Cresce giorno dopo giorno la tensione nel Mar Cinese Meridionale, quell’ampia porzione di mare fra Cina, Vietnam, Malesia, Filippine e Taiwan che Pechino rivendica come propria e che la comunità internazionale ritiene essere occupata illegalmente. I Paesi del G7 in occasione dello scorso summit di Hiroshima hanno stigmatizzato il tentativo di Pechino di modificarne unilateralmente lo status quo, ritenendo che “non esiste alcuna base giuridica per le ampie rivendicazioni marittime della Cina nel Mar Cinese Meridionale”.
L’oggetto del contendere sono le centinaia di atolli disabitati negli arcipelaghi delle Spratly e Paracel, un’area strategica per il commercio e la navigazione mondiale e ricca di risorse energetiche e di pesca. Ogni anno passa su queste acque circa un terzo del commercio globale con oltre 3,37 trilioni di dollari di beni trasportati.
A partire dal 2014, con il nuovo corso di Xi Jinping, Pechino ha rafforzato la propria presenza militare sugli atolli disabitati del Mar Cinese Meridionale costruendo piste di atterraggio, postazioni radar, moli di attracco, installazioni con missili di superficie-aria, depositi. Si tratta di oltre venti avamposti nelle isole Paracel e sette isole nelle Spratly: Mischief Reef, Subi Reef, Fieri Cross, Woody Islands, fra gli altri, diventati in pochi anni ampie basi militari permanenti di Pechino.
La Repubblica Popolare Cinese rivendica la propria assoluta sovranità su questa gigantesca porzione di mare a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale quando, prima con il governo nazionalista del Kuomintang nel 1947 e poi con Mao Tse Tung negli anni ‘50, venne adottata e promossa la dottrina delle “Nine Dash Lines” (la “Linea dei Nove Punti”), una sorta di illegittimo, quanto assurdo Lebensraum in salsa cinese: uno “spazio vitale” necessario per garantire l’espansione e il dominio economico e geopolitico di Pechino nel Sud-Est Asiatico negli anni a venire.
L’area rivendicata dalla Cina è più grande dell’intero bacino del Mar Mediterraneo e occupa le Zone Economiche Esclusive e le acque territoriali internazionalmente riconosciute di ben cinque paesi Asean: Vietnam, Filippine, Malesia, Indonesia e Brunei. La profondità e la non legittimità delle rivendicazioni cinesi è evidente ed è come se l’Italia un bel giorno rivendicasse come proprie acque territoriali un’area marittima estesa fino a poche miglia dalla costa di Tunisi, Tripoli, Alessandria, Tel Aviv e Beirut messe insieme.
Il diritto internazionale da torto a Pechino. Il 12 luglio del 2016, La Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja, nel quadro della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (Unclos), si è pronunciata nettamente a favore delle Filippine, ritenendo le rivendicazioni marittime della Repubblica Popolare Cinese totalmente illegittime.
La Cina non ha riconosciuto il verdetto delle Nazioni Unite ed ha proseguito nella politica di aggressione nei confronti dei paesi vicini, nell’occupazione illegale e nella militarizzazione degli atolli contestati. Accanto alla crescente presenza della Marina Militare cinese e di migliaia di soldati sugli atolli trasformanti in basi militari, il governo cinese ha creato una “milizia marittima” composta dalla Guardia Costiera e da centinaia di imbarcazioni di pesca che ogni giorno svolgono azioni aggressive e di disturbo nei confronti dei battelli vietnamiti e filippini.
Pochi giorni fa, il 5 agosto, la Guardia Costiera cinese ha aggredito un battello della marina delle Filippine mentre stava conducente una missione di rifornimento al Tomas Shoal, un atollo controllato da Manila. Alle proteste del governo delle Filippine si è unito il Dipartimento di Stato americano che ha ricordato a Pechino con toni molto duri che “ogni attacco a navi, aerei e forze armate delle Filippine nel Mar Cinese Meridionale invocherebbe gli impegni di mutua difesa degli Stati Uniti ai sensi dell’art.4 del Trattato del 1951 fra Filippine degli Stati Uniti”.
Ma la nuova postura estremamente aggressiva di Pechino nell’area, insieme alla forte assertività su Taiwan, non sta soltanto aumentando le tensioni con Washington, ma sta provocando anche una serie di smottamenti geopolitici, in tutto il sud-est asiatico.
