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L’Australia si circonda di mine navali: è la tattica dell’istrice per difendersi dalla Cina

Per far fronte alla minaccia della Marina di Pechino, il governo laburista creerà una muraglia di ordigni subacquei hi-tech costruiti in Italia
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Il Porcospino contro il Dragone. Una metafora che evoca una favola ma sintetizza lo sviluppo della grande sfida per il dominio dell’Oriente. L’Australia infatti vede la minaccia della flotta cinese, sempre più numerosa e più moderna, avanzare rapidamente verso le sue coste. E così abbandona il simbolo nazionale del canguro per imitare l’istrice, chiudendo il Paese dietro una colossale barriera di mine subacquee: «Dobbiamo diventare un porcospino, un’isola fortezza», ha dichiarato il ministro della Difesa Richard Marles, annunciando l’acquisto di migliaia di ordigni sottomarini.

Il contratto

Dopo lunghe analisi, il governo laburista ha reso operativo il pilastro della strategia per proteggersi dall’espansione di Pechino …

Il Porcospino contro il Dragone. Una metafora che evoca una favola ma sintetizza lo sviluppo della grande sfida per il dominio dell’Oriente. L’Australia infatti vede la minaccia della flotta cinese, sempre più numerosa e più moderna, avanzare rapidamente verso le sue coste. E così abbandona il simbolo nazionale del canguro per imitare l’istrice, chiudendo il Paese dietro una colossale barriera di mine subacquee: «Dobbiamo diventare un porcospino, un’isola fortezza», ha dichiarato il ministro della Difesa Richard Marles, annunciando l’acquisto di migliaia di ordigni sottomarini.

Il contratto

Dopo lunghe analisi, il governo laburista ha reso operativo il pilastro della strategia per proteggersi dall’espansione di Pechino nel prossimo ventennio: il contratto è stato firmato poche settimane fa ed è in gran parte coperto dal segreto. Stando alle indiscrezioni, prevede di comprare oltre cinquemila mine hi-tech d’ultima generazione, con una spesa che potrebbe toccare i 600 milioni di euro. Una cifra tutto sommato bassa, pari al costo di una singola fregata lanciamissili, che però resuscita un’arma dimenticata dalla fine della Guerra Fredda: le mine navali.

Gli americani si resero conto della loro terribile efficacia nel 1991 durante la campagna per la liberazione del Kuwait: l’incrociatore Princeton e la portaelicotteri Tripoli dell’Us Navy vennero danneggiati dalle trappole esplosive piazzate dagli iracheni nel Golfo Persico. Il Pentagono fu obbligato a rinunciare allo sbarco dei Marines nell’Emirato e modificare radicalmente i piani della “Tempesta del Deserto”. Poi la stagione di pace mondiale e di globalizzazione dei commerci ha reso folle l’idea di seminare bombe negli oceani. Adesso però l’invasione dell’Ucraina e lo stato di assedio intorno a Taiwan hanno cambiato tutto, trasformando anche gli abissi in un potenziale campo di battaglia.

Le mine italiane

Molti Paesi del Baltico, il teatro dei confronti più tesi con le forze russe, hanno ripreso gli studi per minare gli accessi ai porti da cui dipende la sopravvivenza delle loro economie. E ora l’iniziativa australiana pare destinata a riaprire la corsa agli armamenti sottomarini, allargandola dai mari del Nord a quelli dell’Indo-Pacifico. Con una particolarità: sono rimaste pochissime aziende a produrre questi sistemi bellici. Canberra si è affidata alla Rwm Spa di Ghedi (Brescia), parte del gruppo Rheinmetall Italia: la stessa società finita nell’occhio del ciclone per la vendita di bombe a Emirati e Arabia Saudita durante il conflitto nello Yemen, prima autorizzata dal governo Renzi, poi revocata da Conte per venire ripristinata da Draghi e Meloni. Nel caso dell’Australia, storico partner della Nato, non si prevedono polemiche.

Le mine marittime, contrariamente a quelle terrestri, non sono vietate dalle convenzioni internazionali. E non hanno nulla a che vedere con le vecchie sfere metalliche galleggianti o ancorate sul fondo, simili a ricci di mare perché irte di inneschi che esplodono al contatto con i battelli. Ora sono anonimi cilindri lunghi un paio di metri. Contengono cervelli elettronici miniaturizzati che hanno in memoria il rumore generato dalle eliche dei bersagli, la massa magnetica dei loro scafi, la pressione dello spostamento d’acqua che provocano e altre caratteristiche fisiche delle navi da colpire. Solo quando tutti questi fattori coincidono con l’obiettivo, il computer fa saltare la carica: oltre mezza tonnellata di tritolo, che causa un’onda d’urto micidiale. Sono killer molto selettivi: possono lasciar passare le vedette di scorta per scatenare la distruzione solo all’arrivo dell’ammiraglia.

Il riconoscimento multiplo serve per motivi di sicurezza: impedisce di prendere di mira pacifici mercantili o imbarcazioni amiche. E allo stesso tempo neutralizza gli inganni degli sminatori, come i droni telecomandati che simulano la stessa traccia sonora di un certo incrociatore o di una determinata corvetta. Si ritiene che la Difesa australiana abbia scelto due modelli: la Murena, con un triplice sensore di avvistamento, e l’Astenia, che ne ha addirittura cinque, due dei quali top secret. Entrambi sono stati messi a punto in collaborazione con la Marina militare italiana, che non ha mai smesso di seguire l’evoluzione di questi apparati: come si è visto nella Seconda guerra mondiale, i nostri mari – in particolar modo l’Adriatico e il Canale di Sicilia – sono particolarmente esposti agli agguati delle mine.

L’Australia ha preoccupazioni ancora più estese. Deve vigilare su ben 19.600 chilometri di coste e quattordici porti principali: troppi per venire pattugliati dalla flotta. Ed ecco la scelta di mettere i cinesi davanti allo sbarramento di migliaia di torpedini invisibili, che bloccheranno l’accesso alle rotte più importanti. Gli ordigni possono essere sganciati pure da aerei e sottomarini, in modo da celare la posizione ai satelliti spia, a profondità comprese tra 6 e 300 metri. Se ci dovesse essere una crisi, in poche ore verrebbe costruita una grande muraglia nei fondali: l’ultima declinazione del concetto di deterrente. «Dobbiamo avere armamenti sufficienti – ha detto il ministro laburista Marles – a convincere i rivali a rinunciare a un attacco».

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