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“Il terrorismo islamico non è morto”: il rapporto della Fondazione MedOr

Il dossier, presentato oggi durante un convegno alla Luiss, mette in guardia dal disinteresse per l’evoluzione del movimento jihadista
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Sotto la cenere il fuoco continua a espandersi, annunciando la rinascita della fenice più feroce: il terrorismo islamico. Il conflitto ucraino ha monopolizzato l’attenzione internazionale e il calo di attentati ha fatto dimenticare la minaccia jihadista, come se lo spettro del Califfato fosse stato sepolto nelle macerie di Mosul e Raqqa. Ma proprio gli scenari di tensione mondiale innescati dall’invasione russa offrono prospettive nuove ai gruppi armati fondamentalisti, che possono inserirsi nello scontro tra potenze. E così portare avanti i loro disegni con una forza mai vista prima.
 

Il nuovo volto di Al Qaeda e Isis

L’allarme per “Il nemico silente” viene lanciato da un rapporto della Fondazione MedOr curato da Andrea Manciulli e presentato questo pomeriggio in un convegno alla Luiss con interventi del presidente della Fondazione Marco Minniti, del sottosegretario Alfredo Mantovano, del presidente del Copasir Lorenzo Guerini e di Gilles Kepel, inviato speciale dell’Eliseo pe…

Sotto la cenere il fuoco continua a espandersi, annunciando la rinascita della fenice più feroce: il terrorismo islamico. Il conflitto ucraino ha monopolizzato l’attenzione internazionale e il calo di attentati ha fatto dimenticare la minaccia jihadista, come se lo spettro del Califfato fosse stato sepolto nelle macerie di Mosul e Raqqa. Ma proprio gli scenari di tensione mondiale innescati dall’invasione russa offrono prospettive nuove ai gruppi armati fondamentalisti, che possono inserirsi nello scontro tra potenze. E così portare avanti i loro disegni con una forza mai vista prima.
 

Il nuovo volto di Al Qaeda e Isis

L’allarme per “Il nemico silente” viene lanciato da un rapporto della Fondazione MedOr curato da Andrea Manciulli e presentato questo pomeriggio in un convegno alla Luiss con interventi del presidente della Fondazione Marco Minniti, del sottosegretario Alfredo Mantovano, del presidente del Copasir Lorenzo Guerini e di Gilles Kepel, inviato speciale dell’Eliseo per il Mediterraneo. Il lungo dossier mette in guardia dal disinteresse per l’evoluzione del movimento jihadista. Al Qaeda e Isis non si sentono affatto sconfitte. Anzi. Stanno intensificando le attività e mettono piede in altri territori: il Sahel, l’Africa subsahariana, il Corno d’Africa e le ex Repubbliche sovietiche asiatiche sono i focolai da tenere d’occhio. Perché entrambe le formazioni hanno cambiato pelle, pur mantenendo identità distinte.
Oggi gli eredi di Osama Bin Laden portano avanti la loro “visione politica” del Califfato, con un contagio ideologico che può contare sul ritorno dei talebani a Kabul: hanno di nuovo una base sicura da cui lanciare un’ondata globale di radicalizzazione. Una campagna che dai Paesi confinanti con l’Afghanistan si estende all’Africa e al Medio Oriente. E può cogliere l’opportunità di inserirsi nella rottura degli equilibri internazionali provocata dalla guerra in Ucraina.
Invece Daesh, dopo la distruzione del cosiddetto Stato Islamico, ha sparpagliato il gruppo dirigente tra Siria e Iraq, dove ricostruisce la sua rete tra le comunità locali. Questa organizzazione ha un’altra caratteristica da non sottovalutare: l’esperienza nella propaganda mediatica, che gli ha permesso di reclutare giovanissimi in Europa per creare il suo esercito in Medio Oriente e scatenare attacchi sanguinosi nelle metropoli del Vecchio Continente. “Se oggi – recita il documento di MedOr - si mettono insieme questi due aspetti – il fatto che Daesh abbia contribuito ad una crescita esponenziale della minaccia del proselitismo mediatico e il persistere di cellule che continuano a ispirarsi e a lavorare per una rinascita dell’organizzazione –, ci rendiamo conto di essere di fronte ad una minaccia tutt’altro che trascurabile”.
L’analisi di Manciulli, che prima come parlamentare poi come analista si occupa da decenni di terrorismo, non risolve il dilemma della competizione tra Al Qaeda e Isis, che spesso ha provocato scontri armati. Ormai però le due formazioni si sono contaminate l’un l’altra ed esistono numerose realtà autonome che si ispirano ai contenuti dottrinari e ai modelli operativi delle due sigle storiche.
 

