Nei nuovi piani israeliani nessuna tolleranza con i nemici al confine
dal nostro inviato Daniele RaineriTEL AVIV – Raid aerei israeliani colpiscono negli stessi minuti l’aeroporto internazionale di Damasco, poco a Sud della capitale siriana, e l’aeroporto internazionale di Aleppo, la seconda città del Paese. I jet di Israele prendono di mira almeno una volta al mese questi scali grazie a informazioni d’intelligence perché sono usati dalle Guardie della rivoluzione iraniane per trasferire armi – in particolare: missili di precisione – alle milizie sciite appostate a ridosso del confine Nord di Israele.
I raid rallentano l’accumulo di materiale bellico – che prima o poi sarà usato contro lo Stato ebraico. Questa volta però è diverso. Non c’è uno scopo tattico, c’è un messaggio più ampio ai vicini di Israele che riguarda il nuovo medio oriente creato dalla fine dell’illusione di sicurezza a Gaza. Questo doppio bombardamento in Siria è il primo dopo che squadre di Hamas hanno sfondato i reticolati e hanno massacrato più di mille civili israeliani nelle città e nei kibbutz attorno alla …
TEL AVIV – Raid aerei israeliani colpiscono negli stessi minuti l’aeroporto internazionale di Damasco, poco a Sud della capitale siriana, e l’aeroporto internazionale di Aleppo, la seconda città del Paese. I jet di Israele prendono di mira almeno una volta al mese questi scali grazie a informazioni d’intelligence perché sono usati dalle Guardie della rivoluzione iraniane per trasferire armi – in particolare: missili di precisione – alle milizie sciite appostate a ridosso del confine Nord di Israele.
I raid rallentano l’accumulo di materiale bellico – che prima o poi sarà usato contro lo Stato ebraico. Questa volta però è diverso. Non c’è uno scopo tattico, c’è un messaggio più ampio ai vicini di Israele che riguarda il nuovo medio oriente creato dalla fine dell’illusione di sicurezza a Gaza. Questo doppio bombardamento in Siria è il primo dopo che squadre di Hamas hanno sfondato i reticolati e hanno massacrato più di mille civili israeliani nelle città e nei kibbutz attorno alla Striscia. Non era mai accaduto in passato che i jet colpissero in modo simultaneo entrambe le piste e le rendessero, secondo testimoni locali, inutilizzabili a causa dei danneggiamenti troppi estesi.
Le bombe non hanno mirato al suolo uno degli aerei usati per trasportare le armi, nelle stive capienti, che spesso sono di proprietà di compagnie fittizie iraniane e non hanno colpito nemmeno un convoglio come facevano di solito: hanno cessato di far funzionare i due aeroporti. Le piste saranno prima o poi rabberciate, ma il ministro degli Esteri dell’Iran, Hossein Amir-Abdolahian, che ieri era in volo verso Damasco per una visita ufficiale, è stato costretto a tornare indietro.
In questi giorni si discute un rapido mutamento di dottrina tra i circoli politici, militari e d’intelligence di Israele. Le regole sono cambiate, il panorama è diventato irriconoscibile e tutte le premesse considerate valide per decenni di colpo non lo sono più. Ieri un generale israeliano intervistato dal New York Times ha sintetizzato questo cambio così: «È un livello di brutalità che non avevamo mai visto da quando Israele è stato fondato. Adesso dobbiamo cambiare l’intera dottrina che riguarda Gaza. Hamas non può più esistere». Il generale che parla è Israel Ziv, celebrato sui media per il carattere irascibile e perché nelle ore del pogrom è salito in macchina ed è corso con una pistola in autostrada verso Sud per respingere l’incursione dalla Striscia.
Con più analisi e sangue freddo, si ragiona sul fatto che non puoi tollerare la presenza di nemici aggressivi che campeggiano a un metro dai tuoi confini, perché quando la barriera di isolamento cede succede quello che è successo sabato. La fiducia nella tenuta della recinzione di Gaza, che doveva tenere sotto controllo Hamas, e nel sistema Iron Dome, che deve occuparsi dei razzi ma non può intercettarli tutti, non funziona più.
La dottrina 7 ottobre, chiamiamola così in attesa di definizioni migliori, dice che lo status quo di Israele – Hezbollah al confine Nord e Hamas a Sud – non è più accettabile e va cambiato il prima possibile. Quando il primo ministro Benjamin Netanyahu dice che Hamas è come lo Stato islamico intende che non è più possibile alcun compromesso politico e, come con lo Stato islamico, la guerra finirà soltanto con la sconfitta militare del gruppo. Nessuno nell’opposizione contesta questa decisione.
Un secondo punto di questa dottrina riguarda gli sponsor e gli alleati di Hamas, e quindi l’Iran e il cosiddetto asse della resistenza, che comprende Hezbollah in Libano, il regime di Assad in Siria, gli Houthi in Yemen e le milizie sciite in Iraq. Nadav Pollak, ex analista per il governo israeliano, sul Wall Street Journal dice che fin dal 2006 l’Iran ha voluto con forza la cosiddetta “unificazione delle arene”. La guerra di Hamas a Gaza e di Hezbollah in Libano, per citare il caso più chiaro, non erano due scontri separati ma una singola lotta contro il nemico comune.
Adesso Israele potrebbe cominciare a pensarla allo stesso modo: è inutile occuparsi soltanto degli esecutori a Gaza, come già avvenuto in passato, se non si colpiscono mandanti e collusi altrove. Il nemico è lo stesso, dalla Striscia di Gaza a Beirut a Teheran. In parole povere si rischia l’allargamento della guerra. La dottrina 7 ottobre per ora è soltanto una discussione teorica tra analisti e osservatori della situazione, non c’è una posizione ufficiale. Ma i raid di ieri in Siria sono stati reali.