L’attivista Daemi: “Sit-in e femminismo. In cella insieme alla Nobel Mohammadi contro l’oppressione”
di Gabriella ColarussoSi sono conosciute dietro le sbarre, Atena Daemi e Narges Mohammadi, dissidenti e prigioniere nel carcere di Evin, a Teheran. I ragazzi in Iran la chiamano l’università, perché dentro - rinchiusi spesso con condanne pesantissime - ci sono attivisti, professori, intellettuali, artisti, operai, studenti. Quattro anni insieme nel braccio femminile che è diventato una fortezza di resistenza a volte persino giocosa. “Cantavamo, ballavamo, parlavamo e litigavamo anche sulle cose politiche”, ci racconta Atena Daemi, tra le più note attiviste per i diritti umani in Iran. E' stata in carcere sette anni per il suo impegno contro la pena di morte e le violazioni dei diritti umani. E adesso il Nobel per la sua compagna e amica, dopo tanto dolore. "Sono molto felice, Narges è una donna coraggiosa e determinata. Questo premio tiene alta la voce e la richiesta di giustizia del movimento 'Donne, Vita, Libertà'. Aumenterà le speranze degli iraniani di conquistare la libertà, nel rispetto dei diritti u…
Si sono conosciute dietro le sbarre, Atena Daemi e Narges Mohammadi, dissidenti e prigioniere nel carcere di Evin, a Teheran. I ragazzi in Iran la chiamano l’università, perché dentro - rinchiusi spesso con condanne pesantissime - ci sono attivisti, professori, intellettuali, artisti, operai, studenti. Quattro anni insieme nel braccio femminile che è diventato una fortezza di resistenza a volte persino giocosa. “Cantavamo, ballavamo, parlavamo e litigavamo anche sulle cose politiche”, ci racconta Atena Daemi, tra le più note attiviste per i diritti umani in Iran. E' stata in carcere sette anni per il suo impegno contro la pena di morte e le violazioni dei diritti umani. E adesso il Nobel per la sua compagna e amica, dopo tanto dolore. "Sono molto felice, Narges è una donna coraggiosa e determinata. Questo premio tiene alta la voce e la richiesta di giustizia del movimento 'Donne, Vita, Libertà'. Aumenterà le speranze degli iraniani di conquistare la libertà, nel rispetto dei diritti umani".
Quando ha incontrato per la prima volta Narges Mohammadi?
“Nell’aprile 2015, ero detenuta a Evin, fu arrestata e portata nella nostra cella. Sono stata in prigione con lei per più di 4 anni. Lì e dopo il mio rilascio abbiamo condiviso un pezzo importante del nostro attivismo politico e civile. Narges è una donna determinata e gioiosa, e anche se ho criticato alcune delle sue convinzioni per me è una buona amica.
Cosa ricorda dei giorni insieme a Evin?
Abbiamo cantato canzoni e ballato insieme, cercavamo di rallegrare gli animi dei nostri compagni di prigionia, organizzavamo proteste e sit-in. Per questo motivo una volta ci fu data una ulteriore condanna rispetto a quella che già stavamo scontando. Leggevamo libri sui diritti delle donne e sulla storia delle lotte femminili nel mondo, parlavamo di politica e ci confrontavamo anche da posizioni diverse.
Cosa vi divideva?
In passato, Narges credeva nelle riforme in Iran e sosteneva i riformisti. Nel 2017, anche se io e altri prigionieri eravamo contrari, partecipò alle elezioni presidenziali dal carcere. Ma dopo il massacro del 2019 si è resa conto che le riforme non sarebbero arrivate. Sono molto felice che abbia avuto l'onore di ricevere il Premio Nobel per la sua lotta contro la tirannia religiosa”.
Quando l’ha vista l’ultima volta?
“In prigione nel dicembre 2019. Con lei e altri 6 detenuti facemmo un sit-in nell'ufficio delle guardie per protestare contro la repressione del bloody aban (il novembre di sangue, ndr) quando centinaia di persone furono uccise durante le proteste scatenate dall’aumento del prezzo della benzina. Lei fu trasferita nel carcere di Zanjan e io messa in isolamento. Quando è stata rilasciata ero ancora in prigione. Dopo un anno, lei è stata nuovamente arrestata. Quando sono uscita era in licenza e finalmente abbiamo potuto rivederci.
Cosa significa questo premio per l’Iran che chiede democrazia?
Migliaia di uomini e donne in questi anni sono stati uccisi, giustiziati e imprigionati per aver espresso il loro pensiero in libertà e per la libertà. Nell'ultimo anno, queste lotte e questi sacrifici hanno portato il mondo a prestare attenzione ai crimini commessi in Iran. Certamente, il Premio Nobel renderà la voce del movimento "Donna, vita, libertà" più chiara e farà crescere la speranza. La lotta in Iran continuerà finché non si concluderà con la vittoria.
La repressione è stata dura, crede che ci saranno nuove proteste?
Le persone continuano a lottare in vari modi. È una battaglia del quotidiano, fatta di disobbedienza civile, le ragazze che si tolgono il velo sono coraggiose certo ma la battaglia coinvolge anche parti più conservatrici della società e va oltre l’hijab: è contro la corruzione, il malgoverno, la repressione, Ogni giorno in Iran è l'anniversario o il compleanno di una delle tante vittime che hanno pagato per essersi opposte alla Repubblica Islamica. Per loro non c’è stata ancora giustizia. E ora una ragazza di 16 anni di nome Armita Geravand, come Jina Mahsa Amini, è stata picchiata dagli agenti della Repubblica Islamica perché non portava l’hijab ed è in coma. Questo ennesimo episodio di violenza ha riacceso la rabbia dell'opinione pubblica. Il governo fa di tutto per reprimere, negare e nascondere, ma hanno mentito troppe volte e le persone non si fidano più.