La Cina si sbilancia sulla Palestina: l’operazione di apertura ai Paesi arabi in attesa dell’arrivo di Putin
dal nostro corrispondente Gianluca ModoloIl presidente cinese Xi Jinping
PECHINO - Più passano i giorni e più la sbandierata neutralità cinese sul conflitto in corso in Medio Oriente vacilla, mettendo in luce da una parte i limiti e le difficoltà della diplomazia di Pechino di giocare un ruolo di “equo pacificatore” nella regione, dall’altra segnalando la volontà di sostenere sempre più marcatamente una parte: critiche a Israele in aumento, sostegno ai Paesi islamici nel rafforzare l'unità e il coordinamento sulla questione palestinese. I funzionari di Pechino fanno fatica ancora ad usare due parole: Hamas e terrorismo. Provocando l’irritazione israeliana. E tornando a riproporre, sui media di Stato, una narrazione già vista all’inizio del conflitto ucraino: addossando le responsabilità maggiori agli Stati Uniti.
Pechino continua a chiedere la fine dei combattimenti “il prima possibile”, il rispetto del diritto umanitario internazionale, condanna le violenze contro i civili da qualsiasi parte vengano, ripete che la soluzione sta nel dare ai palestines…
PECHINO - Più passano i giorni e più la sbandierata neutralità cinese sul conflitto in corso in Medio Oriente vacilla, mettendo in luce da una parte i limiti e le difficoltà della diplomazia di Pechino di giocare un ruolo di “equo pacificatore” nella regione, dall’altra segnalando la volontà di sostenere sempre più marcatamente una parte: critiche a Israele in aumento, sostegno ai Paesi islamici nel rafforzare l'unità e il coordinamento sulla questione palestinese. I funzionari di Pechino fanno fatica ancora ad usare due parole: Hamas e terrorismo. Provocando l’irritazione israeliana. E tornando a riproporre, sui media di Stato, una narrazione già vista all’inizio del conflitto ucraino: addossando le responsabilità maggiori agli Stati Uniti.
Pechino continua a chiedere la fine dei combattimenti “il prima possibile”, il rispetto del diritto umanitario internazionale, condanna le violenze contro i civili da qualsiasi parte vengano, ripete che la soluzione sta nel dare ai palestinesi uno Stato per rimediare “l’ingiustizia storica” subita, accusa Israele in queste ore di essere andata “al di là dell’autodifesa, e che dovrebbe ascoltare gli appelli della comunità internazionale e del segretario generale delle Nazioni Unite per fermare la punizione collettiva del popolo di Gaza", come ha dichiarato il ministro degli esteri Wang Yi nella telefonata col suo omologo saudita Faisal bin Farhan. Ieri, nel colloquio con il ministro iraniano Hossein Amir-Abdollahi, Wang ha spiegato che la Cina sostiene "la giusta causa del popolo palestinese nel preservare i propri diritti nazionali”, aggiungendo che Pechino “sostiene i Paesi islamici nel rafforzare l'unità e il coordinamento sulla questione palestinese" al fine di parlare "con una sola voce”.
Da sempre sostenitrice della causa palestinese, la Cina aveva tuttavia migliorato negli ultimi anni i rapporti con lo Stato ebraico e deciso di svolgere un ruolo sempre più attivo nella regione - storicamente terreno americano: la ripresa dei rapporti diplomatici tra Arabia Saudita e Iran, a marzo, sotto la regia di Pechino, ne è la prova.
In settimana nella regione arriverà l'inviato speciale cinese Zhai Jun (anche se non è stato specificato quali Paesi visiterà) per premere per un cessate il fuoco e promuovere colloqui di pace. La questione Israele-Hamas capitalizzerà anche buona parte dei colloqui tra Xi Jinping e Vladimir Putin nelle prossime ore: il leader russo è l’ospite d’onore del forum sulla Via della Seta che andrà in scena a Pechino domani e dopodomani. Anche i due ministri degli Esteri di Pechino e Mosca, Wang Yi e Sergej Lavrov, ne hanno discusso oggi incontrandosi nella capitale cinese alla vigilia del Forum sulla Belt&Road.