Le Filippine del neopresidente Ferdinando Marcos hanno abbandonato la politica filo-cinese di Rodrigo Duterte per riposizionare il paese nell’alveo occidentale, come confermato dal recente accordo militare e di sicurezza siglato dal Segretario alla Difesa Lloyd Austin. Il nuovo Enhanced Defense Cooperation Agreement che prevede la creazione di quattro nuove basi militari Usa nel paese: la base navale Camilo Osias a Santa Ana, la base Melchor Dela Cruz a Gamu nella provincia di Isabela e l’aeroporto di Lal-lo Airport, tutti antistanti Taiwan; la base di Balabac nell’isola di Palawan affacciata sul mare conteso con Pechino.
Poi i “Visiting Force Agreement" bilaterali siglati dalle Filippine con Giappone e Australia, che garantiranno la reciprocità di utilizzo delle basi militari e la possibilità di realizzare manovre militari congiunte con la marina Usa per garantire la piena libertà di navigazione nell’area oggi occupata illegalmente da Pechino.
Il ministro degli affari esteri del Vietnam Pham Bing Minh ha pochi giorni fa espresso una forte protesta contro le esercitazioni militari di Pechino nell’arcipelago delle isole Paracel, in ciò che Hanoi chiama il “Mare Orientale” e che il diritto internazionale considera sue acque territoriali. La nota di protesta è l’ultimo atto di un lungo percorso di avvicinamento della diplomazia vietnamita verso le democrazie dell’Indo-Pacifico che si articola lungo i binari dell’economia e della sicurezza.
Il Vietnam sta progressivamente diventando una delle mete favorite dal processo di decoupling con Pechino, a cominciare dalla recente scelta del colosso Apple di spostare una parte rilevante delle proprie produzioni (Mac Book ed Apple Watch), unitamente alla serie di accordi di cooperazione nel settore della sicurezza realizzati da Hanoi con India, Usa, Europa e Giappone in funzione di contenimento anticinese.
Nel mese di luglio e per la prima volta della sua storia, l’India ha donato al Vietnam la corvetta lancia missili INS Kirpan per rafforzare gli “interessi bilaterali in materia di difesa e sicurezza a partire dalle comuni preoccupazioni sul comportamento aggressivo della Cina nel Mar Cinese Meridionale”, come ha dichiarato l’ammiraglio indiano Hai Kumar in occasione della consegna della corvetta nel porto vietnamita di Cam Ranch. Nello scorso mese di giugno la portaerei statunitense Ronald Reagan ha poi sostato diversi giorni nel porto vietnamita di Danang certificando, con una fitta serie di incontri fra le autorità militari statunitensi e quelle vietnamite, una nuova stagione di cooperazione fra i due paesi.
Ed è proprio la risposta dell’India alla nuova assertività cinese nel Sud-Est Asiatico, che potrebbe rappresentare un fattore complementare e rafforzativo delle iniziative americane, giapponesi ed europee per contenere la Cina nei prossimi anni.
Nel quadro della dottrina “Act East” lanciata dal premier Narendra Modi, è aumentato in modo significativo il protagonismo indiano nella regione. L’accordo di partenariato strategico fra India e Vietnam si sta progressivamente ampliando dalla sola cooperazione economica a quella in materia di difesa e sicurezza, come dimostra anche il negoziato in corso per l’acquisto di missili da crociera di produzione indiana BrahMos.
Il mese scorso il ministro degli esteri indiano S. Jaishankar, in occasione dell’incontro con il suo omologo filippino Enrique Manalo, ha per la prima volta riconosciuto la piena legittimità del Tribunale Arbitrale dell’Aja, invitando la Cina a rispettare il verdetto ed a ritirarsi dagli atolli occupati illegalmente. Infine, l’India ha partecipato alle esercitazioni militari congiunte con Filippine e Stati Uniti, tenutesi sempre nel mar cinese meridionale nel 2019 e nel 2021 dando vita ad un’ampia cooperazione economica ed in materia di sicurezza con l’Indonesia a partire dalla costruzione, con capitali indiani e indonesiani, del nuovo porto di Sabang nel nord di Sumatra.