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Quei 108 cadaveri tra le case di Be’eri, i kibbutz si svuotano

Reuters

 
In questa area sono morte le 900 persone uccise dall’inizio dell’offensiva scatenata da Hamas. In pullman e auto, a migliaia fuggono verso Nord. Ashkelon, 110mila abitanti, è una città fantasma
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YAD MORDECHAI – Per terra, in mezzo alla strada, c’è ancora il corpo di un miliziano palestinese: lo hanno ucciso sabato sera soldati dell’esercito israeliano mentre dalla Striscia di Gaza, a pochi chilometri da qui, si dirigeva verso il vicino kibbutz Zikim, già teatro di uno dei primi attacchi della mattina. I corpi degli altri quattro morti con lui sono stati rimossi: il suo, come l’auto e le due moto su cui viaggiavano, no: e nessuno sa perché. Il Sud di Israele nel terzo giorno della guerra scatenata dall’attacco di Hamas contro lo Stato ebraico sa di morte e di paura. Qui sono morte le 900 persone uccise dall’inizio dell’offensiva, sabato: 108 solo nel kibbutz Be’eri, una delle località più vicine al confine, una delle prime a essere attaccata. Il bilancio, fanno sapere le autorità, è destinato ad aumentare perché la ricerca dei corpi è iniziata solo ieri e proseguirà ancora. Una strage seconda per numero solo a quella del Nova Music Festival, dove sono morti 260 giovani.

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YAD MORDECHAI – Per terra, in mezzo alla strada, c’è ancora il corpo di un miliziano palestinese: lo hanno ucciso sabato sera soldati dell’esercito israeliano mentre dalla Striscia di Gaza, a pochi chilometri da qui, si dirigeva verso il vicino kibbutz Zikim, già teatro di uno dei primi attacchi della mattina. I corpi degli altri quattro morti con lui sono stati rimossi: il suo, come l’auto e le due moto su cui viaggiavano, no: e nessuno sa perché. Il Sud di Israele nel terzo giorno della guerra scatenata dall’attacco di Hamas contro lo Stato ebraico sa di morte e di paura. Qui sono morte le 900 persone uccise dall’inizio dell’offensiva, sabato: 108 solo nel kibbutz Be’eri, una delle località più vicine al confine, una delle prime a essere attaccata. Il bilancio, fanno sapere le autorità, è destinato ad aumentare perché la ricerca dei corpi è iniziata solo ieri e proseguirà ancora. Una strage seconda per numero solo a quella del Nova Music Festival, dove sono morti 260 giovani.

Partendo da Tel Aviv, le strade per arrivare a Sud sono subito vuote: ma chilometro dopo chilometro diventano deserte. Ambulanze, qualche auto civile e gli autobus che fanno la spola verso il Nord per evacuare i residenti delle ventidue comunità prese di mira dagli attacchi sono l’unico segno di vita.

Il ministero dell’Interno israeliano fa sapere che, con l’eccezione di Sderot, l’evacuazione sarà completata entro oggi: e da allora, ufficialmente, a Sud di Ashkelon, principale città della regione, non ci saranno che militari, giornalisti e personale coinvolto nelle operazioni di guerra.

In questa area si è combattuto anche ieri: nella notte fra domenica e lunedì Hamas è riuscita a far uscire una settantina di uomini dalla Striscia. Si è combattuto in più punti e sono arrivate notizie di nuovi scontri anche a Sderot, la più grande delle località confinanti con Gaza: solo in tarda mattina l’esercito ha diffuso un comunicato per dire che la caccia all’uomo e le sparatorie all’interno del territorio israeliano erano cessate. Da quel momento, l’attenzione si è concentrata sulla ricerca dei tunnel che sarebbero stati usati dai miliziani: quello utilizzato ieri, che terminava all’altezza di Be’eri, è stato fatto saltare in aria. Il timore è che possano essercene altri: negli anni l’aviazione israeliana ne ha distrutti centinaia, sia sul lato interno del confine che su quello verso l’Egitto. Ma evidentemente alcuni sono ancora attivi.

Questo è uno dei tanti motivi che spiegano perché la paura e la tensione da queste parti siano altissime. Ashkelon, 110 mila abitanti che vivono a tredici chilometri dalla Striscia e a cinquanta da Tel Aviv, è una città fantasma: chiuse le scuole, i negozi, abbassate le serrande degli appartamenti. Non ci sono neanche le macchine, usate per andare via. Gli unici segni di vita si trovano vicino alla caserma principale, dove decine di auto parcheggiate alla rinfusa sui marciapiedi sono prova della caotica adunata di militari e riservisti sabato. E all’ospedale.

