Nuseirat – Ancora bombardamenti sull’intera Striscia di Gaza. A Nord decine di morti nel campo profughi di al-Shati. A Sud è stato invece colpito il mercato di Nuseirat, proprio mentre era affollatissimo di persone intente a cercare provviste per le loro famiglie. Era già stato attaccato due giorni fa. Le chiamano “vittime collaterali”: perché a quanto pare l’obiettivo era un edificio vicino all’Abu Dallal, il più grande supermercato dell’intera Gaza, ora ridotto in rovine. Altri raid hanno preso di mira ancora una volta Deir el-Balah e Rafah, sempre nell’area meridionale della Striscia.
A fine giornata, i morti erano 140. Ormai è chiaro: quando l’esercito israeliano ha un target non esita a far saltare in aria un intero quartiere. Ma questo sta gettando nella confusione e nel panico la popolazione già al limite, provata com’è da ogni genere di stenti. Quando Israele gli ha intimato di evacuare al Sud, dove i civili sarebbero stati al sicuro, un milione di persone ha obbedito. …
Nuseirat – Ancora bombardamenti sull’intera Striscia di Gaza. A Nord decine di morti nel campo profughi di al-Shati. A Sud è stato invece colpito il mercato di Nuseirat, proprio mentre era affollatissimo di persone intente a cercare provviste per le loro famiglie. Era già stato attaccato due giorni fa. Le chiamano “vittime collaterali”: perché a quanto pare l’obiettivo era un edificio vicino all’Abu Dallal, il più grande supermercato dell’intera Gaza, ora ridotto in rovine. Altri raid hanno preso di mira ancora una volta Deir el-Balah e Rafah, sempre nell’area meridionale della Striscia.
A fine giornata, i morti erano 140. Ormai è chiaro: quando l’esercito israeliano ha un target non esita a far saltare in aria un intero quartiere. Ma questo sta gettando nella confusione e nel panico la popolazione già al limite, provata com’è da ogni genere di stenti. Quando Israele gli ha intimato di evacuare al Sud, dove i civili sarebbero stati al sicuro, un milione di persone ha obbedito. Dopo l’ultimatum del 12 ottobre si sono spostati al di sotto del Wadi Gaza, la riserva naturale a metà della Striscia, scelta dagli israeliani come linea di demarcazione.
Ma nelle ultime ore quella stessa gente sta cominciando a chiedersi se la scelta è stata giusta: o se avrebbe fatto meglio a restarsene a casa. Nessuno si sente sicuro da nessuna parte: chi è a Nord vorrebbe spostarsi a Sud e viceversa, chi è evacuato, si domanda se non sia il caso di tornare a casa (a patto di avercela ancora). Alla fine ognuno resta dov’è perché comunque spostarsi è sempre più complicato. E pure costoso. Nonostante già tre convogli siano stati ammessi nella Striscia, non è stato infatti possibile far entrare carburante: gli israeliani sostengono che Hamas lo utilizzerebbe per alimentare i suoi razzi. Il risultato è che i pochi con ancora scorte per circolare, chiedono cifre astronomiche a chi cerca un passaggio: farsi trasportare in auto per percorsi di 25-30 chilometri, arriva a costare fino a 1000 shekel, 250 euro.
Certo, ieri l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con il sostegno dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, è riuscita a consegnare carburante – già conservato all’interno - a quattro ospedali nel Sud di Gaza e alla Mezzaluna Rossa per sostenere i servizi di ambulanza. Ma basterà solo per un altro giorno. Così l’Unrwa lancia l’ennesimo appello. Rischia di dover sospendere le attività “già domani” se altri rifornimenti di carburante non arriveranno “con urgenza”.
Negli ospedali allo stremo sono arrivati nuovi farmaci, è vero. Così essenziali che i medici li hanno portati direttamente nelle sale operatorie. Ma i numeri ufficiali – distribuiti dall’Oms che sempre ieri è tornata a chiedere un “immediato cessate il fuoco umanitario” – parlano chiaro: 46 delle 72 cliniche di Gaza, inclusi dodici dei 35 ospedali, hanno smesso di funzionare. Impossibilitati a proseguire il loro lavoro, appunto perché rimasti senza la benzina per alimentare i generatori e garantirsi l’elettricità necessaria a lavorare.
In quelli ancora aperti non arrivano più solo feriti: molte persone, soprattutto bambini, si stanno ammalando di dissenteria e altri mali infettivi. D’altronde vivono in locali sovraffollati o in tende bollenti di giorno e gelate di notte, con poche coperte a proteggerli.
Mangiano e bevono ciò che capita e spesso l’acqua è contaminata. E poi, se n’è lamentata anche l’Unrwa, non solo la quantità di cibo trasportata attraverso tre convogli è insufficiente, pari ad appena il 4 per cento del fabbisogno. Ma è pure sbagliata: sono arrivate scatole di riso e lenticchie ma in molti luoghi manca l’acqua e il gas per prepararli. Alle Ong è stato chiesto di stilare liste precise dove sia specificato cosa serve. Chiederanno anche coperte: l’inverno sta arrivando.
A Gaza «la situazione è disperata», ripete l’Orms: «Diventerà catastrofica senza il passaggio sicuro e continuo di farmaci, cibo e carburante». E ieri lo ha ribadito anche il segretario di Stato americano, Antony Blinken, alla riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: «Chiediamo a tutti i Paesi di inviare aiuti a Gaza». Ma devono fare presto. La gente qui sta morendo. E chi non muore impazzisce. (testo raccolto da Anna Lombardi)