“Hamas non rappresenta i palestinesi”, Abu Mazen rompe il lungo silenzio
di Francesca BorriRAMALLAH — Quando la Wafa, l’agenzia stampa dell’Autorità Palestinese, riporta che in una telefonata con Nicolás Maduro, il presidente del Venezuela, Abu Mazen ha detto che «Hamas non rappresenta il popolo palestinese» la notizia fa subito il giro del mondo. E quando dopo cinque minuti ogni riferimento ad Hamas viene cancellato, è troppo tardi. Sono le prime parole di Abu Mazen dal 7 ottobre, e tutti si interrogano: “Che vorrà dire?”.
Vorrà riaffermare il suo controllo sulla Cisgiordania? O “riprendersi” anche Gaza? Gli analisti internazionali guardano immediatamente a Hussein al-Sheikh, il segretario del Comitato Esecutivo dell’Olp, il suo numero due. Prima di tutto questo, era quotato come il più probabile tra i possibili successori. E il più ascoltat…
RAMALLAH — Quando la Wafa, l’agenzia stampa dell’Autorità Palestinese, riporta che in una telefonata con Nicolás Maduro, il presidente del Venezuela, Abu Mazen ha detto che «Hamas non rappresenta il popolo palestinese» la notizia fa subito il giro del mondo. E quando dopo cinque minuti ogni riferimento ad Hamas viene cancellato, è troppo tardi. Sono le prime parole di Abu Mazen dal 7 ottobre, e tutti si interrogano: “Che vorrà dire?”.
Vorrà riaffermare il suo controllo sulla Cisgiordania? O “riprendersi” anche Gaza? Gli analisti internazionali guardano immediatamente a Hussein al-Sheikh, il segretario del Comitato Esecutivo dell’Olp, il suo numero due. Prima di tutto questo, era quotato come il più probabile tra i possibili successori. E il più ascoltato dei consiglieri. Ma in queste ore, è concentrato su questioni tecniche. Su Rafah. Sulle trattative per l’acqua, per il gasolio. Per gli sfollati. Mentre Mohammed Shtayyeh, il primo ministro, tace. Né aiuta chiedere lumi agli analisti di qui. Ma lascia perdere, dicono.
A Ramallah, a nessuno importa cosa dice Abu Mazen, ma il problema è che alla Muqata c’è ancora lui. E soprattutto, c’è ancora l’Autorità Palestinese. I suoi funzionari sono in larga parte a casa, come tutti, bloccati dai mille check point israeliani, e dalla paura degli assalti dei coloni: ma i suoi poliziotti sono per strada. A presidiare il dilagare di Hamas. Sono 9mila. E non è chiaro a quali comandanti rispondano. Perché Abu Mazen è anche il segretario di Fatah, il principale partito: che così, negli anni, ha finito per sovrapporsi all’Autorità Palestinese. E Fatah è divisa in tre. Un’ala è con lui, un’altra è con Marwan Barghouti, il più popolare dei leader, più popolare anche di Hamas, in carcere da 29 anni: e schierato con l’Intifada. E una terza, è l’ala di Mohammed Dahlan, un tempo potente capo della Sicurezza. Ora imprenditore a Dubai. Nemico giurato di entrambi.
Tutti e tre sono a capo di migliaia di miliziani. Abu Mazen è pronto a tutto perché Hamas non arrivi al governo. Per lui, erede del laico Yasser Arafat, tutto è meglio della Sharia: persino l’Occupazione. Come molti dentro Fatah, è convinto che dato lo squilibrio di forze, la resistenza armata contro Israele sia un suicidio: e che l’unica cosa sia affidarsi alla comunità internazionale. Per gli altri, l’Ucraina, per cui il mondo si è subito mobilitato, è la prova dei doppi standard Occidentali. La prova che non ha senso affidarsi all’Onu. O agli Stati Uniti. Per Abu Mazen è l’opposto. Per lui l’Ucraina è la prova che per la comunità internazionale, tutto è possibile, è solo questione di volontà. E’ l’unico che ci crede ancora.