Putin attacca l’Occidente: “In Ucraina non è un conflitto territoriale ma di civiltà”
di Rosalba CastellettiAnche se non ha ancora annunciato la sua ricandidatura a un quinto mandato, Vladimir Putin ha iniziato la sua campagna elettorale in vista delle presidenziali del marzo 2024. Una campagna non fatta di comizi o dibattiti, ma di eventi. Tribune per distillare e diffondere il suo pensiero. Proprio come la plenaria dell’annuale Forum del club di discussione Valdai che si è tenuta ieri a Sochi. In un discorso annunciato con le solite iperboli dal portavoce Dmitrij Peskov e nel successivo dibattito moderato dal politologo Fjodor Lukjanov del think tank vicino al Cremlino, il presidente russo ha gettato i due pilastri della “cornice ideologica” di questa campagna. Innanzitutto, la Russia come «civiltà distinta», «senza confini», la cui missione è costruire un «nuovo mondo», «aperto e interconnesso», «un mondo di decisioni collettive» dove «nessuno ha il diritto, né può, governare per conto di altri».
Secondo, l’offensiva in un Ucraina che, in questa prospettiva, non è un «conflitto terr…
Anche se non ha ancora annunciato la sua ricandidatura a un quinto mandato, Vladimir Putin ha iniziato la sua campagna elettorale in vista delle presidenziali del marzo 2024. Una campagna non fatta di comizi o dibattiti, ma di eventi. Tribune per distillare e diffondere il suo pensiero. Proprio come la plenaria dell’annuale Forum del club di discussione Valdai che si è tenuta ieri a Sochi. In un discorso annunciato con le solite iperboli dal portavoce Dmitrij Peskov e nel successivo dibattito moderato dal politologo Fjodor Lukjanov del think tank vicino al Cremlino, il presidente russo ha gettato i due pilastri della “cornice ideologica” di questa campagna. Innanzitutto, la Russia come «civiltà distinta», «senza confini», la cui missione è costruire un «nuovo mondo», «aperto e interconnesso», «un mondo di decisioni collettive» dove «nessuno ha il diritto, né può, governare per conto di altri».
Secondo, l’offensiva in un Ucraina che, in questa prospettiva, non è un «conflitto territoriale», ma un «conflitto di civiltà» che determinerà i «principi su cui si fonderà il nuovo ordine mondiale».
Il leader del Cremlino aspetta che si manifestino «almeno alcuni germi di buon senso» nell’Occidente che sembra «aver completamente dimenticato il significato di concetti come compromesso» ossessionato com’è dal voler «far valere, ad ogni costo, i propri interessi». Il paradosso, avverte Putin, «è che domani la situazione potrebbe cambiare». «Ci saranno cambiamenti politici interni dopo le prossime elezioni. Il Paese insiste su qualcosa, ma domani si verificano cambiamenti politici interni e con la stessa pressione e senza tante cerimonie verrà portato avanti qualcosa di completamente diverso, a volte l’opposto», sostiene il leader del Cremlino che, incalzato da una domanda di Lukjanov, allude proprio al dibattito al vertice europeo di Granada e al recente voto del Congresso statunitense che ha tagliato gli aiuti all’Ucraina dal bilancio temporaneo. «Bisogna bilanciare. O fornire armi all’Ucraina o tagliare la spesa sociale. Ma nessuno vuole tagliare la spesa sociale».
Ma la «situazione più complicata», sostiene, è in Europa dove, a parte Italia e Spagna dove si registra una leggera crescita economica «associata all’aumento dei prezzi degli immobili e del turismo», c’è stagnazione. E fa l’esempio di Germania, Paesi Baltici, Paesi Bassi e Austria. Vista una crepa nella vittoria del populista filo-russo Robert Fico in Slovacchia, Putin ci si insinua. E insiste: «L’Europa può o non può (farsi carico di finanziare l’Ucraina)? Forse. A causa di cosa? A causa dell’ulteriore deterioramento delle economie e della vita dei cittadini dei Paesi europei».
Le provocazioni non finiscono qui. Putin conferma che la Russia ha testato con successo il missile Burevestnik a propulsione e capacità nucleare, nonché il Sarmat, e che lavorerà per metterli in produzione. Per poi avvertire che il Parlamento russo potrebbe revocare la ratifica del Trattato che vieta i test nucleari. Gli Stati Uniti, sottolinea, lo hanno firmato, ma non ratificato, mentre la Russia lo ha firmato e ratificato. «Non sono pronto a dire se abbiamo davvero bisogno di condurre test o no, ma in teoria è possibile comportarsi come gli Usa. In teoria è possibile ritirare la ratifica».
La plenaria del Valdai è anche l’occasione per commentare la crisi nel Nagorno-Karabakh (L’operazione di Baku «era inevitabile dopo il riconoscimento armeno della sovranità azera») o la morte di Evgenij Prigozhin in uno schianto aereo («Sono stati trovati frammenti di bombe a mano nei corpi delle vittime. Non c’è stato alcun impatto esterno sull’aereo»). Ma alla fine si torna sempre lì. Alle accuse a «Stati Uniti e loro satelliti» di aver «intrapreso la strada dell’egemonia». Putin però sembra anche tendere una mano quando dice, e ribadisce più volte, «non siamo noi a chiudere la porta. È l’Europa che chiude la porta. Si sta creando una nuova cortina di ferro. Non siamo noi a crearla, sono gli europei». La pace? «Si stabilirà solo quando tutti si sentiranno al sicuro» e cesserà «l’arroganza dell’Occidente».