Qui ci fermiamo a parlare con Ilia Shapira, 52 anni, paramedico di Sderot. «Abito a Sderot da quando sono arrivato dalla Lituania, 27 anni fa – ci racconta – e pensavo di essere preparato: agli allarmi, alle incursioni, ai rischi. Vivendo vicino al confine a certe cose ci si abitua. Ma una cosa come questa non l’avrei mai immaginata: sembrava di essere in un videogioco, con uomini armati che si sparavano da una parte e dall’altra sotto le finestre di casa nostra». Non appena ha potuto, Shapira ha indossato il giubotto anti-proiettile sopra all’uniforme ed è corso a lavorare. «Abbiamo raccolto i cadaveri di cinque dei nostri soldati – dice – e li abbiamo caricati sui mezzi militari. Molti di quelli dei miliziani sono ancora per strada: la priorità era aiutare i vivi, soccorrere i feriti».

In tutto l’ambulanza di Shapira ne ha portati una dozzina qui ad Ashkelon: «Quello che vedi adesso non è nulla – conclude guardando il traffico di veicoli in arrivo verso il pronto soccorso – sono per lo più persone in preda ad attacchi di ansia». Gli occhi sgranati, le parole concitate di chi entra al Pronto soccorso fanno venire in mente la conversazione avuta poco prima di salire in macchina con Hugh Lovatt, analista dello European Council on Foreign Relations. «Gli israeliani ci metteranno anni a riprendersi da questo attacco, anche dal punto di vista della salute mentale: l’idea del fallimento dei servizi di sicurezza in cui tanta parte del Paese riponeva la massima fiducia è troppo difficile da digerire».

Ci rimettiamo in auto, ancora in direzione Sud: l’itinerario sarà breve, lo sappiamo, perché a pochissimi chilometri da Ashkelon si entra in zona militare, nel pieno dell’offensiva, e la strada viene bloccata. Questa è una delle aree dove Hamas ha tentato a più riprese di far entrare uomini dopo la prima ondata di attacchi: oltre ai cinque sulla strada, sabato sera i militari israeliani ne hanno uccisi due sulla spiaggia di Zikim. Dai campi si alza la polvere dei Merkava, i carri armati israeliani, pronti a muoversi al primo segnale di offensiva di terra. Il posto di blocco è lungo la statale numero 4, poco prima del kibbutz Yad Mordechai, miracolosamente risparmiato dall’attacco di sabato, all’altezza del bivio per Zikim, dove invece si è combattuto a più riprese: qui c’è il corpo del miliziano. I soldati e i poliziotti che pattugliano l’area non lo guardano neanche, impegnati come sono a decriptare i suoni dei bombardamenti e degli aerei che arrivano dal cielo. E a controllare che la strada venga aperta solo per consentire il passaggio dei bus che stanno evacuando la popolazione delle località attaccate. Passano lentamente, con i finestrini oscurati da cartoni: quali storie si celino all’interno, cosa abbiano vissuto le persone che sono a bordo, nessuno lo può immaginare.

A ondate la tensione sale: i lanci di razzi da Gaza si intensificano, le batterie della contraerea sparano per intercettarli, i militari fanno segno ai giornalisti di allontanarsi. La maggior parte dei razzi viene bloccata, ma non tutti: sono le dodici quando Ashkelon è colpita in tre diversi punti, parte di un lancio intensissimo che centra anche Ashod, ventuno chilometri più su, e fa suonare gli allarmi fino a Tel Aviv. Tre colonne di fumo nero si alzano in città: in pochi minuti le ambulanze porteranno all’ospedale cinque feriti, uno dei quali in gravissime condizioni.

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Così l’assalto al comando Sud ha sbriciolato la difesa israeliana]]

In concomitanza con l’attacco, sulle strade che portano a Nord si scatena il fuggi fuggi: le auto accelerano a velocità massima, chi rischia di rimanere a secco si ferma ai distributori di benzina urlando, i pullman delle evacuazioni prendono, per quanto possibile, velocità. Alle loro spalle resta una fetta importante di Israele, ferita e scioccata ancor più del resto del Paese: la guerra qui oggi è una realtà che si tocca con mano e nessuno sembra aver voglia di farlo.

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