Analisti divisi sul ruolo della Cina nel conflitto in corso. Tutti d’accordo sul fatto che a breve-medio termine l’approccio cinese alle questioni mediorientali verrà messo alla prova; sul lungo periodo le opinioni si dividono tra chi è convinto che Pechino potrebbe guadagnarci stringendo legami più stretti con i Paesi arabi e chi invece sostiene che le sue posizioni mineranno la sua sbandierata volontà di essere leader del Sud globale. "Vorremmo che la Cina si unisse a tutti gli altri attori che possono davvero porre fine a questa situazione”, dice oggi in un’intervista a Bloomberg Tv l’inviato palestinese in Cina Fariz Mehdawi. I commenti di Mehdawi sono gli ultimi di una serie che stanno chiedendo in questi giorni a Pechino di intensificare gli sforzi di pacificazione. Sabato, parlando con il ministro degli Esteri cinese, il segretario di Stato Usa Antony Blinken aveva esortato la Cina a usare la sua influenza per impedire ad altri attori di entrare nel conflitto.
Pechino è in buoni rapporti con quasi tutti nella regione, compreso l'Iran - sostenitore di Hamas e degli Hezbollah libanesi. E ha contribuito a far entrare Egitto, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti nel gruppo dei Paesi emergenti Brics: fondamentali per la sicurezza energetica della Cina.
"Il sostegno degli Stati arabi alla Palestina aumenterà. Questo è nell'interesse della Cina, poiché riporta la Cina e gli Stati arabi dalla stessa parte", ha dichiarato al Financial Times Yun Sun dello Stimson Center, think tank con sede a Washington. “Pechino deve però bilanciare le crescenti relazioni economiche e commerciali con Israele con i legami di più lunga data con l'Autorità Palestinese, oltre che con i crescenti interessi strategici ed economici nel Golfo”, sostengono gli analisti di Eurasia. “Se Pechino sceglierà di partecipare a uno sforzo di mediazione multilaterale per risolvere l'attuale conflitto, molto probabilmente seguirà l'esempio degli Stati del Golfo con un ruolo di supporto”.
“Il conflitto è uno sviluppo sfavorevole per la diplomazia cinese”, spiega a Repubblica Wen Ti-Sung, analista della Australian National University. “Mentre la Cina è stata ampiamente criticata per l'inazione nei colloqui di pace tra Ucraina e Russia, Pechino ha cercato di compensare questa pressione facendo progressi in Medio Oriente mediando l’accordo tra Arabia Saudita e Iran e facendosi promotrice questa estate di una conferenza internazionale di pace per la questione Israele-Palestina. Il nuovo conflitto mette però a repentaglio tutto questo. Il margine di manovra della Cina nella diplomazia mediorientale si è ridotto”.
Per Jeremy Chan, analista di politica cinese a Eurasia, “la Cina ha storicamente sostenuto la causa palestinese e ha sempre chiesto una soluzione a due Stati, quindi non sorprende che Pechino stia rilasciando dichiarazioni simili”, spiega a Repubblica. “La Cina non vede di buon occhio i recenti avvenimenti, che si sono verificati alla vigilia del Forum sulla Belt&Road e sulla scia del tanto sbandierato ruolo della Cina nel mediare la distensione tra Arabia Saudita e Iran. Il conflitto in Israele/Gaza dimostra semmai i limiti del ruolo della Cina nella risoluzione dei conflitti globali, in particolare dell'Iniziativa di Sicurezza Globale (che nomina la questione israelo-palestinese come una delle aree in cui cerca di mediare la pace). Pechino non può dirsi nemmeno troppo rallegrata dalla ‘distrazione’ statunitense: l'attenzione degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico, soprattutto su Taiwan, non sarà eccessivamente distolta”.