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Nel monastero della battaglia: “Ora il Kosovo teme la tempesta”

(agf)

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L’assalto ha riattizzato i sospetti tra albanesi e serbi, sempre pronti ad accusarsi a vicenda
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BANJSKA (KOSOVO) — Due rampe d’asfalto ed ecco il cancello di ferro del monastero ortodosso sventrato, ecco le squadre d’assalto con il passamontagna e i fucili a tracolla. Ci sarebbe pure un gran silenzio, qui a Banjska dove il Kosovo ha scoperto di essere di nuovo sull’orlo del baratro. Un blitz domenica prima dell’alba, un agente kosovaro e tre assalitori “serbi” uccisi, la fuga in Serbia del commando, un intero arsenale sequestrato tra case, jeep e blindati. Un piede è sprofondato nell’odio, l’altro è zuppo di geopolitica.

Ci sarebbe un gran silenzio se i cani da esplosivo non latrassero rabbiosi, mentre la squadra di Veton Elshani — vice capo della polizia kosovara in questa regione abitata al 90 per cento da serbi — li richiude nelle gabbie scendendo dai boschi: «L’operazione va avanti — dice — possono esserci granate inesplose». «Qui può esplodere l’Oluje, altro che le granate», dice il prete ortodosso con il barbone a Leposaviq, la cittadina lungo la strada che risale la valle…

BANJSKA (KOSOVO) — Due rampe d’asfalto ed ecco il cancello di ferro del monastero ortodosso sventrato, ecco le squadre d’assalto con il passamontagna e i fucili a tracolla. Ci sarebbe pure un gran silenzio, qui a Banjska dove il Kosovo ha scoperto di essere di nuovo sull’orlo del baratro. Un blitz domenica prima dell’alba, un agente kosovaro e tre assalitori “serbi” uccisi, la fuga in Serbia del commando, un intero arsenale sequestrato tra case, jeep e blindati. Un piede è sprofondato nell’odio, l’altro è zuppo di geopolitica.

Ci sarebbe un gran silenzio se i cani da esplosivo non latrassero rabbiosi, mentre la squadra di Veton Elshani — vice capo della polizia kosovara in questa regione abitata al 90 per cento da serbi — li richiude nelle gabbie scendendo dai boschi: «L’operazione va avanti — dice — possono esserci granate inesplose». «Qui può esplodere l’Oluje, altro che le granate», dice il prete ortodosso con il barbone a Leposaviq, la cittadina lungo la strada che risale la valle dell’Ibar, ancora più vicina al confine con la Serbia. L’Oluje, la Tempesta, la pulizia etnica che i croati scatenarono nel 1995 contro i serbi. «Non li ascoltare, amico. Nelle loro vene scorre sangue russo», dice Halim Halimi, da 25 anni in Svizzera con moglie e figli. «Da ragazzo sono finito dentro venti volte, bastava dire “Repubblica Kosovara” e i serbi ti venivano a prendere a casa. Ma lo sai quanti albanesi del Kosovo sono fuggiti? Il fratello di mio nonno lasciò qui la figlia neonata, troppo piccola, e andò in Turchia col resto della famiglia. Si sono ritrovati l’anno scorso. Lo sai quanti di noi sono scomparsi? Ogni tanto trovano qualche fossa in Serbia».

«All’ultimo censimento hanno contato 102.540 serbi in Kosovo — racconta Tatjana Slaviq, giornalista del canale serbo della tv kosovara Rtk — e quello che stiamo vivendo è inedito. Nei mesi scorsi erano esplose le proteste per le elezioni boicottate dai serbi, quando insediarono qui i sindaci di etnia albanese. Era una provocazione, e la gente era scesa in piazza. Ma nessuno si aspettava l’azione armata al monastero di Banjska, questa è tutta un’altra vicenda. Arriveranno poliziotti kosovari albanesi, la tensione può esplodere da un momento all’altro».

Giù a Mitrovica, la Belfast kosovara divisa dal ponte sull’Ibar, la camionetta dei carabinieri italiani presidia il ponte. Leyla Quorolla, 22enne di etnia albanese, attraversa verso la parte serba: «Io ci vivo, qui a Mitrovica Nord», dice. «Abito qui, nelle prime case, e tutto è sempre stato tranquillo coi vicini. Da piccola ci giocavo ma... No, non ci parliamo più. In tutta la mia vita non sono mai salita di lì», indica il viale centrale che parte dal ponte tra bar e ristoranti. «Capirebbero subito che sono “albanese” e... non so, non ci vado e basta». Ex fidanzatini “serbi”? «Mai, e non conosco nessuna e nessuno che ne abbia». Ogni giorno Leyla attraversa il ponte per andare a lavorare, è tecnica radiologa, e lo riattraversa per tornare a casa davanti alla camionetta dei Carabinieri.

Mamma Milena, 33 anni, a Mitrovica Nord siede la bimba nel triciclo e alza le spalle: «Mai andata a Sud, nella parte albanese. Ho paura, ma non so bene di cosa: della pulizia etnica, di questo clima di terrore che dal 1999 ci rende la vita impossibile». «Io non ho paura per me ma per i miei tre figli», dice l’anziano con la barba bianca a Banjska, nel bar con Darko Ristic e Milia che preparano il repertorio da suonatori folk, «giriamo tutta la Serbia e il Kosovo del Nord. La parte albanese? Ma no, figurati!». «Vuoi sapere cosa è successo a Banjska?», domanda Ivan Milijevic, direttore delle poste serbe kosovare. È successo che non ce la facciamo più a sopportare. I ragazzi di qui sono stanchi delle provocazioni. A Babimost, tra Mitrovica e Pristina, hanno bruciato la casa di un serbo: gliela avevano bruciata tanti anni fa ed era scappato, ora voleva tornare e l’aveva ristrutturata. A Gillan hanno preso a pietrate la casa di un’anziana; a Mitrovica un ragazzo col coltello è saltato addosso a tre bambini che giocavano a pallacanestro».

C’è un processo di pace, appoggiato da Ue e Usa. Incontri, firme e buoni propositi; ma è tutto arenato. «Non ci crediamo. Ci sentiamo soli e anche la Kfor non ci protegge», dice Maja, 40 anni, a Leposaviq. «Se volessero la pace, il governo kosovaro avrebbe implementato l’accordo consentendo la nascita dell’Asm, l’associazione delle comunità serbe. La verità è che il premier kosovaro Kurti non lo farà mai», dice ancora Miljievic. «Ma no — contesta, separatamente, Leyla — la pace è impossibile finché ci sarà Vucic come presidente serbo. Non riconoscerà mai il Kosovo indipendente. Lo so, loro dicono che è colpa nostra: l’odio condanna entrambi». 

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