Esteri

A Hebron in lockdown, là negli insediamenti che aspettano la tempesta

A Hebron in lockdown, là negli insediamenti che aspettano la tempesta

Reportage dalla città più popolosa della Cisgiordania, dove i palestinesi sono sotto coprifuoco. E gli israeliani si preparano: “Se ci attaccano abbiamo armi. E sappiamo usarle”

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HEBRON — Le quattro ragazzine a Hebron appendono sopra a un marciapiede uno striscione colorato a pennarello che afferma: se prendi come seconda moglie una donna non ebrea puoi ripudiare lei e i suoi figli senza dover dare una giustificazione (un tema che fuori di qui non è urgente fra gli adolescenti).

Siamo in una zona di settler duri, credo religioso rigido e inculcato fin da piccoli, diritto divino a creare insediamenti sulle colline della Cisgiordania. Ma non c’è il tempo di intervistare le quattro teenager, perché da un posto di blocco a cento metri si stacca un uomo, urla, vuole afferrare il telefono e cancellare le foto, fa arrivare i soldati – che fanno quello che possono fare i soldati: controllare il passaporto, chiamare un superiore per ricevere istruzioni. Dopo un po’ lasciano proseguire, ma il superiore dice alla radio: «Non verso Hebron e la Tomba dei patriarchi, potrebbe essere una provocazione».

Non c’è logica, appendere uno striscione su una strada perché sia visto ma andare su tutte le furie se qualcuno lo fotografa. A meno che lo striscione non faccia parte dei messaggi che in questa zona hanno una doppia vita: devono essere letti dalla popolazione che vive negli insediamenti, ma dagli stranieri è meglio di no.

Hebron e l’insediamento satellite che le sta sopra sono nella parte Sud della Cisgiordania, lontano dal Nord del triangolo Jenin-Nablus-Tulkarem dove i gruppi armati palestinesi si stanno solidificando in una guerriglia stile Iraq e si sparano ogni notte con l’esercito israeliano. Qui gli ebrei dopo il 7 ottobre vivono una fase di tranquillità irreale, perché di solito «succede qualcosa ogni due settimane», come dice Lea, ventiquattro anni, che sta andando a pregare appoggiata al muro alla Tomba dei Patriarchi assieme con il marito. Indica davanti a sé la prima fila delle case palestinesi che coprono tutto il fianco della collina, «ci aspettiamo che facciano quello che hanno fatto gli uomini di Hamas attorno a Gaza, vogliono attaccarci, sappiamo per certo che lo stanno progettando, ci sono terroristi in quelle case».

Una soldatessa di guardia spiega che dal 7 ottobre nella parte di Hebron controllata dagli israeliani c’è un coprifuoco rigidissimo per i palestinesi, possono uscire dalla case fra le otto e le otto e mezza al mattino e fra le sei e le sette alla sera. In pratica sono in lockdown. Racconta che quel giorno era nello stesso posto di guardia e di avere sentito un grande silenzio nella parte di città dei palestinesi, che comincia a pochi metri da lì dietro a grate di metallo.

In Cisgiordania il timore di una rivolta a sostegno di Hamas a Gaza dopo i raid nei kibbutz ha fatto partire una serie di operazioni preventive dell’esercito israeliano che sono diventate scontri: mille palestinesi arrestati, più di cento morti e tra questi sette sono stati uccisi dai settler, che sentono di avere le mani più libere negli scontri e nei regolamenti di conti con i vicini. A Kyriat Arba tra i prati tagliati bene e le siepi Sara riceve sulla porta di casa con un velo arrotolato sulla testa e si scusa per il disordine che c’è all’interno – ma non c’è alcun disordine – perché «sto preparando il matrimonio di mia figlia».

È una delle poche che accetta di parlare, ma non di farsi fotografare. Quattro figli maschi, tutti richiamati nell’esercito e non sa dove sono se non vagamente, e due femmine. Sara dice che il lavoratore arabo che la aiutava a fare i lavori in casa non verrà più, adesso, per le misure restrittive ma in generale perché c’è una crisi di fiducia. «Io festeggiavo le sue feste e lui le mie, era un rapporto pieno di rispetto e mi invitava ad andarlo a trovare. Ma non è più possibile fidarsi. Da qui sentiamo le preghiere dei muezzin nei villaggi arabi, dicono alla gente di farci male». Se succedesse qui quello che è successo a Sud sareste pronti? «Sì. Abbiamo armi e ci sono uomini addestrati a usarle. Anche io ho una pistola e so sparare. Guarda – fa un gesto verso la vetrata – c’è un bel paesaggio e lo amo ma non siamo in Svizzera».

Kyriat Arba è l’insediamento sopra Hebron e ci vive anche il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir con i cinque figli. Nell’ampio spettro della politica israeliana, Ben Gvir è all’estrema destra in un governo che è considerato il più a destra della storia di Israele e in questi giorni sta facendo il giro degli insediamenti per distribuire diecimila fucili che ha comprato dopo il 7 ottobre.

La storia del palestinese che lavorava in un kibbutz e per conto di Hamas aveva fatto una lista con il numero di tutti i membri delle famiglie casa per casa ha impressionato tutti. «Magari non l’ha fatto perché era un agente di Hamas, ma perché è stato costretto. Noi siamo qui, viviamo in democrazia, loro quando escono tornano nel terrore», dice Sara. Ci sono possibilità che la situazione torni come prima, quindi tesa ma in qualche modo ancora buona per fare compromessi pratici? «No, è finita».

E a Gaza? «Quel problema dev’essere risolto. Non c’è altro modo, altrimenti succederà di nuovo. Ci sarà un prezzo da pagare. Costerà molte vite dei nostri soldati e anche di chi sta a Gaza».

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