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La mimetica, le accuse e i legami con il leader serbo Vucic: chi è l’autore del blitz omicida in Kosovo

Milan Radoicic è un volto noto alle autorità. Dalla Serbia ha confessato di aver guidato l’assalto di 30 uomini in cui è morto un agente kosovaro. In passato è stato difeso dal presidente di Belgrado, che stavolta però ne ha preso le distanze
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PRISTINA (Kosovo) – Ora c’è un “chi” ufficiale e anche un “perché”, dietro il blitz intorno al monastero ortodosso di Banjska, nel nord del Kosovo abitato dalla minoranza serba. Era stato preparato per “garantire la resistenza del popolo serbo al terrore di Kurti”, il primo ministro del Kosovo. Il suo artefice si è autodenunciato stamattina: è il vicepresidente di Lista Serba, Milan Radoicic, considerato terrorista in Kosovo e inserito nella lista nera Usa. Si è assunto la responsabilità politica e organizzativa dell’operazione militare di domenica mattina, alla quale ha partecipato personalmente in mimetica venendo ripreso dalle telecamere. Nel blitz messo in atto con i suoi uomini e nella repressione da parte dei corpi speciali kosovari sono stati uccisi un agente kosovaro e tre assalitori.

(afp)

Il blitz

Nelle stesse ore in cui Radoicic si autodenunciava, stamattina è scattato un blitz nel nord…

PRISTINA (Kosovo) – Ora c’è un “chi” ufficiale e anche un “perché”, dietro il blitz intorno al monastero ortodosso di Banjska, nel nord del Kosovo abitato dalla minoranza serba. Era stato preparato per “garantire la resistenza del popolo serbo al terrore di Kurti”, il primo ministro del Kosovo. Il suo artefice si è autodenunciato stamattina: è il vicepresidente di Lista Serba, Milan Radoicic, considerato terrorista in Kosovo e inserito nella lista nera Usa. Si è assunto la responsabilità politica e organizzativa dell’operazione militare di domenica mattina, alla quale ha partecipato personalmente in mimetica venendo ripreso dalle telecamere. Nel blitz messo in atto con i suoi uomini e nella repressione da parte dei corpi speciali kosovari sono stati uccisi un agente kosovaro e tre assalitori.

(afp)

Il blitz

Nelle stesse ore in cui Radoicic si autodenunciava, stamattina è scattato un blitz nel nord del Kosovo delle forze speciali kosovare: sono entrati nelle sue proprietà e in quelle di altri estremisti serbi ritenuti collegati con l’assalto. Lui è al sicuro da qualche parte e, secondo il suo avvocato, non è stato ferito durante l’azione.

Radoicic è un volto noto nella regione, con un bagaglio pesante sulle spalle: è stato accusato di favoreggiamento e sospettato di avere organizzato e coperto l’omicidio di un leader politico locale, Oliver Ivanovic. Lo accusano anche di contiguità con la criminalità organizzata e con il traffico di droga. Ma il suo ruolo politico è stato in passato difeso dallo stesso leader serbo, il presidente Aleksandar Vucic, che sei anni fa lo definì “guardiano della Serbia nella regione di Kosovo e Metokia”; ma che ora prende apertamente le distanze da lui, annunciandone le dimissioni da vicepresidente di Lista Serba “per non provocare ulteriore danno”.

(reuters)

La confessione

La versione di Radoicic, la sua confessione e rivendicazione politica, sono arrivate a distanza nel corso di una conferenza stampa a Belgrado, in Serbia, attraverso il suo avvocato Goran Petronijevic, che ha letto un suo testo. Radoicic rivendica l’attacco spiegandone il movente ma negando di avere avuto qualsiasi tipo di appoggio dal governo serbo. “È stata un’azione disperata e ha agito da solo con i suoi uomini", dice l’avvocato Petronijevic invitando “lo Stato e la comunità internazionale, in particolare la Kfor”, a fare molta attenzione alla situazione esplosiva che si è creata e “può degenerare: non pensate che Milan Radoicic sia uno solo, ce ne sono tanti laggiù". E il Consiglio Atlantico sembra esserne consapevole: nel pomeriggio ha reso noto di avere disposto l'invio di più truppe per la missione Nato in Kosovo, sottolineando proprio la "profonda preoccupazione per le crescenti tensioni nel Nord del Kosovo” espressa dagli alleati. Già a maggio era stata rafforzata la presenza della Kfor, ora si fa un nuovo salto in avanti.

(afp)

Nella nota letta dal suo avvocato, Radoicic spiega di avere agito con un gruppo di connazionali del nord del Kosovo, nella zona del villaggio di Banjska dove erano “ritornati per incoraggiare il popolo serbo a resistere al terrore del regime di Kurti, a proteggere il nostro popolo che ogni giorno è sottoposto a quel terrore e a realizzare il sogno della libertà del mio popolo nel nord della Repubblica del Kosovo”. Nega accuratamente di avere avuto supporto dalla Serbia di Vucic, anzi sostiene di non aver avvisato nessuno all’interno del governo serbo né tra le forze politiche attive nel Nord del Kosovo, dalle quali dice di essersi allontanato politicamente proprio per il disaccordo sulla linea da tenere di fronte “al terrore di Kurti”.

Le ragioni dell’attacco

“Per calmare la situazione ci siamo ritirati in diverse occasioni senza risultati, perché ci è stato detto che così avremmo contribuito a ridurre l’escalation mentre la Kfor e la comunità internazionale avrebbero fatto tutto il necessario per proteggere il popolo serbo”. Atteggiamento che, sostiene, il governo kosovaro non ha visto come “buona volontà per creare condizioni per i negoziati, ma come debolezza”.

Tutto questo, dice, non è servito che ad aumentare la brutalità del regime: “È in questo clima che ho deciso di compiere questo atto – cioè il blitz con una trentina di uomini armati fino ai denti e decine di mezzi, anche blindati, a bordo dei quali verranno poi trovate armi pesanti “per centinaia di soldati” – perché il Kosovo e Metokia (la provincia autonoma serba in gran parte rivendicata dal Kosovo, uno Stato autonomo riconosciuto però solo da una parte della comunità internazionale e da una parte della Ue) sono il mio Paese, la mia casa, sono parte integrante del mio Stato, la Repubblica di Serbia, e ce lo stanno strappando con la violenza, e il popolo serbo viene perseguitato con l'obiettivo finale di sterminare l'etnia di Kosovo e Metokia dai serbi”.

Un testamento politico in cui cerca di ribaltare le accuse di terrorismo dicendo che la morte dell’agente kosovaro è frutto di una “esplosione non diretta a colpire lui né nessun altro”. Lui e i suoi uomini sono “combattenti per la libertà del nostro popolo”, dice puntando il dito sulle unità speciali armate della polizia kosovara dispiegate nel Nord del Kosovo, dove vive quasi esclusivamente la comunità serba con le bandiere dispiegate ovunque, il dinaro come moneta di scambio abituale e il serbo come unica lingua parlata. Una presenza militare kosovara che “contravviene agli accordi firmati a Bruxelles dai leader serbi e kosovari”.

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