Strage nell’ospedale di Gaza, sunniti e sciiti protestano nelle piazze: “Americani responsabili”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoBEIRUT — È il “giorno della rabbia”, e Mohammed la sua non la trattiene. «La guerra? Va bene. Così andiamo tutti a combattere per la Palestina. Io sono pronto», si agita mentre cerca di attraversare il serpentone che inonda piazza al Shoura a Heret Hureik, Beirut Sud, il quartier generale di Hezbollah. Le donne stanno da una parte, è una distesa di chador neri. Gli uomini dall’altra, arrampicati pure sulle colonnine elettriche e su uno sgangherato furgoncino dei vigili del fuoco. Non c’è aria. Sui cellulari girano le foto dell’attacco all’ospedale di Gaza: brandelli di corpi, bambini insanguinati. Qui nessuno crederà mai alla versione israeliana. «Mentono, come fanno sempre, ma ora non è come il 2006: siamo più potenti», s’inalbera Ali, che nell’ultima guerra aveva 10 anni.
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BEIRUT — È il “giorno della rabbia”, e Mohammed la sua non la trattiene. «La guerra? Va bene. Così andiamo tutti a combattere per la Palestina. Io sono pronto», si agita mentre cerca di attraversare il serpentone che inonda piazza al Shoura a Heret Hureik, Beirut Sud, il quartier generale di Hezbollah. Le donne stanno da una parte, è una distesa di chador neri. Gli uomini dall’altra, arrampicati pure sulle colonnine elettriche e su uno sgangherato furgoncino dei vigili del fuoco. Non c’è aria. Sui cellulari girano le foto dell’attacco all’ospedale di Gaza: brandelli di corpi, bambini insanguinati. Qui nessuno crederà mai alla versione israeliana. «Mentono, come fanno sempre, ma ora non è come il 2006: siamo più potenti», s’inalbera Ali, che nell’ultima guerra aveva 10 anni.
«Questo non è un conflitto, sono massacri seriali per espellere i palestinesi dalla loro terra», tuona dal palco Hachem Safieddine, uno dei due vice del Partito di Dio. «Morte a Israele», risponde la folla. Passa un’ora e il corteo si scioglie. Qualche centinaio di manifestanti si dirige verso l’ambasciata Usa a Awkar, periferia Nord della città. L’esercito libanese (Laf) ha sbarrato l’ingresso, si fermano un chilometro prima del compound. Sono arrivati in scooter, con piccoli bus, da Tripoli, Da Sidone. Cercano di forzare il blocco, la Laf risponde con i lacrimogeni. Per due ore va avanti così: pietre, lanci di oggetti e cariche. Saranno circa 300. «Mia madre è palestinese, mio padre libanese, questa guerra contro Gaza deve finire. E gli americani sono responsabili», dice un ragazzo sui 25 anni. Un altro viene portato via di corsa dagli amici a braccio con due stecche di legno legate intorno alla gamba destra, alla meglio. «Gli hanno sparato un proiettile di gomma». Ma è impossibile verificare.
Tutt’intorno, Beirut sembra restare in disparte: al mattino un gruppo di una cinquantina di persone si ritrova davanti alla sede Onu per protestare. Ma non ci sono grandi manifestazioni oltre il raduno di Hezbollah. È a Tunisi, Amman, Teheran, Baghdad, a Tripoli, in Libia, a Rabat che l’onda della rabbia si riversa in strada. Nella capitale tunisina non si vedevano da tempo così tante persone in piazza. Chiedono la cacciata dell’ambasciatore francese, “alleato dei sionisti”. Lo stesso ad Amman: in 10mila davanti all’ambasciata Usa. Ed è un segnale, perché il Regno è il ponte storico con Israele, mediatore col mondo arabo. «Non vogliamo ambasciate sioniste sul territorio giordano», protestano. La polizia spara lacrimogeni per disperderli. A Baghdad, scene simili: qualche centinaio di manifestanti raggiunge l’ingresso della Zona verde, dove ci sono le sedi diplomatiche occidentali. Le forze di sicurezza usano i lacrimogeni. E persino in Egitto, raccontano le tv di Stato, nel Paese dove è vietato manifestare, a migliaia scendono in piazza in diverse città.
Israele ordina l’evacuazione dello staff dell’ambasciata al Cairo e così pure di quello in Marocco. Nella notte di martedì, dopo le imponenti proteste davanti al consolato di Istanbul, aveva già chiesto a tutti gli israeliani di lasciare la Turchia, con cui solo pochi mesi ha ripreso i rapporti diplomatici. A Teheran la folla si riversa in piazza Palestina, che è il posto tradizionale dei raduni pro-governativi. Il presidente Raisi lancia un nuovo avvertimento: «La fine del regime sionista è iniziata con l’attacco all’ospedale», dice. Poche ore dopo inizia a circolare la notizia di un blackout in gran parte di Teheran dovuto a un cyberattacco. La risposta di Israele? Impossibile saperlo.
A sera, è Ramallah ad accendersi. Decine di manifestanti si ritrovano verso la Muqata, sede dell’Autorità nazionale palestinese. Scoppiano gli scontri, si spara: con proiettili veri. La polizia dell’Anp gira per strada senza divisa, un segno di quanto sia screditata agli occhi di chi contesta l’autorità di Abu Mazen. A Beirut risale la tensione, caroselli di palestinesi e militanti di Hezbollah attraversano la città. Qualcuno prende di mira l’Università americana di Beirut. Corre la notizia che dopo il vertice dei ministri degli Esteri dell’Oic a Riad, i sauditi hanno chiesto ai loro cittadini di lasciare subito il Libano. «Misure precauzionali in questi casi», ci dice una fonte libanese. Era già successo, ad agosto, perché c’erano scontri nei campi palestinesi. Ma in questa pentola che ribolle ogni dettaglio fa alzare l’allerta.