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Tra i cristiani di Beirut spaventati da una nuova guerra: “Non moriremo per Hezbollah”

In Libano i timori della comunità nel Paese in ginocchio per la crisi. “Noi non c’entriamo con quella storia”
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BEIRUT — I morti di Mansourieh non li hanno tirati tutti fuori. «È caduto un palazzo una settimana fa e ci sono ancora persone sotto le macerie. I vigili del fuoco fanno l’impossibile, ma non hanno soldi, pochi uomini. E ha pure piovuto. Ma te la immagini una guerra qui?». Sara ha 48 anni, di conflitti, crisi, scontri tra fazioni ne ha già visti troppi. È sunnita, ma vive ad Achrafieh, uno dei più antichi quartieri cristiani di Beirut: una collina borghese con i centri commerciali, i locali notturni, i caffè di Starbucks. Ricca, se si può dire in un Paese che in cinque anni ha perso il 40% del Pil. Ad agosto, le due centrali elettriche del Nord e del Sud sono collassate: la società pubblica non aveva più soldi per il carburante. E quindi blackout, si è spento pure l’aeroporto. I libanesi vivono di generatori privati, un business illegale ma tollerato, quando funziona.

Il sistema idrico è vicino al collasso, l’immondizia fuori controllo. La scorsa settimana, due ore di pioggia han…

BEIRUT — I morti di Mansourieh non li hanno tirati tutti fuori. «È caduto un palazzo una settimana fa e ci sono ancora persone sotto le macerie. I vigili del fuoco fanno l’impossibile, ma non hanno soldi, pochi uomini. E ha pure piovuto. Ma te la immagini una guerra qui?». Sara ha 48 anni, di conflitti, crisi, scontri tra fazioni ne ha già visti troppi. È sunnita, ma vive ad Achrafieh, uno dei più antichi quartieri cristiani di Beirut: una collina borghese con i centri commerciali, i locali notturni, i caffè di Starbucks. Ricca, se si può dire in un Paese che in cinque anni ha perso il 40% del Pil. Ad agosto, le due centrali elettriche del Nord e del Sud sono collassate: la società pubblica non aveva più soldi per il carburante. E quindi blackout, si è spento pure l’aeroporto. I libanesi vivono di generatori privati, un business illegale ma tollerato, quando funziona.

Il sistema idrico è vicino al collasso, l’immondizia fuori controllo. La scorsa settimana, due ore di pioggia hanno bloccato la superstrada che dal Sud porta a Beirut. Il capo della protezione civile, il generale Khattar, due giorni fa ha mollato gli ormeggi: non abbiamo i mezzi per gestire le conseguenze di una potenziale guerra, ha detto chiaramente in tv, a stento «riusciamo a far fronte alle operazioni di salvataggio». Anche i voli ormai iniziano a scarseggiare: la compagnia libanese, Mea, ha tagliato la metà delle partenze perché le assicurazioni adesso costano troppo.

«Siamo solidali con il popolo palestinese, quello che sta facendo Israele a Gaza è ingiustificabile, ma non è la nostra guerra. Qui nessuno vuole la guerra di Hezbollah e dell’Iran, non solo i cristiani, ma i drusi, i sunniti, gli sciiti ricchi, persino il movimento patriottico», dice Richard Kouyoumjian, il capo del dipartimento affari esteri delle Forze Libanesi, la destra cristiana di Samir Geagea, un sopravvissuto della guerra civile che si è fatto dieci anni in carcere, l’unico dei signori della guerra libanesi. La storia delle falangi cristiane di Bachir Gemayel, di cui faceva parte, è macchiata di massacri atroci come quelli nei campi palestinesi di Sabra e Chatila, nel 1982. «Dopo la guerra le milizie sono state disarmate, Geagea è stato in carcere, ha chiesto scusa, abbiamo fatto i conti con quel passato: ora siamo un partito politico di destra, repubblicano, contiamo sullo Stato e sull’esercito libanese», assicura Kouyoumjian. Dalle elezioni dell’anno scorso, le Forze libanesi sono uscite rafforzate, ora sono il primo partito cristiano in Parlamento.

Se Hezbollah dovesse trascinare il Libano in guerra, le conseguenze in un Paese ostaggio del settarismo potrebbero essere imprevedibili. L’ostilità verso i “gialli”, come chiamano quelli di Hezbollah, accusati di essere il principale responsabile della crisi libanese, monta, e già da prima di questa nuova crisi. Il 9 agosto, a Kahaleh, villaggio cristiano a sud Est di Beirut, un camion di Hezbollah si è ribaltato davanti a una Chiesa. E invece di fare come di solito fa la gente qui con gli affari del movimento — starsene in disparte — gli abitanti di Kahaleh si sono intromessi, volevano sapere cosa ci fosse nel carico. Il risultato sono stati scontri a fuoco e due morti. Si è saputo poi che erano armi.

A Tayouneh, altro quartiere cristiano di Beirut, dove iniziò la guerra civile, tutti si ricordano ancora il caos dell’ottobre 2021. Quelli di Hezbollah erano arrivati armati fino ai denti, volevano bloccare l’indagine del giudice Bitar sull’esplosione al porto di Beirut. Si scatenò l’inferno: 6 morti, decine di feriti. I “gialli” accusarono quelli di Geagea di averli sparati dai tetti con i cecchini, lui negò categoricamente qualsiasi coinvolgimento.

«Noi non c’entriamo con quella storia», dice Elie Charbachi, capo del partito a Beirut, «la gente ha reagito lanciando pietre perché quelli di Hezbollah volevano invadere il triangolo cristiano, ma noi non siamo coinvolti». E adesso che la guerra incombe, si rischiano nuovi scontri? «Dobbiamo evitarla, sarebbe una catastrofe. Noi sosteniamo la causa palestinese, siamo per i due Stati, ma non possiamo combattere al posto loro e per l’Iran, dobbiamo proteggere il Libano». Da Aschrafieh, la strada che porta alla Corniche, il lungomare di Beirut, attraversa l’Hamra, il quartiere della middle class e degli internazionali. Abu Naim se ne sta da solo a fumare e guardare le notizie. La sua è una delle trattorie più antiche e conosciute della zona. «Lo vedi? È vuota — si amareggia. A quest’ora qui era pieno di turisti e libanesi. Non viene più nessuno. Dal Libano si scappa ormai. Mio figlio è andato via, i nostri migliori giovani, medici, infermieri, se ne sono andati. Ma ancora abbiamo qualcosa, non possiamo perdere tutto per un’altra guerra, che non è la nostra».

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