Nobel a Mohammadi, parla il marito Rahmani: “Lontani da 11 anni ma la nostra lotta ci mantiene uniti”
di Gabriella ColarussoLa prima volta che Taghi Rahmani è stato arrestato, in Iran c’era ancora lo Scià. Aveva 15 anni e già l’audacia della ribellione contro la monarchia. Nei decenni successivi, sotto la Repubblica Islamica, non ha perso il suo coraggio, ed è stato un continuo tornare in carcere: 14 anni prigioniero. Intellettuale, giornalista e scrittore riformista, musulmano convinto sostenitore della democrazia, ha sposato Narges Mohammadi, una storia d’amore scritta sulle pareti delle prigioni iraniane.
Si erano conosciuti da ragazzi all’università di Qazvin. Narges studiava fisica, lui insegnava e di sera coinvolgeva gli studenti in lezioni clandestine sui diritti umani, la politica, il ruolo della religione nella società.
Da 11 anni Rahmani vive in Francia, esiliato con i loro due gemelli, Ali e Kian, ormai 16enni.
Cosa ha provato quando ha saputo del Nobel a Narges?
«Stupore ma subito una gioia immensa, perché questo premio vuol dire che finalmente il mondo guarda gli sforzi immani che la società …
La prima volta che Taghi Rahmani è stato arrestato, in Iran c’era ancora lo Scià. Aveva 15 anni e già l’audacia della ribellione contro la monarchia. Nei decenni successivi, sotto la Repubblica Islamica, non ha perso il suo coraggio, ed è stato un continuo tornare in carcere: 14 anni prigioniero. Intellettuale, giornalista e scrittore riformista, musulmano convinto sostenitore della democrazia, ha sposato Narges Mohammadi, una storia d’amore scritta sulle pareti delle prigioni iraniane.
Si erano conosciuti da ragazzi all’università di Qazvin. Narges studiava fisica, lui insegnava e di sera coinvolgeva gli studenti in lezioni clandestine sui diritti umani, la politica, il ruolo della religione nella società.
Da 11 anni Rahmani vive in Francia, esiliato con i loro due gemelli, Ali e Kian, ormai 16enni.
Cosa ha provato quando ha saputo del Nobel a Narges?
«Stupore ma subito una gioia immensa, perché questo premio vuol dire che finalmente il mondo guarda gli sforzi immani che la società civile iraniana sta facendo per conquistare la libertà e la democrazia, e si accorge della repressione del governo. È un premio a tutto il movimento Donna vita libertà che si sta battendo per i diritti umani in Iran».
L’ultima volta che ha sentito sua moglie cosa vi siete detti?
«Non parlo con Narges al telefono da 19 mesi purtroppo. L’ultima volta l’ho vista nel 2012. Ho cercato fino all’ultimo di rimanere accanto a lei, in Iran, ma nel 2011 avevo ricevuto la notizia che mi avrebbero di nuovo arrestato e che avrei dovuto scontare altri 7 anni. Ho dovuto lasciare la nostra casa a Zanjan di notte, senza salutare né lei né i nostri figli. È stata una delle esperienze più amare della mia vita. Ma spero di riabbracciarla presto».
Quattordici anni in cella, poi l’arresto di sua moglie. Una famiglia spezzata. Come si fa a restare uniti, a non perdere se stessi e l’altro?
«La mia famiglia sta pagando un prezzo altissimo ma quello che ci tiene uniti è la fede nei principi universali del rispetto dei diritti umani e della democrazia. La nostra ispirazione sono Mandela, Martin Luther King, Gandhi che con perseveranza, e una lotta pacifica, hanno ottenuto grandi risultati».
Quando avete deciso che era il momento anche per i vostri figli di lasciare l’Iran?
«Nel 2015, dopo l’arresto di Narges. È provata dal non vedere crescere i suoi figli, un dolore inimmaginabile. E a loro manca, non la vedono da 9 anni, ma parlano di lei tutti i giorni, è come se fosse sempre qui con noi. Ma hanno accettato la lontananza, condividono la nostra lotta, è anche la loro, e sanno di non essere gli unici a vivere questa condizione: decine di persone in Iran sono vittime della repressione».
Dell’attivista Mohammadi conosciamo il coraggio e le aspirazioni democratiche. Ma chi è Narges?
«Una donna innamorata del suo Paese e della sua gente, disposta a sacrificare se stessa per una società libera, migliore. È poi è una sportiva, ama il trekking, ci siamo conosciuti in montagna. Era molto brava a scalare».
E lei?
«Meno (sorride) ma me la cavavo. Narges ama cantare, ha una voce bellissima, adora le canzoni di Marzieh e i canti composti nel periodo della rivoluzione costituzionale, una fase di grande democrazia in Iran».
Si è mai pentito della sua scelta?
«Mai. La lotta per la democrazia ha dei costi e l’Iran è una potenza regionale. Conosciamo il prezzo ma lo affrontiamo per la liberazione di Narges, dei prigionieri politici e di tutti gli iraniani».