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Kosovo, 5 morti negli scontri al confine. Pristina contro Belgrado: “Aggressori legati al partito Lista serba”. Mosca: “Violenze responsabilità di Kurti”

(afp)
Da Stati Uniti e Ue appelli alla calma e a evitare una escalation
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Monta con una drammatica rapidità la crisi, pericolosissima, esplosa domenica in Kosovo quando un gruppo di estremisti armati di etnia serba ha attaccato una pattuglia di agenti kosovari uccidendone uno e barricandosi nel monastero di Banjska, lungo la strada che dalla capitale Pristina raggiunge il confine serbo. «Avevano un piano per destabilizzare il Paese», accusa il governo kosovaro rivelando di aver trovato armi e divise per un esercito di «centinaia di uomini». Dicono di avere prove che collegano gli aggressori al partito kosovaro vicino al presidente serbo Aleksandar Vucic.

La replica di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, è pesantissima: «Lo spargimento di sangue — sostiene — è conseguenza diretta del modo in cui il cosiddetto “primo ministro” Albin Kurti ha foment…

Monta con una drammatica rapidità la crisi, pericolosissima, esplosa domenica in Kosovo quando un gruppo di estremisti armati di etnia serba ha attaccato una pattuglia di agenti kosovari uccidendone uno e barricandosi nel monastero di Banjska, lungo la strada che dalla capitale Pristina raggiunge il confine serbo. «Avevano un piano per destabilizzare il Paese», accusa il governo kosovaro rivelando di aver trovato armi e divise per un esercito di «centinaia di uomini». Dicono di avere prove che collegano gli aggressori al partito kosovaro vicino al presidente serbo Aleksandar Vucic.

La replica di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, è pesantissima: «Lo spargimento di sangue — sostiene — è conseguenza diretta del modo in cui il cosiddetto “primo ministro” Albin Kurti ha fomentato il conflitto e ripulito il territorio della regione dai serbi».

Ben al di là dello scontro a fuoco tra i boschi sperduti di una piccola regione balcanica, divampa dunque un nuovo incendio tra il mondo occidentale e l’orbita russa, con feroci accuse reciproche in un Paese dall’identità fragile nel quale l’onere di mantenere la pace è affidato a Kfor, la missione gestita dai soldati italiani: a maggio ne rimasero feriti trenta, durante gli scontri con i manifestanti di etnia serba esplosi quando il governo nominò sindaci di etnia albanese nei paesi del Nord dove vive la comunità serba.

Ora si soffia di nuovo sul fuoco della perenne crisi geopolitica del Kosovo, sempre sull’orlo di un possibile conflitto aperto tra le sue anime etniche, la serba minoritaria e la maggioranza albanese. Dopo l’accordo promosso dalla Ue e firmato nel 2013 tra Belgrado e Pristina, il processo che doveva portare a una soluzione duratura naufraga negli opposti nazionalismi. E stavolta la miccia è impressionante. Il bilancio parziale è un agente ucciso e un altro ferito, un commando di una trentina di uomini in fuga tra i boschi, braccati dalla polizia che ne ha già uccisi almeno quattro, mentre altri sono fuggiti in Serbia.

Il ministro degli Interni kosovaro, Xelal Sveçla, dice che i suoi inquirenti hanno trovato prove che collegano la “Lista serba”, il partito vicino a Vucic, al commando che ha attaccato il monastero con un piano «per destabilizzare il Paese». Racconta che il commando si è lasciato dietro 24 veicoli tra cui un blindato e due quad, «nei quali è stata rinvenuta una quantità di armi di diverso calibro». E «intorno al monastero si trovano i corpi di tre persone armate e vestite in uniforme militare», uccise dagli agenti. Dice che avevano a disposizione un arsenale: armi automatiche e lanciamissili, uniformi e attrezzature logistiche.

Sei “terroristi” feriti sono ricoverati nell’ospedale di Novi Pazar, in Serbia. Il governo del Kosovo chiede siano estradati insieme agli altri membri del commando. Uno dei quali, sostiene Pristina, è Milan Radoj?i?: hanno trovato il suo documento, ed è un volto noto, sospettato di crimini in Kosovo e inserito nella lista nera Usa. Insieme a lui sono stati identificati altri cinque membri di due organizzazioni considerate terroristiche in Kosovo.

Già domenica mattina il primo ministro Albin Kurti aveva puntato il dito verso Belgrado: «Le sparatorie contro la polizia continuano. Per questo abbiamo chiesto alla Serbia di smettere di incoraggiare gli attacchi terroristici nel nord del Kosovo», aveva twittato. Quella che è in atto è «una brutale pulizia etnica», ribatte Vucic accusando Kfor di non essere intervenuta: «Ci sarebbero state meno vittime, ma è stata data carta bianca a Kurti in modo da regolare i conti e massacrare il maggior numero di persone possibile».

Una polveriera. Ieri il ministro Antonio Tajani ha chiamato entrambi i leader: «Condanniamo le violenze e promuoviamo un forte dialogo per impedire che gli interessi russi prevalgano in un’area in cui è meglio che ci sia invece l’Europa», spiega. E anche «gli Stati Uniti condannano fermamente gli attacchi», dice il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, auspicando «un’indagine trasparente» e chiedendo a Kosovo e Serbia «di astenersi da qualsiasi azione o retorica che possa infiammare le tensioni».

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