I buchi neri nell’atlante
Il vero problema nasce dai buchi neri che si sono aperti nell’atlante mondiale: il proliferare di guerre civili e stati falliti, l’habitat ideale per il dilagare dei gruppi jihadisti. “Se si guarda a quali sono state le zone di espansione del jihadismo, si può constatare che queste ultime si inseriscono negli spazi vuoti che la geopolitica ci ha consegnato in questi anni: il Medio Oriente tutto, lo Yemen, la Libia, il Sinai, la fascia del Sahel, le ex Repubbliche asiatiche sovietiche che confinano con l’Afghanistan; c’è poi il Corno d’Africa: la Somalia, il Sudan, il Sud Sudan”. Una mappa impressionante di instabilità.
Due sono i settori di massima allerta. Anzitutto l’Asia, da dove provenivano le ultime schiere di combattenti immolate da Daesh sui bastioni di Mosul. Ci sono segnali crescenti di radicalizzazione in vaste zone di Turkmenistan, Tajikistan, Uzbekistan e della regione uigura della Cina. E’ la rotta della Via della Seta. Un quadrante dove si snodano gli interessi chiave del Grande Gioco tra potenze riaperto dal conflitto ucraino: una partita in cui i fondamentalisti si preparano a irrompere.
E c’è la nuova terra promessa del jihad: la fascia subsahariana che va dalla Mauritania al Golfo di Aden, arrivando al Sudan con la Somalia e comprende l’intero Sahel per spingersi a ridosso del Maghreb. Un crogiolo di tensioni dove si concentra una catena di crisi senza precedenti, governi impotenti e giunte golpiste, povertà inasprita dalla desertificazione per il clima impazzito, reti di trafficanti e corruzione a ogni livello, guerre tribali e sfruttatori stranieri. Lì Al Qaeda e Dash sono in piena espansione, cavalcando i contrasti per prendere il controllo di territori sconfinati.
Infine, l’analisi ricorda due antiche ferite. I Balcani, teatro di una lenta infiltrazione cominciata in Bosnia, e la Cecenia, dove lo schieramento dei pretoriani di Kadyrov in Ucraina rischia di ridare fiato alle milizie qaediste.

Gli interessi esterni

A soffiare sul fuoco non ci sono soltanto i predicatori dell’odio. “In questo contesto – sottolinea il dossier -, nuovi attori statali emergenti come la Turchia, capace e volenterosa di giocare un nuovo ruolo neo-ottomano e, dall’altra parte, vecchi attori, come la Russia, che hanno avuto la scaltrezza di capire che in una maniera non classica potevano approfittare del disfacimento, si sono adoperati per supplire alle mancanze dell’Occidente, per surrogare la sua funzione, mettendola in discussione e soppiantando, con la loro presenza, gli equilibri di un tempo. E’ quello che e successo in Libia, fra turchi e presenza della Wagner”. I mercenari hanno allargato l’influenza di Mosca anche in Mali, Ciad, Burkina Faso e Sudan: un’avanzata che nemmeno la morte del fondatore Evgenij Prigozhin ha rallentato. E’ una tempesta perfetta, l’incubatoio di un’epidemia jihadista che potrebbe dilagare in due continenti e costruire una “Mezzaluna del terrore” estesa dalle coste dell’Atlantico al Medio Oriente: l’obiettivo finale teorizzato da Osama Bin Laden, che finirebbe per minacciare direttamente l’Europa.


