaro da chi. Sei peacekeeper russi sono morti: cinque per mano azera, come ha confermato il presidente Ilham Aliyev assumendosene la responsabilità e scusandosene con l’omologo russo Vladimir Putin durante una telefonata. Mentre circola online la notizia, non confermata, secondo cui Baku ha chiesto la consegna di leader politici e militari indipendentisti in cambio dell’apertura di quei corridoi umanitari essenziali a chi spera di rifugiarsi in Armenia: «Possono ancora distruggerci – ha detto Babayan – Trasformare il genocidio culturale appena compiendo in un genocidio di sangue».

Un timore condiviso pure dall’immensa folla che – nel giorno della festa dell’indipendenza armena, trasformatosi in giornata di lutto – per la terza sera di fila ha risposto alla chiamata del partito d’opposizione Dashnak: riempiendo più del solito l’immensa Piazza della Repubblica su cui si affaccia il Palazzo del governo. E assediando (ma in numeri più modesti) pure l’Ambasciata russa. Nel tentativo di impedire gli scontri delle sere precedenti («Evitiamo confronti con la polizia», hanno detto dal palco improvvisato al fianco della grande fontana) la protesta si è fatta più creativa: alla piazza è stato chiesto di dividersi in tre diversi cortei, improvvisare blocchi stradali, arringare i passanti delle vie del centro.


Con i loro slogan i manifestanti hanno chiesto ancora una volta le dimissioni del premier considerato «morbido» Nikol Pashinyan. Insieme all’apertura dei necessari corridoi umanitari, come ti ribadisce Dmitry Verdanyan, 19 anni, in piazza con amici tutti del Nagorno: «Abbiamo paura per i nostri genitori bloccati». E hanno denunciato, infine, le negligenze dei russi: argomento cavalcato pure dal premier in difficoltà, durante il discorso tenuto in occasione della ricorrenza: «La missione dei peacekeeper è stata un fallimento», ha tuonato, usando un tema cui molti sono sensibili. «I russi sono ladri corrotti», dice infatti senza giri di parole Anush Zakharyan, 57 anni, che in Nagorno c’è nata, raccontandoti che nella Stepanakert senza medicinali per colpa del blocco «quegli “operatori di pace” vendevano aspirina all’equivalente di 10 euro l’una».

Pashinyan tenta di rassicurarli: «Non c’è una minaccia immediata per i civili». E si dice allo stesso tempo «pronto ad accogliere 40mila famiglie». Cautamente prende però le distanze da un sostegno concreto ad accordi di pace, sottolinea di non aver partecipato alle trattative per il cessate il fuoco e punta il dito contro Mosca, l’ex amica con cui i rapporti sono ora gelidi: «Se i peacekeeper russi hanno contribuito all’accordo per il cessate il fuoco, perché lasciare che l’Azerbaijan attaccasse il Nagorno Karabakh?». Una mossa strategica, dice a Repubblica l’analista armeno Richard Giragosian: «Lavora per spostare sui russi la rabbia della piazza nei suoi confronti. È abile, ce la farà».

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