BEIRUT – Alza le braccia Walid Jumblatt quando gli chiediamo se il Libano può sfuggire a un destino di guerra: “Ci stiamo provando. Ma cosa possiamo fare? Gli americani hanno smesso di fare politica e ora mandano le portaerei”, dice seduto nell'androne della sua antica residenza nel quartiere di Msaytbeh, a Beirut. Tweggy, la cagnolina di 4 anni che gli sta sempre intorno, annusa i libri sul comodino, cerca attenzioni dai nuovi ospiti. Jumblatt sembra cupo, preoccupato. “La guerra c’è già, al confine Sud, e potrebbe divampare”.
Leader dei circa 300mila drusi libanesi, ex comandante nella guerra civile del 1975-1990, è da sempre vicino alla causa palestinese. Una delle immagini più celebri della sua lunga epopea politica è impressa nella memoria dei libanesi: un giovane Walid che saluta l’amico Arafat, costretto a lasciare il Libano nel 1982, celebrandolo con una raffica di mitra in aria.
“C’è un massacro a Gaza e l’Europa tace, nemmeno una richiesta di cessate il fuoco sono riusciti a sostenere. Una volta c’erano Craxi, Andreotti, Berlinguer, Chirac, la Merkel, ora votate come l’Austria. l’Europa è assente e gli Stati Uniti mandano portaerei nel Mediterraneo, per fare cosa? Per proteggere la pace o per allargare questa guerra?”. Sono responsabili di questa crisi, “perché non riconoscono nemmeno più l’occupazione”.
In questi giorni il telefono di Jumblatt squilla di continuo. Lo chiamano gli altri leader politici libanesi, gli europei: tutti vogliono sapere, capire, da un veterano della politica che sa muoversi nell’intricato sistema di milizie, partiti e confessioni religiose libanese. Socialista, laico, da ragazzo Jumlatt si sedette di fronte a Hafez al-Assad, era il 1977, che poco prima aveva fatto ammazzare suo padre, Kamal. Fece finta di assecondare la versione secondo cui erano stati gli israeliani. Quando nel 2011 i siriani si sono rivoltati contro Assad, il figlio di Hafez e autocrate siriano, Walid si è schierato con i ribelli, mentre Hezbollah mandava centinaia di combattenti a morire per Damasco.
“Netanyahu parla della profezia di Isaia, ora dobbiamo tutti rimetterci a leggere la Bibbia. Io l’ho letto Thomas Mann, “Giuseppe e i suoi fratelli”, ma sono un laico e so che questa è una guerra di resistenza a una occupazione, non c’entra nulla la religione, è poliica”. Torna indietro, ai tanti accordi non rispettati. “Abbiamo accettato molto tempo fa la soluzione dei due Stati, ma dal 1967 gli israeliani hanno continuato a costruire insediamenti e ora hai 800mila coloni che occupano la terra dei palestinesi in Cisgiordania. Blinken è andato da Netanyahu dicendo “vengo innanzitutto in quanto ebreo” e sono rimasto senza parole. Gli Stati Uniti adesso non riconoscono nemmeno più che c’è un’occupazione? Sono contrario a fare di questo conflitto una guerra tra musulmani e ebrei, la religione non c’entra”.
Hamas, per il leader druso, rappresenta una parte dei palestinesi "sotto occupazione, e non ha niente a che fare con la jihad. Ma gli europei e gli americani adesso vedono terroristi ovunque, solo terroristi, come dicevano anche di Arafat”. E l’Anp, Abu Mazen? “È circondato da coloni, cosa può fare? Non ha il potere di dare ai palestinesi le loro legittime aspirazioni nazionali”. Con un cessate il fuoco, e lo stop alle armi, ragiona, si potrebbe arrivare a "nuove elezioni e a una nuova leadership". Nel frattempo il Libano è al centro della tempesta e nessuno sa davvero come metterlo a riparo. Per ora il conflitto al sud è limitato dentro quelle che nel 2006 furono fissate come regole di ingaggio tra Israele e Hezbollah, ma basta niente per farlo “divampare in tutta la regione”. A decidere sono gli Hezbollah, e i loro padrini, gli iraniani. Cosa vuole fare il partito di Dio? “Chiedetelo a loro, non sono il loro portavoce. Io dico: fermate i massacri a Gaza e parlate. Noi stiamo facendo il nostro meglio per non essere trascinati in una guerra totale che nessuno vuole qui, ma non so se potremo sfuggirla”.