 

L’Europa nel mirino

“È sempre più evidente – scrive Manciulli - che questa dinamica futura del terrorismo di matrice jihadista ha come naturale palcoscenico l’Europa. Perché l’Europa è il luogo nel quale oggi passano tutte quelle contraddizioni – lo scontro tra sovranismo e democrazia, una certa idea di società sospesa fra contrasto e inclusione – che contribuiscono ad amplificare le reazioni suscitate dalle dinamiche terroristiche. E’ stato cosi negli ultimi anni e lo sarà in futuro, tanto più che la vicenda della guerra in Ucraina rende ancora più vulnerabile la popolazione europea”.
Il disegno del fondamentalismo armato cercherà di inserirsi con la violenza nelle dinamiche politiche e sociali dei nostri Paesi, tentando di provocare una reazione a catena devastante: “Sarà una stagione nella quale il tentativo di compiere attentati strutturati e organizzati convivrà con attentatori singoli, lupi solitari e tentativi di attacchi artigianali e rudimentali. Quello che conta e alimentare la sensazione di insicurezza alla base della logica dello scontro interno ad una società che vorrebbe recuperare l’identità propria della cultura europea, in antitesi all’emergere di un radicalismo che si vuole associare all’immigrazione e alla presenza di popolazioni provenienti dal Sud del mondo”.

La grande prevenzione

C’è un solo modo di invertire la rotta di collisione, che emerge con chiarezza dalle conclusioni del rapporto di MedOr: la prevenzione. Manciulli ricorda il disegno di legge che elaborò assieme a Stefano Dambruoso per il contrasto alla radicalizzazione in Italia: un provvedimento che non è mai stato approvato dal Parlamento. Ma la strategia degli aspiranti califfi può avere successo solo se riesce ad attecchire tra le nuove generazioni che vivono nei nostri Paesi. Per questo c’è bisogno di unire un’attività preventiva a quella di repressione, uniformando o almeno rendendo più compatibili, le legislazioni delle nazioni Ue e quelle degli altri membri della Nato. “L’Europa dovrebbe dunque farsi carico dell’onere di costruire una dinamica di antiterrorismo continentale e, successivamente, c’è bisogno che metta in campo una nuova stagione di aiuti verso l’altra sponda del Mediterraneo. Ne abbiamo parlato, come Fondazione Med-Or, in questo ultimo anno con grande determinazione. Incontrando i presidenti di Niger, Somalia e di molti Paesi del Sahel, ci si rende conto che la lotta al terrorismo fa parte della quotidianità. E noi non vinceremo la sfida se non li aiuteremo a stabilizzare la loro area, e a non renderla – a causa delle difficoltà economiche e ambientali - il nuovo hub del terrorismo. E su questo l’Europa dovrebbe dismettere i panni rinunciatari che purtroppo ha vestito negli ultimi anni. Bisognerebbe investire in tecnologie, in capacità di intervento, in aiuti finanziari per sviluppare l’economia e per fornire a questi Paesi i mezzi per combattere il terrorismo. Se non sarà l’Europa a farlo lo faranno altri. Come i russi con la Wagner e come la Turchia, con altre finalità rispetto a quelle europee”.

L’unica terapia efficace è tagliare le radici che permettono al radicalismo islamista di irrobustirsi. Smantellare le ragnatele, mediatiche e fisiche, che indottrinano le giovani leve. E mobilitare l’Unione europea in “una sfida di generosità” verso l’Africa, che permetta di combattere il terrorismo e garantire uno sviluppo economico e politico, tale da spegnere il vortice di povertà e dittature in cui quel continente sta precipitando. “Il che significa – conclude il rapporto - per l’Europa un’enorme assunzione di responsabilità”.
 

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